Il nucleo del modello
La proposta formativa presentava un modello di intervento sviluppato in ambito clinico e poi esteso a consulenza organizzativa, scolastica e sportiva.
Il presupposto centrale è dichiarato senza ambiguità: davanti a un problema si tende a cercarne la spiegazione anziché la soluzione, mentre (secondo questa prospettiva) sono le soluzioni a spiegare il problema e non il contrario.
L’effetto rivendicato è liberare chi affronta il problema dal pensiero lineare causale, spostando l’attenzione dal passato al presente.
Il concetto davvero utile
Al di là della formulazione, l’elemento più solido è quello che compare in una delle giornate: le tentate soluzioni che diventano esse stesse il problema.
Il meccanismo è riconoscibile e ben documentato. Chi teme di avere un attacco di ansia evita le situazioni in cui potrebbe accadere; l’evitamento riduce l’ansia nell’immediato e la conferma nel tempo, restringendo progressivamente lo spazio di vita. Chi teme di non essere all’altezza controlla ogni dettaglio, e il controllo aumenta il carico che rende più probabile l’errore temuto.
In entrambi i casi il comportamento è ragionevole e produce sollievo immediato: è precisamente per questo che si mantiene.
Il valore pratico di questa lettura è enorme, perché indica dove guardare: non a cosa ha originato il problema (spesso irrecuperabile e comunque non modificabile) ma a cosa lo sta alimentando adesso, che è invece nella disponibilità della persona.
Dove la formulazione va corretta
L’idea che la spiegazione sia inutile è però eccessiva, e conviene dirlo.
Esistono problemi in cui capire la causa è esattamente ciò che serve: un errore ricorrente in un processo, un vincolo strutturale, una condizione medica. Rinunciare per principio alla comprensione in nome della pragmaticità significa trattare come intervento ciò che a volte è un’inchiesta.
La formula corretta è più modesta e più utile: quando la spiegazione non conduce a un cambiamento, conviene smettere di cercarla e osservare i comportamenti in atto.
Le tecniche
Il programma proponeva strumenti operativi riconoscibili, in buona parte condivisi con gli approcci orientati alla soluzione:
- la ricerca delle eccezioni: individuare i momenti in cui il problema non si presenta, e capire cosa li distingue;
- lo scenario oltre il problema: descrivere concretamente come sarebbe la situazione se fosse risolta;
- la tecnica del come peggiorare: chiedersi cosa si dovrebbe fare per aggravare la situazione;
- il frazionamento degli obiettivi complessi in passaggi minimi;
- la scala di autovalutazione per misurare gli spostamenti.
Le due più efficaci
La ricerca delle eccezioni funziona perché sposta la conversazione da una descrizione totalizzante (“va sempre male”) a un’osservazione differenziata. Le eccezioni esistono quasi sempre e passano inosservate proprio perché non confermano la narrazione.
La tecnica del peggioramento è più sottile: elencare come rendere peggiore la situazione produce, quasi sempre, la lista di ciò che si sta già facendo. È un modo indiretto per riconoscere le proprie tentate soluzioni senza doverle ammettere, cosa che frontalmente risulta difficile.
La parte che richiede cautela
Una porzione consistente del programma riguardava tecniche di persuasione: domande a illusione di alternativa, parafrasi ristrutturanti, evocazione di sensazioni, gestione dello sguardo, della postura, della distanza, della voce; e, tra gli obiettivi dichiarati, la costruzione del carisma personale e la capacità di rendere efficaci le proprie parole.
Perché va guardata con attenzione
Non perché queste tecniche non funzionino (alcune hanno effetti reali) ma per una questione di finalità.
In un contesto terapeutico, aggirare la resistenza di una persona ha una giustificazione: chi si rivolge a un professionista ha chiesto aiuto per cambiare qualcosa che da solo non riesce a modificare, e ha dato il proprio consenso.
Trasferite in un contesto organizzativo o commerciale, le stesse tecniche cambiano natura: chi le subisce non ha chiesto di essere influenzato e spesso non sa che lo si sta facendo. Una domanda costruita per condurre a una risposta predeterminata, presentata come domanda aperta, è a tutti gli effetti una manipolazione, anche quando l’esito è considerato desiderabile da chi la pone.
Va aggiunto che l’efficacia di alcune di queste tecniche è più asserita che dimostrata: le prove sul controllo deliberato del linguaggio non verbale come strumento di persuasione sono deboli, e l’idea che il carisma sia una competenza addestrabile per moduli è, allo stato, una promessa commerciale più che un risultato di ricerca.
Sulle qualifiche
Una precisazione necessaria: il diploma descritto come internazionale e dotato di valore professionale è un attestato privato, rilasciato dall’ente organizzatore.
Non conferisce alcuna abilitazione riconosciuta dall’ordinamento italiano, e in particolare non autorizza chi non è psicologo o psicoterapeuta a svolgere attività riservate a quelle professioni: valutazione, diagnosi, trattamento del disagio psicologico.
La distinzione è tanto più rilevante in quanto il modello presentato nasce nel trattamento di quadri clinici significativi: disturbi alimentari, fobie, attacchi di panico. Le tecniche possono essere le stesse; il contesto in cui è lecito applicarle no.
Domande frequenti
Cosa sono le tentate soluzioni?
I comportamenti messi in atto per risolvere un problema che finiscono per mantenerlo. Sono efficaci nell’immediato (l’evitamento riduce l’ansia subito) e proprio per questo si consolidano, aggravando la situazione nel tempo.
È vero che non serve capire le cause di un problema?
È una formulazione eccessiva. Per alcuni problemi la comprensione della causa è esattamente ciò che serve. La versione utile è più modesta: quando la spiegazione non produce cambiamento, conviene osservare i comportamenti in atto.
Perché funziona chiedersi come peggiorare la situazione?
Perché l’elenco di ciò che aggraverebbe il problema coincide quasi sempre con ciò che si sta già facendo. È un modo indiretto di riconoscere le proprie tentate soluzioni, difficile da ottenere in modo frontale.
Un diploma di questo tipo abilita a fare interventi psicologici?
No. È un attestato privato dell’ente che lo rilascia: non conferisce abilitazioni riconosciute e non autorizza a valutare, diagnosticare o trattare il disagio psicologico, attività riservate a psicologi e psicoterapeuti iscritti all’albo.