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Dal quod fuit all’hic et nunc: una Scintilla sempre Accesa

Breve Estratto

Si muore veramente quando si chiudono gli occhi per l’ultima volta? Che senso ha, nell’era della robotica e dell’informatica, studiare le discipline umanistiche? Seneca è ancora vivo?
Il presente è una nota musicale che, da sola, non significa proprio http:\\/\\/psicolab.neta se non la si collega a ciò che è venuto prima e a ciò che verrà dopo (Sam Savage, 1960), eppure istituzioni, scuola, insegnanti, programmi ministeriali sono sotto inchiesta, ritenuti inadeguati a rispondere alle reali esigenze dei giovani, tutto sembra da rifare, da rivedere, da rinnovare. Tra i maggiori imputati il “Latino”.
Oggi i valori sociali si sono profondamente modificati e molti modelli si vorrebbero respingere perché superati per esaltarne altri solo perché nuovi … Impossibile. Ieri e oggi giocano un perenne ping pong dialettico in cerca delle tracce indelebili di “un passato multisecolare che sfocia nel presente come il Rio delle Amazzoni riversa nell’Oceano Atlantico l’enorme massa delle sue torbide acque” (Fernand Braudel, 1952). Il “quod fuit” insegna a lottare contro il “tempus edax” (Ov., Met, XV, 234), a cogliere il “carpe diem” (Or., Carm. 1, 11, 8), a cercare, “al riparo di un albero ombroso, quel ramo che ha d’oro le foglie e il flessibile stelo” (Virg., En. VI, 136 e sgg) … sta ai nuovi studenti, uomini di oggi e di domani, mantenergli l’antico bagliore con atteggiamenti propositivi, con proiezioni in avanti, sempre e comunque, con l’augurio che, nel bosco sacro, potranno scoprirne altri ancora più splendenti e alimentare le lucerne ininterrottamente accese nel loro animo.
Gli adolescenti, nel preconcetto anticonformismo, dimenticano che l’umanità non conosce vecchiaia e, “perplessi, smarriti, senza punti di riferimento garantiti <…>, brancolano nel buio, in cerca di una mano tesa che li stimoli ad accrescere la fiducia in sé <…>, di qualcuno capace di aiutarli a superare gli ostacoli e <…> col quale identificarsi” (Clizia Sardo, Psicolab, sett. 2010). Essi, per riscattarsi dal “male di vivere” (Montale, 1896-1981), dovranno scendere dalla “giostrina” (Matilde Perriera, psicolab, giugno 2010), farsi sollevare dalle “spalle dei giganti” (Bernardo di Chartres, 960 – 1028), ricordare che “l’uomo è <…> la più piccola delle canne” (Pascal, 1623-1662), impotente davanti all’universo, potrebbe essere annientato anche da una goccia d’acqua, “ma è una canna che pensa” (Pascal, 1623-1662), contraddistinto dalla dualità; debole fisicamente, forte per coscienza, potrà essere elevato dalla ragione e nessuno, senza la sua condivisione, potrà farlo sentire inferiore. Scuotersi dal torpore è, per i giovani, il diktat prioritario perché “la vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco… non la terra che s’incrosta e assume forma … ogni forma è la morte (Pirandello, 1867-1936).
Essi, seguendo tale linea, apprezzeranno le perle rare e preziose del “vindicare se sibi” <…>, del “colligere et serbare”, di far tesoro di tutte le ore che, fino a ora, “aut auferebantur aut subripiebantur aut excidebant”, ci sono state strappate, o rubate, oppure le abbiamo fatto scivolare via; capiranno che la perdita ”turpissima est quae fit per negligentiam”, in cui c’è la propria corresponsabilità, così avverrà che “ut minus ex crastino pendeant”, si dipenderà meno dal domani, “si hodierno manus iniecerint”, se ci si sarà resi padroni dell’oggi (Sen, Ep. ad Luc. I, 1-2). “La libertà di cui gode l’uomo, dunque, è rischio <…>, l’uomo diventa ciò che sceglie” (Soren Kierkegard, 1813 –1855), ma non sbaglia se imparerà a nutrire il delicato battere del suo cuore, ad auscultare la dolce melodia del suo animo, a temprare il suo carattere con il vigore potente del sapiens senecano, il cui obiettivo è teso verso il perfezionamento interiore “ut omnia vulgi vitia non invisa sibi, sed ridicula videantur” (Sen., De tranq. animi, 15, 2), affinchè tutti i vizi non gli sembrino odiosi, ma ridicoli. L’umorismo, a cui allude l’autore latino, è un dovere sociale e va distinto dall’ironia. “Quando si fa dell’ironia, si ride degli altri, ingenerando tensioni e conflitti. Quando si fa dell’umorismo, si ride con gli altri anche di sé stessi” (C. M. Cipolla, 1988); tale capacità di vedere la realtà nei suoi aspetti più divertenti “deve essere sviluppata e affinata perché facilita rapporti e relazioni umane” (L. Tappatà, Psic. contemporanea, n. 163/’0 1).
Seneca docet con la dolente avventura esistenziale che ha vissuto intorno al 62, dopo il deterioramento dei suoi rapporti con Nerone. Conformemente al suo pensiero, il filosofo, costretto al suicidio nel 65, ha mantenuto fino all’ultimo grande dignità, cercando di “inponere finem veteribus malis” e dichiarandosi “paratus exire <…>. Qui imperia libens excipit, partem acerbissimam servitutis effugit, facere quod nolit”, non colui che fa qualcosa sotto comando è infelice, ma colui che lo fa contro voglia… “Ut satis vixerimus”, che abbiamo condotto una vita pienamente realizzata, “nec anni nec dies facient”, nè gli anni nè i giorni lo dimostreranno, “sed animus”, ma la concretzzazione dei propri sogni. “Vixi quantum satis erat”, ho esaudito tutti i miei desideri, “mortem plenus expecto”, ora sono pronto ad “andarmene”  (Sen., Ep. ad Lucilium, 61). Sono parole lapidarie, incisive, frutto di profonde riflessioni basate, soprattutto, sul “me prius scrutor”, su un approfondito esame di coscienza, che gli consente, “post recognitionem suam”, dopo l’analisi dettagliata della propria coscienza, di “desinere iram”, di stemperare la rabbia, e, addirittura, ormai “tranquillus ac liber”, di favorire “somnum”; “hac consuetudine excutiendi totum diem”, con l’abitudine di valutare ogni azione, lo specchio diviene, oggettivamente e simbolicamente, uno strumento indispensabile con cui emendare i propri vizi e coltivare i propri pregi. Un rigoroso e assiduo autocontrollo, insomma, deve spingere ogni VIR a rinchiudersi, a sera, nell’intimità della propria camera, per dialogare con sé stesso; egli, “veniendum est cotidie ad iudicem”, dovendo sottoporre a una diligente inchiesta azioni e parole della sua giornata, potrà intraprendere il cammino verso la sapienza e giovare agli altri (Sen., De ira, III,36).
In tale contesto acquista grande pregnanza la valutazione dello spazio concesso all’uomo nel suo percorso terreno e Seneca deplora che “Maior pars mortalium conqueritur de naturae malignitate”, che gli uomini si lamentano della malvagità della natura, perchè “non accipimus brevem vitam sed facimus”, non riceviamo una vita breve, ma tale l’abbiamo resa noi. (Sen., De Brev. Vitae, I, 1-4). Lo scrittore, rapportandosi alla tripartizione aristotelica del tempo, contrassegna il “quod fuit”, il “quod est” e il “quod futurum est” (Sen., De br. vitae x, 2-5); riconoscendo a ciascuno di questi momenti facoltà proprie, invita a valutare azioni passate o conseguenze future di ogni deliberazione presa nell’hic et nunc, preponendo alla quantità del tempo, che non dipende dall’uomo, la qualità e agendo “come se pietra fosse la sabbia” (Borges, 1899-1986). Se, infatti, il “quod acturi sumus dubium est” e il “quod egimus certum” (Sen., De br. vitae x, 2-6), il sapiens, per lasciare la vita senza rimpianti e senza rimorsi, deve impiegare il “quod agimus” facendosene da dominato a dominatore, vivendolo come se fosse l’ultimo; solo così, anche se “breve”, esso è l’unico che gli consente di tendere al proprio perfezionamento morale, di ritrovare il proprio equilibrio per poter giovare agli altri. La solidarietà umana ha, infatti, per Seneca un fondamento naturale ineludibile; siamo “membra magni corporis” (Sen, Ep. ad Luc, VC, 51-53), “angeli con un’ala soltanto che possono volare solo rimanendo abbracciati” (Wilhelm Muhs, 1934 – 2002), tutti, per natura, sono vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, “natura nos cognatos edidit, <…> haec nobis amorem indidit mutuum et sociabiles fecit”, la natura ci ha generato per vivere in simbiosi, così come le pietre che costituiscono una volta. La società è, infatti, alquanto simile “fornicationi lapidum”, a una trincea fortificata, “quae casura sit nisi esse obstarent invicem hoc ipso”, pronta a crollare se non puntellata adeguatamente, <…> “omne hoc quod vides unum est”, tutto ciò che ci circonda fa parte di un complesso armonico, la natura, per l’equilibrio generale, “composuit aequum et iustum”, ha determinato l’onesto e il giusto, e, quindi, “est miserius nocère quam laedi”, è più vergognoso il ferire che l’essere offeso.
Lo scrittore, inoltre, pur non volendo “immittere se in locum ingentem” e condannare “de usu servorum”, desidera ricordare che gli stessi schiavi “servi sunt, immo homines, contubernales”, compagni di servitù, humiles amici”; essi, in quanto tali, devono essere trattati con pieno rispetto e sostenuti, semmai, nella cooptazione (Sen., Ep. ad Luc, XLVII, 1-5). “Virtus non eligit domum nec censum, nudo homine contenta est”, cerca nell’uomo non l’appartenenza a un casato di alto lignaggio ma le intrinseche potenzialità (Sen., De ben., III,18, 2-4), lo schiavo ha la stessa possibilità di perfezionamento morale che si attribuisce all’uomo libero, “http:\\/\\/psicolab.neti praeclusa est virtus; omnibus patet”, risplende su tutti , “omnes admittit, omnes invitat, ingenuos”, uomini liberi, “libertinos”, liberti affrancati, “servos” », schiavi, “reges, exules”. Riflettendo su tali assiomi, diventa palese, per esempio, riconoscere in essi alcune teorie di Eric Fromm (1900 – 1980), il quale parla della “prevalenza dell’avere sull’essere ed evidenzia come la nostra cultura, privilegiando l’economia, la produzione, la quantificazione, tradisce la natura stessa dell’essere umano che è dialogica, cerca la relazione e la realizzazione nel suo essere interiore in relazione con altri”.
Lo scrittore filosofo, dunque, continua a parlare alle nuove generazioni, con sottili puntualizzazioni che trasmettono messaggi di pace e di solidarietà affinchè “tutte le piccole sfumature / che distinguono questi atomi chiamati uomini / non siano segnale di odi e di persecuzione” (Voltaire, 1694 – 1778). Appare chiaro come il Seneca stoico sarebbe ormai una voce lontana, il testimone delle debolezze e della cattiveria umane, invece, è una scintilla sempre accesa …
Il segreto di quest’imperitura di grandezza? L’umiltà, forse, di riconoscere le proprie colpe e le proprie debolezze, tanto è vero che “Si quis itaque ex istis qui philosophiam conlatrant”, se chi infierisce contro i filosofi gli  rinfaccia di parlare “fortius quam vivere”, di “existimare pecuniam necessarium instrumentum <…> et respicere famam …”,  risponde serenamente “non sum sapiens et, ut malivolentiam tuam pascam, nec ero”, non ho raggiunto la saggezza e, per alimentare ulteriormente la tua vis polemica, ti confermo che non arriverò mai alla meta. “Exige itaque a me, non ut optimis par sim, sed ut malis melior », pretendi, piuttosto, che io sia migliore dei più depravati, “hoc mihi satis est, cotidie aliquid ex vitiis meis demere et errores meos obiurgare“, mio obiettivo è soltanto quello di limare ogni giorno parte dei miei vizi <…>. De virtute, non de me loquor <…>, cum potuero, vivam quomodo oportet, il mio discorso è incentrato sulla vera saggezza analizzata in astratto, non su di me (De Vita Beata, 17-18).
Seneca … una fucina di tesori, un prezioso ricettacolo di insegnamenti vitali … Chi prova a farlo scomparire nel silenzio del “quod fuit” distrugge il limite che egli ha posto al nostro agire, aprendo la strada anche a Osvald Splenger (1880 – 1936), il quale, nel suo “Tramonto dell’Occidente” (1922), definisce “l’etica non come l’insieme  dei comandamenti che limitano la libertà, ma la summa delle regole basilari che impediscono il ritorno alla giungla, a un paese che perde la luce ed entra nel tramonto per scomparire”. Attraverso un percorso travagliato, tra i meandri dell’anima dell’uomo contemporaneo, si ritorna, così, alle verità apodittiche dell’incipit …
Ha senso, allora, nell’era della robotica e dell’informatica, studiare le discipline umanistiche? Si muore veramente quando si chiudono gli occhi per l’ultima volta? E’ giusto lasciarsi accecare dai fari abbaglianti della tecnica moderna? No, perché “nessuna civiltà è fiorita su un’isola deserta in mezzo all’oceano e ciascuna di essa ci ha lasciato qualcosa di sé” (Cantarella), anche se è necessario contestualizzare l’asse socio-politico-culturale nel quale un’idea è maturata. Sarebbe impensabile, oggi, accettare l’idea di un “sacer spiritus” non subordinato al precetto evangelico, secondo cui l’uomo, per quanto perfetto possa essere, non può mai essere paragonato a Dio. Seneca, nella fattispecie, ha goduto di grande stima tra gli scrittori cristiani per la coincidenza tra tanti suoi principi etici e la morale cristiana. La saggezza cui Lucilio (Sen., ep. ad Luc., 41, parr. 1-5), e con lui tutta l’umanità, deve aspirare non si deve ricercare in beni caduchi e mutevoli o in gesti esteriori, giacché un dio “sedet intra nos”, giudice e testimone delle nostre espressioni dirette, ispiratore di virtù. Il leit motiv dell’epistola 41, incentrato sul principio secondo il quale “animus et ratio” sono coniugati armonicamente “in animo perfecta”, però, chiarisce la reale distanza che intercorre fra la matrice stoica del filosofo pagano e il messaggio evangelico dell’interiorità cristiana che ferma l’uomo al limite dell’esmesuranza.
E’ vero, “nemo est vir bonus sine deo”, ma le istanze filantropiche della filosofia senecana restano fondamentalmente individualistiche; vi prevale, infatti, la concezione dell’isolamento dell’uomo che percorre il cammino della sapienza per elevarsi al dio. “Hic animus <…> http:\\/\\/psicolab.neto bono nitet nisi suo”, da nessun altra luce risplende se non dalla sua e diventa superiore alla massa che lo circonda, “ex aequo deos”, anzi superiore a essi … Se, infatti, negli spettacoli affascinanti della natura avvertiamo la presenza del divino, “quaedam suspicio religionis percutiet animum”, quale sentimento di venerazione si dovrebbe provare dinanzi al saggio che affronta a testa alta le avversità e non è servo delle passioni? Tale condizione spirituale si sviluppa in climax attraverso il tricòlon del “deus prope est a te, tecum est, intus est”, secondo la concezione stoica del panteismo in base alla quale la πρόνοια, la provvidenza, e il λόγος, la ragione, sono immanenti nel saggio, mentre il Dio cristiano è trascendente. Al di là delle intrinseche differenze, comunque, in tali “sententiae” spicca un atteggiamento liberale e democratico perché tutti possono servirsi della “ratio” per raggiungere l’àυτáρκεια e progredire sulla via della sapienza e, pertanto, “exire et tugurio magnus vir potest, saepe sapientia sub sordido palliolo est” (Terenzio).
Se, dunque, cambiano nel tempo civiltà e costumi, o tramontano popoli e nazioni, le voci del passato restano a tramandare i sentimenti, gli ideali e i disegni degli antichi; bisogna, allora, “tenere bene a mente che le cose meravigliose imparate a scuola sono opere di molte generazioni create a prezzo di infiniti sforzi e dopo appassionato lavoro. Questa eredità è lasciata ora nelle mani delle nuove procreazioni, perché possano onorarla, arricchirla, trasmetterla ai loro figli <…> e così, da esseri mortali, diventeranno immortali mediante il loro contributo al lavoro della collettività (Einstein, 1879 – 1955).

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