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Yona Friedman al Festival della Creatività

E se fossero gli abitanti, e non solo gli architetti, a progettare le città? È l’intuizione rivoluzionaria di Yona Friedman, uno dei grandi architetti e pensatori del Novecento. La sua idea di “architettura mobile”, nata dall’esperienza diretta di profugo e senzatetto, ha ripensato il rapporto tra spazio, società e partecipazione. Ecco chi era e cosa […]

Psicolab — Yona Friedman al Festival della Creatività
E se fossero gli abitanti, e non solo gli architetti, a progettare le città? È l’intuizione rivoluzionaria di Yona Friedman, uno dei grandi architetti e pensatori del Novecento. La sua idea di “architettura mobile”, nata dall’esperienza diretta di profugo e senzatetto, ha ripensato il rapporto tra spazio, società e partecipazione. Ecco chi era e cosa ci lascia.

Una vita segnata dalla storia

Yona Friedman ha attraversato il Novecento e le sue tragedie. Sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale sfuggendo ai rastrellamenti nazisti, visse per circa un decennio in Israele, nella città di Haifa, prima di trasferirsi stabilmente a Parigi nel 1957.

Non è un dettaglio biografico marginale: la sua esperienza diretta di profugo e senzatetto, prima nelle città europee devastate dalla guerra e poi in Israele (dove nei primi anni dello Stato sbarcavano ogni giorno migliaia di persone con enormi problemi di alloggio) è alla radice di tutto il suo pensiero. Friedman non ha teorizzato la casa da un ufficio: l’ha pensata a partire dal bisogno urgente e concreto di un tetto per tutti.

Il “Manifesto dell’architettura mobile”

Nel 1956, a un importante congresso internazionale di architettura, il suo Manifesto dell’architettura mobile contribuì a mettere in discussione le ambiziose volontà pianificatrici della progettazione urbanistica tradizionale. Fu in quel contesto, grazie anche a un gruppo di giovani architetti, che si cominciò a parlare di “architettura mobile”, intesa non come edifici che si spostano, ma come “mobilità dell’abitare”.

Cosa significa? Che l’architettura dovrebbe saper accogliere le continue trasformazioni della società (la mobilità sociale, il cambiamento dei bisogni) invece di imporre forme rigide e definitive. Un’idea profondamente controcorrente rispetto a un’urbanistica abituata a “disegnare dall’alto” la vita delle persone.

La Ville spatiale e l’autoregolazione degli abitanti

Friedman diede forma a questa visione con il progetto della Ville spatiale (“città spaziale”): l’idea di grandi infrastrutture capaci di ospitare abitazioni e norme urbanistiche che possono essere create e ricreate a seconda delle esigenze di chi vi abita. Non una città finita e immutabile, ma una struttura flessibile che gli abitanti stessi possono adattare nel tempo.

Al centro c’è il concetto di autoregolazione: la convinzione che siano le persone, e non solo i pianificatori, a dover decidere come organizzare il proprio spazio di vita. È un ribaltamento di prospettiva che ha un profondo significato anche psicologico e sociale: abitare non è occupare passivamente uno spazio progettato da altri, ma partecipare attivamente alla sua costruzione, sentendolo davvero proprio.

Partecipazione e autocostruzione

Questo interesse per la partecipazione avvicinò Friedman ad altri architetti che ne condividevano lo spirito. E lo portò a sperimentazioni concrete: in India completò un museo in cui vengono applicati i principi dell’autocostruzione a partire da materiali locali come il bambù. Un’idea semplice e potente: dare alle comunità gli strumenti per costruirsi da sole ciò di cui hanno bisogno, con le risorse che hanno a disposizione.

Friedman fu anche un prolifico autore, con opere che spaziano dai temi tecnici a quelli sociologici ed epistemologici. Ma il libro che meglio rappresenta la sua tensione etica e civile è probabilmente Utopie realizzabili. Vi sviluppa un’idea di ristrutturazione della società in senso pienamente democratico, che rifiuta ogni elitarismo. Il testo contiene anche una critica serrata al mito della comunicazione globale: un tema sorprendentemente attuale, che invita a riflettere sui limiti di una connessione totale che non sempre si traduce in vera comprensione tra le persone.

Un’eredità che parla anche a noi

Perché la figura di Friedman interessa anche chi non si occupa di architettura? Perché il suo pensiero tocca questioni universali: il rapporto tra individuo e ambiente, tra libertà personale e forme collettive, tra il bisogno di sicurezza e quello di partecipazione.

La sua lezione più preziosa è forse questa: gli spazi in cui viviamo non sono neutri, ma influenzano profondamente il nostro benessere, il nostro senso di appartenenza e la nostra possibilità di sentirci protagonisti della nostra vita. Un ambiente calato dall’alto, che non lascia spazio alle esigenze reali delle persone, rischia di alienarle; un ambiente che si può adattare e “abitare” davvero restituisce dignità e partecipazione. In un’epoca di grandi trasformazioni sociali e urbane, l’invito di Friedman a mettere le persone al centro, a progettare con loro e non solo per loro, resta straordinariamente attuale.

Domande frequenti

Chi era Yona Friedman?

Era un architetto e pensatore del Novecento, sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale e vissuto tra Israele e Parigi. È celebre per l’idea di “architettura mobile” e per aver posto al centro la partecipazione degli abitanti alla progettazione dei propri spazi di vita.

Cosa significa “architettura mobile”?

Non edifici che si spostano, ma “mobilità dell’abitare”: un’architettura capace di accogliere le continue trasformazioni della società invece di imporre forme rigide. Prevede infrastrutture flessibili, con abitazioni e norme che gli abitanti possono creare e ricreare secondo i loro bisogni.

Cos’è la Ville spatiale?

È il progetto con cui Friedman diede forma alla sua visione: grandi infrastrutture capaci di ospitare abitazioni modificabili nel tempo. Al centro c’è l’autoregolazione: l’idea che siano le persone, e non solo i pianificatori, a decidere come organizzare il proprio spazio di vita.

Perché il suo pensiero è attuale?

Perché tocca il rapporto tra individuo e ambiente e il bisogno di partecipazione. Gli spazi in cui viviamo influenzano il nostro benessere e il senso di appartenenza: progettare “con” le persone e non solo “per” loro restituisce dignità e protagonismo, un tema centrale nelle trasformazioni urbane di oggi.

Yona Friedman, architetto e pensatore del Novecento sopravvissuto alla guerra e vissuto tra Israele e Parigi, ha rivoluzionato il modo di intendere le città. La sua idea di “architettura mobile” non riguarda edifici che si spostano, ma la “mobilità dell’abitare”: spazi flessibili capaci di accogliere le trasformazioni della società invece di imporre forme rigide. Con la Ville spatiale immaginò infrastrutture che gli abitanti stessi possono adattare, ponendo al centro l’autoregolazione e la partecipazione. Sperimentò l’autocostruzione con materiali locali e, in “Utopie realizzabili”, propose una società pienamente democratica, criticando il mito della comunicazione globale. La sua eredità parla a tutti: gli spazi in cui viviamo influenzano il nostro benessere, e progettare “con” le persone, non solo “per” loro, resta attualissimo.
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