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Scuola e Intercultura

Breve Estratto

“L’altro che è già entrato nelle nostre comunità, l’altro che chiede di entrare, l’altro che vive nei paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America latina, è una persona come noi che cerca di costruire un suo progetto di vita e contribuisce al cammino di tutta l’umanità”. L’incontro con l’altro è relazione, rapporto, conoscenza reciproca, possibilità di riconoscersi contemporaneamente tutti simili e nello stesso tempo diversi: simili in quanto espressione dell’unica matrice ontologica e diversi in quanto risposte libere e plurali, frutto di scelte culturali, sociali e religiose.
In un tessuto sociale caratterizzato dall’intreccio di varie culture, il confronto e la cooperazione diventano esigenze primarie. Coabitare non basta. Occorre ricercare obiettivi comuni, come antidoto allo scontro distruttivo, per creare assieme una società in cui realizzarsi. La comunità sociale, in effetti, fa ben poco per creare spazi di aggregazione dove agli stranieri sia dato di raccontarsi con voci nuove e antiche. Al contrario la scuola, come luogo privilegiato di incontro, può sviluppare percorsi di riflessione, studio e condivisione. Attraverso una specifica educazione interculturale, bambini e ragazzi possono appropriarsi di atteggiamenti consapevoli di comunicazione e cooperazione.
L’intercultura, infatti, concepisce la cultura non come qualcosa di statico, dai confini rigidi e impermeabili, bensì come spazio di scambio, per giungere ad una più profonda comprensione delle dinamiche sociali che regolano il rapporto tra culture diverse fra loro.
Per una scuola dell’accoglienza
La scuola e il mondo dell’educazione sono attraversati oggi più che mai dal tema della relazione, dell’incontro con gli altri e della gestione delle differenze. Differenze visibili, vissute e diventate pratica quotidiana grazie alla presenza di chi viene da lontano e vive accanto a noi; differenze evocate e introdotte negli spazi di vita dai molteplici spostamenti, dalla comunicazione e dai contatti reali o virtuali con il mondo, con contesti differenti. Nell’esperienza della maggior parte dei bambini, dei ragazzi e degli adulti che vivono nelle città grandi e medie (e sempre di più anche nei piccoli centri) il confronto con storie e biografie che hanno radici altrove (modi diversi di parlare, giocare, pregare, studiare, rappresentare il tempo e lo spazio) è quindi evento diffuso e quotidiano.
Fin dal primo momento, agli inizi degli anni Novanta, quando nella scuola italiana cominciarono a entrare bambini e ragazzi immigrati, fu subito chiaro agli insegnanti che tali presenze dicevano loro molte cose insieme. Parlavano i volti, i colori della pelle, i silenzi, il linguaggio non verbale, le frasi in lingue incomprensibili. Al contempo, gli alunni stranieri, oltre a esprimere le loro incapacità comunicative e i loro bisogni linguistici, erano evocatori di viaggi, stati d’animo, storie personali e riferimenti culturali collocabili all’interno di matrici di senso differenti. La preoccupazione per un problema didattico aggiuntivo si mescolava e si mescola ancor oggi ad atteggiamenti di ricerca e attenzione mirata, a curiosità verso vissuti e “oggetti culturali” a volte opachi e indecifrabili, a incertezze e disorientamenti nei confronti di identità che si formano tra il qui e l’altrove.
L’accoglienza, intesa non solo come fase iniziale, ma come modalità di ascolto e attenzione alla storia di ciascuno che si protrae tutto l’anno, potrà permettere ai ricordi e alla memoria interrotta dei bambini immigrati di emergere così che portino a galla schegge e tracce dei loro ricordi. L’autocensura dell’oblio rischia di precludere ai bambini che hanno attraversato i confini quel processo di ricomposizione che porta alla conquista di una presenza visibile in una nuova patria culturale. Non si tratta di interrogare l’alunno straniero sulla sua storia, ma di offrire a tutta la classe dei sollecitatori efficaci in grado di evocare le differenze e presentarle come un tratto normale della realtà. La scuola è luogo d’incontro di mondi diversi, in essa l’alunno si relaziona con gli insegnanti, con i compagni, s’incontra con molteplici vissuti, alcuni dei quali possono recare modelli culturali, linguistici, religiosi diversi dai propri. Compito fondamentale della scuola è quello di educare il bambino a riconoscere pari diritti e dignità ad ogni essere umano ed a tutte le culture; in tal modo l’educazione s’inserisce in un più vasto progetto di convivenza democratica.
La recente letteratura pedagogica ha prodotto parecchi libri a riguardo, che tentano di fornire linee di azione, principi, suggerimenti, materiali volti a stimolare e facilitare i percorsi educativi degli insegnanti impegnati a formulare un adeguato rapporto con i nuovi bisogni. Un ottica ad ampio raggio, volta a considerare le esperienze di altri paesi, di scuole lontane, può essere utile. Ma soprattutto è un discorso si sensibilizzazione che sembra essere ancora estremamente aperto, volto a ricercare un modello pedagogico che rientri nella “pedagogia delle differenze”.
L’educazione interculturale si basa sul rispetto di tutte le culture e sul riconoscimento ad esse di pari diritti e stessa dignità, secondo i principi di una convivenza democratica. La scuola, infatti, non deve accogliere tutti i soggetti rendendoli omogenei, ma deve assumere l’impegno di valorizzare l’identità culturale di ciascun bambino. La convivenza in un gruppo plurietnico necessita di un dialogo interculturale che deve essere costruito ed incentivato fin dai primi anni della scuola dell’obbligo. La scuola, infatti, è una comunità educativa che riesce a costruire reti sociali che vanno al di là del proprio contesto, cooperando con gli enti locali, le famiglie, le associazioni degli immigrati e le varie organizzazioni. Tale cooperazione è fondamentale al fine di concretizzare i principi della convivenza democratica promuovendo, attraverso il dialogo, la crescita civile e sociale della persona.
Alcune riflessioni
L’interrogativo di base che ci si pone è come si possa venire incontro alle difficoltà degli immigrati per quanto riguarda alcuni aspetti della comunicazione e soprattutto la crescita dei loro figli in Italia. Informazioni sulla scuola, sulla sua organizzazione, sui programmi, sulle possibilità di percorsi individualizzati in relazione a bisogni speciali, potrebbe essere particolarmente utile se la prospettiva di immigrazione riguardi non solo una persona, ma tutto il nucleo famigliare. Spesso queste differenze culturali sembrano solo sfiorarsi senza realmente incontrarsi, senza sforzarsi di smantellare vecchi pregiudizi, costruiti spesso in assenza di una concreta esperienza di relazione con l’altro.
Siamo oggi in una fase dinamica, di costruzione di una relazione interculturale, che, a quanto si può dedurre dalle esperienze di altri paesi europei con una più lunga storia di immigrazione, è tutt’altro scevra di difficoltà e non sempre ci porta a valutazioni ottimistiche.
Nell’ambiente scolastico vi sono innanzi tutto carenze di natura istituzionale, dato che l’approccio interculturale tende ancora a svilupparsi ai margini, nelle scuole plurietniche, nelle situazioni fortemente connotate dalla presenza di allievi stranieri. Solo negli ultimi anni la pedagogia interculturale ha fatto il suo ingresso nella formazione iniziale dei docenti e nei percorsi di studio universitari. Per quanto riguarda il contesto nel quale le azioni si realizzano, vi sono talvolta logiche istituzionali diverse, messaggi contraddittori che provengono dalla scuola e dal territorio e il progetto rischia di rappresentare una sorta di isola sganciata dall’ambiente circostante, dalle sue chiusure, difese, timori. Spesso i progetti interculturali risentono fortemente della mancanza di tempo da parte dei docenti da dedicare alla programmazione, l’ accompagnamento e la riflessione sulle azioni , alla valutazione in itinere e finale e possono allora assumere il carattere del milintantismo non sempre condiviso.
Spesso le pratiche e i progetti interculturali hanno finora agito più negli interstizi che nell’impianto complessivo della pedagogia e della didattica, con meno incisività sull’impianto disciplinare globale, sull’innovazione metodologica dell’insegnamento/apprendimento per tutti e per ciascuno e sul modello organizzativo della scuola.
Bibliografia
Monografia
Pinter A. (2003), Immigrati. Comunicazione ed educazione, Edizioni ETS (Pisa);
Riviste
Favaro A., Fare posto alle storie, in Sesamo didattica Interculturale, Ottobre 2010 n. 1, Giunti Scuola Edizioni (Firenze);
Galli I., Sommella D., Fasanelli R., S-compagni di classe, in Psicologia e Scuola,
Marzo-Aprile 2010 n. 8, Giunti Scuola Edizioni (Firenze);
Sitografia
http://www.indire.it/intercultura/approfondimento.php
http://www.adolescenza.org/interculturale.pdf

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