Psicoterapia e Psicoanalisi

Ruoli Lavorativi e Ruoli Familiari

La crescente partecipazione delle donne nel mercato del lavoro Italiano mette in discussione i livelli di emancipazione femminile pur non implicando repentini cambiamenti nella distribuzione dei compiti domestici, nell’approccio tradizionale ai ruoli sociali, nelle asimmetrie di genere all’interno delle famiglie.

Nei paesi europei le madri occupate a tempo pieno dedicano alla cura dei figli e ad altri lavoratori familiari il doppio del tempo dei padri.
In particolare, in Italia il lavoro familiare è ancora «mal diviso»[1]: quello domestico è considerato responsabilità della donna, indipendentemente dal fatto che abbia un’occupazione extra-domestica più o meno impegnativa in termini di tempo e di coinvolgimento emotivo.
Recenti studi hanno constatato che il tempo dedicato al lavoro famigliare resta cospicuo[2], per cui la donna deve organizzasi, sia sul fronte lavorativo sia su quello familiare, ed elaborare strategie originali e creative per destreggiarsi tra risorse e vincoli.
La «doppia presenza» in famiglia e nel lavoro evidenzia i ruoli della donna come lavoratrice, moglie e madre che accumula un consistente ammontare di lavoro giornaliero.
Se si considera il lavoro extra-domestico, il 53 per cento delle donne in coppia con figli dichiara di lavorare più di 60 ore a settimana contro il 17 per cento dei padri.
La scarsa condivisione del lavoro familiare con il partner e il forte schiacciamento del tempo per sé che ne deriva per le donne, fa sì che il 58,5 per cento delle lavoratrici con figli fino a 13 anni sia insoddisfatta della fetta di tempo libero[3] riservata a se stesse.
L’asimmetria di genere nella distribuzione del lavoro familiare e della cura dei figli sembra diminuire nelle nuove generazioni, che fanno emergere segnali di novità per quel che concerne l’impegno paterno.
L’equiparazione è evidenziata dalla legge n.53 del 2000, che riconosce tanto alla madre quanto al padre, il diritto ad assentarsi dal lavoro per la cura del figlio ma, nonostante la normativa si sia posta come necessaria al fine del cambiamento, i freni culturali inducono la donna a sovraccaricarsi del lavoro familiare.
Infatti, lo stipendio della donna sposata è considerato un’integrazione di quello del marito e si ritiene logico che la donna abbandoni l’impiego qualora la famiglia debba trasferirsi o nell’eventualità di un avanzamento occupazionale del coniuge[4].
Ma le più forti difficoltà all’integrazione paritaria nel mercato del lavoro derivano dai sensi di colpa che nascono nella donna a seguito delle difficoltà di essere presenti nella crescita di figli.
Tale questione è rafforzata dall’insufficienza delle strutture sociali, che per di più non prevedono una flessibilità di orario adeguata alla maggiore differenziazione negli orari di lavoro e comportano rette di iscrizioni da assorbire in larga parte lo stipendio della madre.
Un’altra variabile che incide sulla presenza della donna nel mercato lavoro è la gestione e la cura degli anziani o dei parenti malati.
«Le strutture dedicate e l’assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili sono poco diffuse e riservate soltanto ai casi in cui non vi sono familiari che possono prendersi cura di loro. Inoltre, lo Stato in Italia, più che fornire servizi alle famiglie, trasferisce loro redditi monetari sotto forma di sussidi e pensioni che aumentano il reddito familiare, ma scaricano una gran quantità di lavoro di cura sulla famiglia, cioè sulle donne sposate, che sono costrette a “restare in casa” o, se orientate al lavoro, a scaricarlo a loro volta su altre donne, parenti o salariate[5]
 
La carenza dei servizi sociali è indubbiamente uno dei principali ostacoli alla piena realizzazione occupazionale e di carriera della donna.
Oggi, in Italia, la famiglia[6] continua ad essere vista come il principale ammortizzatore sociale, e si insiste a vedere nella donna la principale responsabile della cura dei figli e degli anziani. Di conseguenza, si tralascia di attivare tutti quei servizi destinati alla gestione sociale, collettiva, di tali problemi e si predilige dare contributi a chi ne ha bisogno. Così, invece di costruire case-famiglia per anziani o per i soggetti diversamente abili, si preferisce aiutare economicamente la donna, in modo da integrare con un sussidio, peraltro relativamente basso, il mancato introito da lavoro.
Esistono, inoltre, differenze territoriali: le donne del Nord Est vivono una situazione di maggiore sviluppo dell’occupazione femminile, maggiore diffusione del part-time[7], maggiore diffusione di lavoro a tempo determinato, minore consistenza delle reti di aiuto informale e minore diffusione sia dei servizi sociali che delle   baby-sitter.
In sostanza, le donne lavoratrici del Nord-Est sono molto sovraccaricate, a seguito del lavoro di cura ed extra-domestico, ma le loro condizioni di lavoro sono relativamente più flessibili (e quindi più agevoli) rispetto a quelle delle donne lavoratrici del Sud. Queste ultime sono molto svantaggiate su tutti i fronti: quello del lavoro, delle reti e dei servizi. Sono cioè meno presenti sul mercato del lavoro e nel momento in cui lavorano sono generalmente meno supportate, pur in presenza di maggiori carichi familiari e di un numero medio di figli più alto, devono farsi carico maggiormente dei propri genitori anziani in peggiori condizioni di salute.
Ovviamente in situazioni in cui il lavoro di cura e di servizio[8] permane ad appannaggio femminile si ignora la propensione della donna ad affermarsi nella sfera lavorativa, e le si attribuisce in modo scontato la vocazione prioritaria di accudire la famiglia.
Al disagio psicologico femminile si affianca quello economico e le donne che si dedicano al lavoro domestico, pur costituendo una risorsa per il patrimonio familiare[9], sono private di un compenso che potrebbe aiutare ciascuna di loro a non vivere in una situazione da eterne «mantenute».
Complessivamente va riconosciuto alla famiglia anche la possibilità di essere una risorsa, in particolar modo se la donna fa un investimento rispetto a quest’ultima e segue le richieste familiari su un alto grado di flessibilità.
Fino a un decennio fa alcune donne sono state troppo rigide alle responsabilità familiari per far fronte alle richieste della flessibilità del mercato del lavoro. Altre, invece, sono state troppo flessibili rispetto alla domanda del lavoro familiare per rispettare le rigidità dei curriculum lavorativi. Oggi quasi tutte hanno recepito che una via di mezzo è la soluzione ideale per non rinunciare alla realizzazione professionale. Così investire nel lavoro conciliando la vita famigliare, seppur implica l’impegno su più fronti, permette di dimostrare le abilità fisiche e psichiche femminili nel riuscire a destreggiarsi in circostanze globalmente diverse.

Immagine di Rosita Filardi

Rosita Filardi

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