Il sintomo cela un segreto. Il sintomo è stato un tentativo di dare un senso al segreto. E’ l’ultimo senso trovato. Il segreto, si sa, per definizione, non si conosce. Eppure chi arriva in terapia, porta una domanda specifica “Perché mi succede questo? Perché soffro?”. Vuole svelare il segreto che vitalizza il suo sintomo, vuole trovare la Verità (il senso ultimo), nella speranza che la Verità, di cui il terapeuta si suppone conosca la chiave, faccia cessare quella traumatica e inconcludente risposta che è stata ed è tuttora il suo sintomo. Risposta indesiderata certo, non intenzionalmente cercata o accuratamente selezionata. Per assurdo il sintomo (dal greco ‘accadimento fortuito’) è quella risposta, fra le tante, casualmente accaduta al soggetto, che però ha suscitato l’effetto più stabile. E’ il porto più sicuro, diventa un senso, disperato, ma se non altro che si ripete e non lascia il vuoto, il vuoto per far riaffiorare la solita domanda, per far riemergere l’inquietante segreto. Nella mia incessante ripetizione sintomatologica ho almeno smesso di avvertire la vertigine che mi dà il contatto con ciò che non conosco. Il sintomo blocca ogni possibile altra risposta al mio Perché. E’ l’anti-creativo. Ma è una risposta fedele, anzi diventa una fede perché incontra la ripetizione. Si ripete e non lascia spazio per nuove risposte. Non lascia riaffiorare il segreto. Da accadimento fortuito si trasforma in aggancio ripetibile. Da qui la necessità di poterselo raccontare dandogli un senso. Eppure era fortuito, scivolabile, un accadere. E si declina in patologia, in fissità. Ritorna.
Ma quel segreto è svelabile definitivamente da una Verità arrivabile, una verità dischiudibile da se stessi o con un terapeuta? Insomma c’è un senso, il Senso? Che libera dal peccato? Che libera dal sintomo?
Ma trovare quel Senso non è come voler imitare l’ascesa al trono del sintomo? Insomma se la fallacia del sintomo sta proprio nel suo salire al potere, nel suo diventare assolutamente ripetitivo e definitivamente solo Lui, non è lo stesso che cercare di risolverlo con un senso definitivo? Il segreto diventerebbe allora nuovamente appannaggio di Uno: senso, sintomo, risposta che sia, poco cambia. “Come poco cambia” – potrebbe obiettare un paziente pazientemente in terapia da diverso tempo -“Molto è cambiato. Adesso ho un senso e non un sintomo, sto meglio.” Senza http:\\/\\/psicolab.neta togliere alla fondamentale e imprescindibile importanza di aver fatto parlare sensatamente il sintomo e aver spodestato il suo agito tirannico che è fonte di angoscia e sofferenza, ciò che è stato veramente terapeutico è (forse, mi chiedo) aver reinserito nell’ingranaggio delle dinastie il meccanismo della spodestabilità. Tanti sensi, tante risposte quante ne può generare il Segreto che rimanendo tale ci dà la garanzia di leggerci e di rileggerci quanto e come vogliamo, per parlare alla Bruner.
Certo bisogna imparare a tollerarlo però, quel senso (appunto!) di precarietà che dà il non avere una chiave definitiva. In genere Uno (un senso, un ruolo, un’identità, un amore…) è sempre preferibile a molti, anzi a infiniti…perchè? Forse per il bisogno umano di ordinare il disordinato, di riorganizzare il disorganizzato, di definire l’indefinibile, di “contornarsi” con un limite. Tollerare l’angoscia che si scatena dalla possibilità di essere molteplici, e di essere tanti quanti sono i pensieri con cui riusciamo a rappresentarci è una grossa sfida, una sfida della psicoterapia. La molteplicità non dà nessuna garanzia, fluttua e non pretende di svelare nessun segreto, semplicemente lo rispetta perché sa di essere vitalizzata proprio dalla tensione che il segreto crea verso le soluzioni.
“..i piccoli segreti ci sono ancora/ gettano ancora ombre, di questo/ vivi tu, vivo io, viviamo.” (E’ tutto diverso, Paul Celan 1962)
Quanti sono i segreti che ci animano: “Chi sono?” “Chi siamo?” “Che cosa mi è successo?” “Che cosa ci è successo?”… E’ grazie al fatto che non sono svelabili che noi possiamo tenderci di continuo a cercarne i sensi. Se il tesoro a un certo punto si facesse trovare la caccia sarebbe finita. Il sintomo la sospende, la psicoterapia può riaprirla, la caccia, e sperare che il paziente decida di non chiuderla più.
“Parla – ma non separare il no dal sì. Dà anche il senso alla tua parola: dalle l’ombra” (Parla anche tu, Celan 1952).
Qualcosa che non fa ombra o non c’è, o è al buio. Ma nel momento in cui lo illumino il qualcosa e lo vedo e lo chiamo per nome, posso rinunciare a volerlo conoscere del tutto; infatti ci sarà sempre l’ombra a non farsi afferrare. Conoscere qualcosa allora equivale ad abbandonare l’idea di poterlo conoscere una volta per tutte. Così nell’atto stesso della scoperta, della rivelazione, di ciò che in analisi si avvicina all’insight, è insito anche il suo contrario: l’ombra. I segreti restano. Per fortuna, si può continuare a cercare.