Di cosa si tratta
Il teatro dell’oppresso è un insieme di tecniche elaborate da Augusto Boal, drammaturgo brasiliano scomparso nel 2009, a partire dagli anni Sessanta e sistematizzate durante l’esilio.
Il principio comune è trasformare lo spettatore in partecipante: chi guarda può interrompere la scena, sostituire un personaggio e provare una soluzione diversa.
Il teatro invisibile è la variante più radicale. Una scena scritta e provata viene messa in atto in un luogo pubblico (un mezzo di trasporto, un mercato, una coda) senza che le persone presenti sappiano che si tratta di una rappresentazione. Gli attori conducono poi la discussione che ne nasce.
Boal la sviluppò in Argentina nei primi anni Settanta, in condizioni in cui fare teatro apertamente era impossibile. Il precedente è nelle esperienze di agitazione politica europee fra le due guerre, durante la Repubblica di Weimar.
Perché funziona
L’efficacia della tecnica poggia su meccanismi identificabili.
Il primo è la differenza fra opinione dichiarata e reazione spontanea. Quando si sa di essere osservati si risponde in modo socialmente accettabile; in una situazione percepita come reale emergono reazioni diverse, e quello scarto è precisamente ciò che la tecnica vuole rendere visibile.
Il secondo è l’attivazione: assistere a una scena costruita è un’esperienza cognitiva, trovarsi dentro una situazione è un’esperienza emotiva, e le seconde modificano gli atteggiamenti più delle prime.
Il terzo riguarda il primo che parla. In una situazione ambigua, la prima persona che nomina ciò che sta accadendo autorizza gli altri a intervenire: rompe l’ignoranza pluralistica per cui il silenzio di tutti conferma a ciascuno che non c’è nulla da fare.
Il corpo
Il testo sottolinea la centralità del lavoro corporeo, e su questo l’impianto di Boal ha ricevuto conferme indirette.
Assumere una postura o compiere un’azione modifica lo stato che si prova, non solo lo esprime. Ed è documentato che mettere in atto un comportamento produce cambiamenti di atteggiamento più consistenti che discuterne.
È il motivo per cui provare una risposta diversa in scena ha effetti che il ragionamento sulla stessa risposta non ha.
La questione dell’inganno
Ed è qui che il tema va affrontato, perché la tecnica si fonda su di esso.
Le persone coinvolte non hanno acconsentito. Non sanno di partecipare, non possono ritirarsi, e in alcuni casi non sapranno mai di essere state parte di un’azione.
È esattamente la struttura degli esperimenti sul campo condotti a insaputa dei partecipanti: quelli sul soccorso in metropolitana, sull’obbedienza, sul conformismo. Studi che hanno prodotto conoscenza reale e che oggi verrebbero autorizzati solo con vincoli precisi, sviluppati proprio in risposta ai problemi che sollevarono.
I criteri consolidati sono tre e sono trasferibili.
- L’inganno è ammissibile solo se il risultato non è ottenibile altrimenti.
- Il rischio per i partecipanti deve essere minimo e non superiore a quello della vita ordinaria.
- Deve essere previsto un chiarimento successivo, in cui si spiega cosa è accaduto e perché.
Il terzo criterio è quello che il teatro invisibile, per come è concepito, di norma non soddisfa.
Il danno possibile
Non è teorico. Una scena che simula un conflitto, una molestia o un’aggressione può produrre in chi assiste una reazione di paura reale.
Può inoltre coinvolgere persone vulnerabili che nessuno ha selezionato: qualcuno che ha subito un’esperienza analoga, qualcuno in una condizione di fragilità.
E c’è un effetto meno visibile: chi scopre di essere stato ingannato può reagire con vergogna, e la vergogna produce chiusura, non riflessione, l’opposto dell’effetto voluto.
Va aggiunto che una scena che simula un reato in luogo pubblico può avere conseguenze anche sul piano legale, e che l’intervento di terzi o delle forze dell’ordine è un rischio concreto per gli attori stessi.
Come si può ridurre il problema
Non serve concludere che la tecnica sia inutilizzabile. Alcuni accorgimenti la rendono difendibile.
Scegliere temi discutibili anziché scene minacciose: una conversazione che espone una posizione controversa produce lo stesso effetto senza generare paura.
Prevedere una rivelazione finale, con la possibilità per i presenti di dire cosa ne pensano, comprese eventuali obiezioni all’essere stati coinvolti.
Evitare contesti in cui è prevedibile la presenza di persone particolarmente esposte al tema trattato.
Distinguere infine il teatro invisibile dalle altre tecniche dello stesso repertorio, dove il pubblico sa e sceglie di partecipare: sono altrettanto efficaci e non pongono lo stesso problema.
Domande frequenti
Cos’è il teatro invisibile?
Una scena scritta e provata, messa in atto in un luogo pubblico davanti a persone che non sanno di assistere a una rappresentazione. Gli attori conducono poi la discussione che ne nasce.
Perché è efficace?
Perché in una situazione percepita come reale emergono reazioni diverse dalle opinioni dichiarate, perché l’esperienza emotiva modifica gli atteggiamenti più del ragionamento, e perché chi parla per primo autorizza gli altri a intervenire.
Quali problemi etici pone?
I presenti non hanno acconsentito, non possono ritirarsi e spesso non sapranno mai di aver partecipato. Manca il chiarimento successivo, che è uno dei criteri consolidati per l’uso dell’inganno.
Si può usare in modo difendibile?
Sì: scegliendo temi discutibili anziché scene minacciose, prevedendo una rivelazione finale con spazio per le obiezioni, ed evitando contesti in cui è prevedibile la presenza di persone particolarmente esposte.