Psicologia Clinica e Psicopatologia

Un'eterna Vita digitale

Trasferire una mente su un computer è uno scenario che il cinema ha reso familiare. Le questioni che solleva, però, sono già attuali in una forma meno spettacolare: le ricostruzioni digitali delle persone morte esistono, e riguardano il lutto. Articolo divulgativo, spunto da un film del 2014 di cui non si riassume la trama. Se […]

Psicolab — Un'eterna Vita digitale
Trasferire una mente su un computer è uno scenario che il cinema ha reso familiare. Le questioni che solleva, però, sono già attuali in una forma meno spettacolare: le ricostruzioni digitali delle persone morte esistono, e riguardano il lutto.
Articolo divulgativo, spunto da un film del 2014 di cui non si riassume la trama. Se stai attraversando un lutto difficile, parlarne con un professionista può aiutare; in caso di crisi: 112, Telefono Amico 02 2327 2327.

Quanto è lontano lo scenario

Sul piano tecnico, molto più di quanto la divulgazione suggerisca.

Il presupposto sarebbe una mappatura completa delle connessioni cerebrali. Le ricostruzioni disponibili riguardano volumi minimi di tessuto e richiedono risorse enormi: la scala del cervello umano è di ordini di grandezza superiore.

Va aggiunto un ostacolo più fondamentale del semplice numero di connessioni: la mappa anatomica non basta. Il funzionamento dipende dalla forza delle sinapsi, dai neurotrasmettitori, dallo stato molecolare, dalla modulazione chimica e dall’interazione con il corpo, informazioni che una mappa strutturale non contiene.

Un caso di studio chiarisce l’ordine di difficoltà: la connettomica completa di un piccolo verme, con poche centinaia di neuroni, è nota da decenni, e ciò nonostante non è stato possibile prevederne il comportamento a partire da essa.

Va segnalato che alcune imprese offrono già oggi servizi di conservazione del tessuto cerebrale in vista di un futuro trasferimento: si tratta di una promessa non verificabile, venduta a persone in condizioni di vulnerabilità.

Il problema dell’identità

Anche ammettendo la fattibilità tecnica, resta una questione che nessun progresso risolve.

Una copia funzionalmente identica non è la continuazione dell’originale: se il processo fosse non distruttivo, esisterebbero due entità con gli stessi ricordi, ed entrambe si riterrebbero legittime.

Il dibattito filosofico distingue fra continuità psicologica (memorie, personalità, disposizioni) e continuità fisica del sostrato. Il trasferimento preserverebbe la prima e interromperebbe la seconda, e non c’è accordo su quale delle due costituisca l’identità personale.

La psicologia aggiunge un elemento: le persone hanno un’intuizione forte e spontanea di essere qualcosa in più del proprio corpo e dei propri ricordi. Questa intuizione compare presto nello sviluppo ed è presente in culture diverse, ma essere diffusa non la rende corretta.

Ciò che esiste già

La parte attuale della questione riguarda strumenti disponibili oggi.

Esistono servizi che ricostruiscono il modo di scrivere e di parlare di una persona defunta a partire dai suoi messaggi e registrazioni, generando conversazioni. Il fenomeno è noto come eredità digitale interattiva.

Sul piano psicologico, la valutazione non è unidirezionale, ed è opportuno riportarla per intero.

Va superata anzitutto una nozione obsoleta: l’idea che elaborare un lutto richieda di recidere il legame con chi è morto è stata abbandonata. Il mantenimento di legami continuativi (parlare con la persona, conservare oggetti, sentirne la presenza) è comune e non indica un problema.

Il criterio che distingue è un altro: se il legame mantenuto consente di riprendere la propria vita o la sostituisce.

Su questi strumenti specifici le evidenze sono ancora limitate, e le preoccupazioni segnalate riguardano il rischio di ostacolare l’accettazione della perdita, l’assenza di consenso della persona rappresentata, l’uso commerciale di dati intimi e la possibilità che il servizio venga interrotto: infliggendo una seconda perdita.

Il lutto complicato

Una precisazione utile, perché il tema tocca chiunque abbia perso qualcuno.

Il dolore prolungato dopo una perdita è la norma, non una condizione clinica. Una minoranza sviluppa una forma persistente e invalidante, oggi riconosciuta come disturbo con criteri definiti: che richiedono durata prolungata e compromissione del funzionamento.

Per quella forma esistono trattamenti specifici con evidenze di efficacia. Per il lutto ordinario, invece, gli interventi generalizzati non sono raccomandati: proporre una terapia a chiunque abbia subito una perdita non migliora gli esiti.

Ciò che aiuta la maggior parte delle persone resta poco tecnologico: tempo, relazioni, e la possibilità di parlarne con chi ascolta senza affrettare.

Domande frequenti

E possibile trasferire una mente su un computer?

No, e la distanza tecnica e enorme: la mappa delle connessioni non basta, perche il funzionamento dipende anche da stati chimici e molecolari che essa non contiene.

Una copia sarebbe la stessa persona?

Non e risolvibile tecnicamente: una copia non distruttiva produrrebbe due entita con gli stessi ricordi, entrambe convinte di essere legittime.

Parlare con una ricostruzione digitale di chi e morto fa male?

Le evidenze sono limitate. Mantenere un legame con chi e morto non e di per se problematico: il criterio e se consente di riprendere la propria vita o la sostituisce.

Il lutto prolungato e un disturbo?

No, il dolore prolungato e la norma. Solo una minoranza sviluppa una forma persistente e invalidante, per cui esistono trattamenti specifici.

Il trasferimento della mente non e vicino: la mappa delle connessioni non contiene cio che serve, e nemmeno la risoluzione tecnica risolverebbe il problema dell’identita, perche una copia non e una continuazione. La parte attuale della questione riguarda le ricostruzioni digitali dei defunti, gia disponibili: mantenere un legame con chi e morto non e patologico, e il criterio e se permette di riprendere la propria vita. E per il lutto ordinario non serve un trattamento.
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