La causalità circolare
L’idea è che nelle relazioni non esista un inizio: ciò che una parte fa è insieme risposta e stimolo, e la sequenza si autoalimenta.
Ne segue che chiedersi «chi ha cominciato» sia una domanda mal posta: ciascuno colloca l’inizio in un punto diverso, quello che rende la propria condotta una reazione.
È uno strumento con valore reale. Interrompe la ricerca del colpevole, che nei conflitti simmetrici non porta a nulla, e sposta l’attenzione sulla sequenza: cosa produce cosa, e dove è possibile intervenire.
Corrisponde inoltre a un dato documentato: ciascuna parte ricorda meglio i torti subiti di quelli inflitti, e vede il proprio comportamento come risposta a quello altrui.
Cosa consente di fare
La conseguenza pratica è che qualunque punto della sequenza può essere modificato per interromperla.
Non serve stabilire chi ha ragione, e non serve che entrambi cambino contemporaneamente: la modifica unilaterale di un anello altera l’intero circuito.
È il motivo per cui questi approcci ottengono risultati anche quando una sola parte è disposta a lavorare.
Il limite
Va detto con nettezza, perché è la critica più consistente rivolta a questa impostazione.
La causalità circolare presuppone parti in posizione simmetrica. Dove esiste un’asimmetria di potere, applicarla produce una distorsione grave: attribuisce a chi subisce una quota di responsabilità nel mantenimento della situazione.
Nella violenza domestica questo è documentato come uno degli errori più dannosi. La violenza non è un anello di un circuito: è una scelta di chi la agisce, e leggerla come dinamica relazionale corrisponde esattamente a ciò che chi la agisce sostiene, mi ha fatto arrabbiare, ci facciamo del male a vicenda.
Ne segue che la terapia di coppia e la mediazione sono controindicate in quei casi, e che serve una valutazione del rischio separata prima di qualunque intervento congiunto.
Lo stesso limite vale ovunque esista una disparità strutturale: fra adulto e minore, fra chi ha e chi non ha potere decisionale, in presenza di dipendenza economica.
Come si distinguono i due casi
Il criterio operativo è verificabile e non richiede interpretazione.
In un conflitto simmetrico entrambi possono esprimersi liberamente e nessuno teme conseguenze per ciò che dice.
Dove una parte modifica il proprio comportamento per evitare la reazione dell’altra (dove c’è paura) la simmetria non c’è, e la lettura circolare non è applicabile.
Il conflitto come opportunità
Il testo originale afferma che il conflitto non sia in sé negativo. È vero con una distinzione già formulata.
Il conflitto sul compito (disaccordo su cosa fare e come) può migliorare le decisioni, a condizione di essere espresso in modo non personale.
Il conflitto relazionale (ostilità verso la persona) è associato a esiti peggiori senza eccezioni utili.
E il primo si trasforma nel secondo quando le posizioni diventano identità: da lì il disaccordo non riguarda più la questione, e nessuna tecnica di comunicazione lo riporta indietro.
Ciò che previene la trasformazione è concreto: separare esplicitamente persone e posizioni, assegnare a turno il compito di argomentare contro, e chiudere sempre con una decisione dichiarata.
Domande frequenti
Cos’è la causalità circolare?
L’idea che nelle relazioni ciò che una parte fa sia insieme risposta e stimolo, senza un inizio identificabile. Sposta l’attenzione dalla colpa alla sequenza.
Serve che entrambi cambino?
No: modificare un solo anello altera il circuito. È il motivo per cui questi approcci funzionano anche con una sola parte disponibile.
Vale sempre?
No. Presuppone parti simmetriche: dove c’è asimmetria di potere attribuisce a chi subisce una responsabilità nel mantenimento, ed è particolarmente dannoso nella violenza domestica.
Come si riconosce l’asimmetria?
Dal fatto che una parte modifichi il proprio comportamento per evitare la reazione dell’altra. Dove c’è paura, la lettura circolare non è applicabile.