Il presupposto
Antropologia della salute ed etnomedicina vengono presentate come riferimenti per una revisione della prassi medica.
Il loro approccio, culturalmente orientato, propone un percorso clinico integrato, che non si limiti a una visione strettamente biologica della persona ma consideri cinque dimensioni:
- quella organica;
- quella psichica;
- quella mentale;
- quella ecologica;
- quella culturale.
La malattia come categoria culturale
Il nucleo teorico più solido della disciplina è questo.
Gli studi hanno mostrato come mente, emozioni, personalità, corpo e persino gli organi interni siano avvertiti anche come categorie culturali, e come la percezione del dolore e il riconoscimento della malattia siano in parte processi appresi attraverso i rapporti sociali.
La ricerca etnomedica ha documentato in che misura la sofferenza sia un’esperienza socialmente costruita, in accordo con i presupposti culturali sulla malattia da un lato e con le norme di comportamento dall’altro.
È un’acquisizione seria, e verificabile: le soglie di espressione del dolore, ciò che si considera sintomo, il momento in cui si decide di consultare un medico variano sensibilmente tra contesti diversi. Non varia la lesione, varia tutto ciò che le sta attorno.
Il caso della psichiatria
L’argomento più incisivo riguarda la diagnosi psichiatrica.
Le diagnosi si basano in larga parte su un resoconto verbale: ciò che la persona riferisce dei propri pensieri, affetti, rancori. Si tratta quindi del punto di vista di chi soffre, articolato in un linguaggio necessariamente mediato dalle forme simboliche della cultura di appartenenza.
Nella maggior parte del proprio lavoro clinico, osserva il testo, lo psichiatra incontra manifestazioni di dolore più che segni fisici inequivocabili: comportamenti ed espressioni di malessere che sono, in ultima analisi, realtà linguistiche e culturali.
È un rilievo che la psichiatria contemporanea ha in buona parte recepito, per esempio nell’attenzione ai cosiddetti idiomi culturali della sofferenza.
Un punto da maneggiare con cura
Il testo afferma che ogni guarigione sarebbe sempre un’auto-guarigione, e che il processo terapeutico avrebbe il dovere di trasferire le competenze dello specialista al paziente.
Qui serve una distinzione netta.
Nella sua versione difendibile, l’affermazione significa che l’esito di molti percorsi dipende anche dalla partecipazione attiva della persona: aderenza alle indicazioni, comprensione di ciò che sta accadendo, senso attribuito all’esperienza. Su questo la letteratura è d’accordo.
Nella sua versione letterale, però, l’affermazione è falsa e potenzialmente dannosa: un’infezione batterica non si risolve per auto-guarigione, e attribuire alla persona la responsabilità dell’esito di una malattia grave produce colpevolizzazione, non empowerment. La partecipazione del paziente è una risorsa che si aggiunge al trattamento, non una che lo sostituisce.
Temi e campi d’indagine
Le linee di lavoro indicate sono ampie. Tra le principali:
- l’interpretazione di malesseri e malattie e i sistemi di difesa della salute nelle diverse civiltà;
- la pluralità dei saperi e delle figure di operatori di salute, dagli sciamani ai medici occidentali;
- la questione dell’efficacia delle terapie rituali negli orizzonti magico-religiosi;
- la calibrazione dei servizi sanitari nelle società multiculturali;
- le tecniche del corpo (sogno, estasi, possessione e altri stati di coscienza) e i processi di condizionamento socio-culturale.
Sul terzo punto è opportuno precisare che studiare l’efficacia percepita di pratiche rituali significa indagare i meccanismi psicologici e sociali che vi operano, non validarle come trattamenti.
Gli oggetti concreti
I campi d’indagine indicati includono i fattori sociali nei processi di salute e malattia, le rappresentazioni collettive della corporeità, l’alimentazione, la gestione domestica della salute e i successivi itinerari terapeutici, le immagini associate ai farmaci e alle procedure, e i rapporti e le reciproche attese tra medico e paziente.
Quest’ultimo tema viene esplicitamente collegato all’intensificarsi dei flussi migratori: un sistema sanitario che non comprende come i propri utenti descrivono ciò che sentono diagnostica peggio. È l’argomento più pratico a favore di questo approccio.
L’obiettivo
La finalità dichiarata è promuovere una cultura della salute (negli operatori e nella popolazione) intesa come consapevolezza dei processi oggettivi e soggettivi coinvolti, e come base di una partecipazione attiva alla sua difesa.
Il tutto in un mondo globalizzato in cui coesistono e si intrecciano molteplici sistemi medici, e in cui gli utenti ricorrono in parallelo a offerte di salute molto diverse tra loro.
Domande frequenti
Cos’è l’antropologia della salute?
Una disciplina che studia i fattori sociali e culturali coinvolti nei processi di salute e malattia, considerando la persona in cinque dimensioni: organica, psichica, mentale, ecologica e culturale.
In che senso la malattia è una categoria culturale?
Nel senso che la percezione del dolore, il riconoscimento del sintomo e il modo di comunicarlo sono in parte appresi socialmente. Non varia la lesione biologica: varia tutto ciò che le sta attorno.
È vero che ogni guarigione è un’auto-guarigione?
Solo in senso limitato: la partecipazione attiva della persona incide sull’esito di molti percorsi. Preso alla lettera è falso e dannoso, un’infezione non si risolve da sé, e attribuire al paziente la responsabilità dell’esito produce colpevolizzazione.
Perché questo approccio è utile ai servizi sanitari?
Perché un sistema che non comprende come i propri utenti descrivono ciò che sentono diagnostica peggio. È l’argomento più concreto, tanto più rilevante in società multiculturali.