Psicoterapia e Psicoanalisi

Ruoli Lavorativi e Ruoli Familiari

La crescente presenza delle donne nel mercato del lavoro non ha cancellato le asimmetrie di genere dentro le famiglie: il lavoro domestico e la cura restano in gran parte sulle loro spalle. Ne deriva la “doppia presenza”, una sovrapposizione di ruoli, lavoratrice, moglie e madre, che comprime il tempo per sé e alimenta sensi di […]

Psicolab — Ruoli Lavorativi e Ruoli Familiari
La crescente presenza delle donne nel mercato del lavoro non ha cancellato le asimmetrie di genere dentro le famiglie: il lavoro domestico e la cura restano in gran parte sulle loro spalle. Ne deriva la “doppia presenza”, una sovrapposizione di ruoli, lavoratrice, moglie e madre, che comprime il tempo per sé e alimenta sensi di colpa. Questo articolo analizza il divario nella distribuzione del lavoro familiare, gli ostacoli, le differenze territoriali e il difficile equilibrio tra realizzazione professionale e vita familiare.

La “doppia presenza” e il lavoro mal diviso

La crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro italiano mette in discussione i livelli di emancipazione femminile, senza però implicare cambiamenti repentini nella distribuzione dei compiti domestici, nell’approccio tradizionale ai ruoli sociali e nelle asimmetrie di genere all’interno delle famiglie. Nei Paesi europei, le madri occupate a tempo pieno dedicano alla cura dei figli e al lavoro familiare il doppio del tempo dei padri.

In Italia, in particolare, il lavoro familiare è ancora “mal diviso”: quello domestico è considerato responsabilità della donna, indipendentemente dal fatto che abbia un’occupazione extra-domestica più o meno impegnativa. Il tempo dedicato al lavoro familiare resta cospicuo, e la donna deve organizzarsi su entrambi i fronti, elaborando strategie originali e creative per destreggiarsi tra risorse e vincoli. La “doppia presenza” in famiglia e nel lavoro evidenzia i ruoli di lavoratrice, moglie e madre, che accumulano un consistente ammontare di lavoro giornaliero: il 53% delle donne in coppia con figli dichiara di lavorare più di 60 ore a settimana, contro il 17% dei padri. La scarsa condivisione del lavoro familiare comprime il tempo per sé, tanto che il 58,5% delle lavoratrici con figli fino a 13 anni è insoddisfatta del proprio tempo libero.

Segnali di cambiamento e freni culturali

L’asimmetria di genere nella distribuzione del lavoro familiare e della cura dei figli sembra diminuire nelle nuove generazioni, con segnali di novità sull’impegno paterno. L’equiparazione è sancita dalla legge n. 53 del 2000, che riconosce sia alla madre sia al padre il diritto di assentarsi dal lavoro per la cura del figlio; ma, nonostante la normativa sia necessaria al cambiamento, i freni culturali inducono la donna a sovraccaricarsi del lavoro familiare. Lo stipendio della donna sposata è spesso considerato un’integrazione di quello del marito, e si ritiene logico che lei abbandoni l’impiego in caso di trasferimento della famiglia o di avanzamento occupazionale del coniuge.

Le difficoltà maggiori all’integrazione paritaria nel mercato del lavoro derivano però dai sensi di colpa che nascono nella donna per le difficoltà di essere presente nella crescita dei figli. Questa questione è rafforzata dall’insufficienza delle strutture sociali, che non prevedono una flessibilità di orario adeguata e comportano rette capaci di assorbire gran parte dello stipendio della madre. Un’altra variabile che incide sulla presenza della donna nel lavoro è la gestione e la cura degli anziani o dei parenti malati.

La famiglia come “ammortizzatore sociale”

Le strutture dedicate e l’assistenza domiciliare ad anziani e disabili sono poco diffuse e riservate ai casi in cui non ci sono familiari che possano prendersene cura. Inoltre, lo Stato in Italia, più che fornire servizi alle famiglie, trasferisce loro redditi monetari sotto forma di sussidi e pensioni che aumentano il reddito familiare, ma scaricano una gran quantità di lavoro di cura sulla famiglia, cioè sulle donne sposate, costrette a restare in casa o, se orientate al lavoro, a scaricarlo a loro volta su altre donne, parenti o salariate.

La carenza dei servizi sociali è uno dei principali ostacoli alla piena realizzazione occupazionale e di carriera della donna. In Italia la famiglia continua a essere vista come il principale ammortizzatore sociale, e si insiste a considerare la donna la principale responsabile della cura di figli e anziani. Di conseguenza, invece di attivare servizi collettivi, si preferisce dare contributi economici: invece di costruire case-famiglia per anziani o persone con disabilità, si aiuta economicamente la donna, integrando con un sussidio relativamente basso il mancato reddito da lavoro.

Differenze territoriali

Esistono anche differenze territoriali. Le donne del Nord-Est vivono una situazione di maggiore sviluppo dell’occupazione femminile, maggiore diffusione del part-time e del lavoro a tempo determinato, ma minore consistenza delle reti di aiuto informale e minore diffusione dei servizi sociali e delle baby-sitter. Sono quindi molto sovraccaricate dal lavoro di cura ed extra-domestico, ma con condizioni di lavoro relativamente più flessibili rispetto alle donne del Sud. Queste ultime sono svantaggiate su tutti i fronti, lavoro, reti e servizi: meno presenti sul mercato del lavoro e, quando lavorano, meno supportate, pur con maggiori carichi familiari, più figli e genitori anziani spesso in peggiori condizioni di salute.

Dove il lavoro di cura resta appannaggio femminile, si ignora la propensione della donna ad affermarsi nella sfera lavorativa e le si attribuisce come scontata la vocazione prioritaria ad accudire la famiglia. Al disagio psicologico si affianca quello economico: le donne che si dedicano al lavoro domestico, pur costituendo una risorsa per il patrimonio familiare, sono private di un compenso che le aiuterebbe a non vivere come eterne “mantenute”.

La famiglia come risorsa e la via dell’equilibrio

Va però riconosciuto alla famiglia anche il ruolo di risorsa, in particolare se la donna vi investe e affronta le richieste familiari con un alto grado di flessibilità. Fino a un decennio fa, alcune donne erano troppo rigide sulle responsabilità familiari per rispondere alla flessibilità del mercato del lavoro; altre, al contrario, erano troppo flessibili verso il lavoro familiare per rispettare le rigidità dei curriculum lavorativi. Oggi quasi tutte hanno compreso che una via di mezzo è la soluzione ideale per non rinunciare alla realizzazione professionale. Investire nel lavoro conciliandolo con la vita familiare, pur richiedendo impegno su più fronti, permette alle donne di dimostrare la propria capacità di destreggiarsi tra circostanze molto diverse.

Domande frequenti

Cos’è la “doppia presenza”?

È la condizione delle donne che sommano il ruolo di lavoratrice a quelli di moglie e madre, accumulando un carico giornaliero molto elevato. Nasce dal fatto che, pur lavorando, restano le principali responsabili del lavoro domestico e di cura.

Perché in Italia il lavoro familiare è ancora “mal diviso”?

Per freni culturali che considerano il lavoro domestico responsabilità della donna e il suo stipendio come integrazione di quello del marito. Anche la legge sui congedi parentali, pur equiparando i genitori, non ha superato queste convinzioni radicate.

Quali ostacoli limitano la carriera delle donne?

La scarsa condivisione del lavoro familiare, i sensi di colpa legati alla cura dei figli, l’insufficienza dei servizi sociali e delle strutture per anziani, e rette che assorbono gran parte dello stipendio. La famiglia funge da ammortizzatore sociale, a carico soprattutto delle donne.

Ci sono differenze tra Nord e Sud?

Sì. Al Nord-Est c’è più occupazione femminile e più flessibilità, ma meno reti informali e servizi. Al Sud le donne sono svantaggiate su tutti i fronti: meno presenti nel lavoro e meno supportate, con maggiori carichi familiari e più figli.

La maggiore presenza delle donne nel lavoro non ha eliminato le asimmetrie di genere in famiglia: la “doppia presenza” comprime il tempo per sé e alimenta sensi di colpa. In Italia la famiglia resta il principale ammortizzatore sociale, a carico soprattutto delle donne, in un contesto di servizi carenti e differenze territoriali. La via dell’equilibrio, tra rigidità e flessibilità, permette di non rinunciare alla realizzazione professionale, ma servirebbero servizi collettivi e una reale condivisione del lavoro di cura.
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