Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

La Solitudine del Mondo Giovanile

Il 70% degli adolescenti intervistati in una ricerca dichiarava di poter parlare liberamente solo con gli amici. È un dato che si presta a due letture opposte: la conferma di una frattura generazionale, oppure il segnale di qualcosa che i genitori possono ancora fare. Articolo divulgativo. I dati citati provengono da una ricerca degli anni […]

Psicolab — La Solitudine del Mondo Giovanile
Il 70% degli adolescenti intervistati in una ricerca dichiarava di poter parlare liberamente solo con gli amici. È un dato che si presta a due letture opposte: la conferma di una frattura generazionale, oppure il segnale di qualcosa che i genitori possono ancora fare.
Articolo divulgativo. I dati citati provengono da una ricerca degli anni Novanta e vanno letti come fotografia di quel periodo. Se un adolescente mostra segni di sofferenza persistente (ritiro, cambiamenti marcati dell’umore, del sonno o dell’alimentazione) è opportuno parlarne con il pediatra o il medico di base, o rivolgersi ai consultori del territorio. Per un supporto immediato è attivo il numero Telefono Azzurro 19696.

Il dato di partenza

Una ricerca condotta dal Censis rilevava che la grande maggioranza dei giovani viveva volentieri in famiglia, senza però condividerne mondo sentimentale e valori morali.

Da lì la domanda che il testo pone: quella distanza è imputabile unicamente al fattore generazionale, o c’è dell’altro?

Come si esprime il bisogno di autonomia

La conflittualità tra genitori e figli nasce dal bisogno di autonomia degli adolescenti, che si manifesta attraverso due canali.

Il primo, verbale, comprende silenzi, irritabilità, aumento dei conflitti, provocazioni.

Il secondo, non verbale e spesso più significativo, si esprime nel modo di vestire e di atteggiarsi, nel rapporto con il cibo, nella gestione degli spazi personali, nel rifiuto delle regole.

Vale la pena notare cosa accomuna questi segnali: sono tutti modi di marcare un confine senza doverlo dichiarare. Un adolescente che chiude la porta della camera sta comunicando qualcosa che non saprebbe formulare a parole, e che verrebbe probabilmente negoziato male se lo facesse.

Perché ci si rivolge ai coetanei

La spiegazione raccolta dagli intervistati è precisa: solo un coetaneo può provare la stessa impotenza di fronte a problemi analoghi.

È una motivazione seria e vale la pena prenderla sul serio. Ciò che si cerca in quel confronto non è una soluzione (un adulto ne saprebbe di più) ma il riconoscimento di trovarsi nella stessa condizione.

Un adulto che risponde con la propria esperienza risolve implicitamente il problema; un coetaneo che condivide l’incertezza lo convalida. Sono due bisogni diversi, ed entrambi legittimi.

I limiti dell’amicizia

Il testo non idealizza però questa relazione, e segnala due rischi.

Il primo è che l’affetto per un amico possa portare a restringere i propri orizzonti, condizionando inconsapevolmente scelte importanti: fino agli indirizzi di studio.

Il secondo è che le amicizie adolescenziali comportano anche esperienze di tradimento, accuse ingiustificate, allontanamenti improvvisi. Come osservava Fedro, il nome di amico è comune, la fedeltà è rara.

Ed è precisamente in quei momenti (quando l’appoggio principale viene meno) che la questione si ripropone.

Il ruolo dei genitori

Qui il testo formula la sua proposta, e le indicazioni sono concrete.

Ciò che gli adolescenti richiedono inconsapevolmente agli adulti è:

  • una comunicazione posta su un livello condiviso, non discendente;
  • un atteggiamento di negoziazione;
  • il rispetto dei loro punti di vista e delle esigenze reali;
  • un ascolto empatico e non giudicante, alternativo a imposizioni rigide.

La formula «ascolto non giudicante» è quella decisiva, e conviene esplicitarne il significato operativo: non significa approvare, significa ascoltare fino in fondo prima di valutare. Un ragazzo che sa di essere interrotto da una reazione smette di raccontare, e non perché il contenuto sia inconfessabile, ma perché il costo di esporlo è troppo alto.

Non un’alternativa

La conclusione è il punto più utile del testo, e rovescia l’impostazione della domanda iniziale.

Non si tratta di scegliere se affidarsi all’amico o ai genitori: la soluzione al disagio giovanile sta nel concorso delle due forze.

La ragione è chiara alla luce di quanto detto prima. Il coetaneo offre riconoscimento e condivisione dell’incertezza; l’adulto offre prospettiva, continuità e un legame che non dipende dalle circostanze. Nessuna delle due funzioni sostituisce l’altra.

Il testo lo esprime richiamando l’idea che nessuna realizzazione puramente individuale sia possibile, e che qualunque apertura più ampia cominci sempre dalla relazione più vicina.

Domande frequenti

Perché gli adolescenti si confidano più con i coetanei?

Perché cercano il riconoscimento di trovarsi nella stessa condizione, non una soluzione. Un adulto risolve implicitamente il problema con la propria esperienza; un coetaneo che condivide l’incertezza la convalida.

Come si manifesta il bisogno di autonomia?

Con segnali verbali (silenzi, irritabilità, provocazioni) e soprattutto non verbali: abbigliamento, gestione degli spazi personali, rapporto con il cibo, rifiuto delle regole. Sono tutti modi di marcare un confine senza doverlo dichiarare.

Cosa significa ascolto non giudicante?

Non approvare, ma ascoltare fino in fondo prima di valutare. Chi sa che verrà interrotto da una reazione smette di raccontare, non perché il contenuto sia inconfessabile ma perché esporlo costa troppo.

Meglio l’amico o i genitori?

Nessuna delle due relazioni sostituisce l’altra. Il coetaneo offre condivisione dell’incertezza, l’adulto prospettiva e un legame che non dipende dalle circostanze. La soluzione sta nel concorso di entrambi.

Che gli adolescenti si confidino soprattutto con i coetanei non indica necessariamente una frattura: cercano il riconoscimento di condividere la stessa condizione, cosa che un adulto (proprio perché ne sa di più) non può offrire allo stesso modo. Il bisogno di autonomia si esprime prevalentemente per via non verbale, attraverso segnali che marcano un confine senza doverlo dichiarare. L’amicizia però non basta: può restringere gli orizzonti e comporta esperienze di tradimento, ed è lì che la relazione con gli adulti torna decisiva. La conclusione ribalta la domanda: non si tratta di scegliere tra amico e genitori, perché le due funzioni non sono intercambiabili.
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