Psicoterapia e Psicoanalisi

Riabilitazione Equestre ed Ippoterapia

Il fatto che il cavallo sia stato fondamentale per la storia dell’uomo e per lo sviluppo della società moderna, è insufficiente, di per sé, a spiegare quel legame particolare, carico di valenze simboliche, di connotazioni emotive ed affettive, che lo lega all‘uomo.
Considerato sacro in alcune culture, ha indotto uomini di scienza del calibro di Freud e Jung ad occuparsi di lui e della ricca simbologia che evoca nell’uomo: nello stesso momento simbolo ed archetipo della madre, intesa come colei che porta, e simbolo paterno, come incarnazione e specchio di forza, potenza, libertà, evasione, il cavallo è capace di risvegliare in coloro che lo avvicinano grande emozione.
Cavalcare porta benessere psicofisico: è un dato di fatto, apparso evidente sin dall’antichità. Ippocrate di Coo, vissuto in Grecia tra il quinto ed il quarto secolo avanti Cristo, prescriveva ai propri pazienti di montare a cavallo per curare ansia ed insonnia.
La riabilitazione equestre, seppur praticata, diventò oggetto di attenzione e di studio solo con Liz Hartnell, atleta colpita da poliomielite, per ben due volte medaglia d’argento olimpionica di dressage (1952 e 1956).
Nel 1982, in occasione del 4th International Therapeutic Riding Congress di Amburgo, si stabilì che la riabilitazione equestre fosse suddivisa in tre diverse metodologie d’intervento terapeutico: la prima, definita “ippoterapia”, riservata a disabili incapaci di mantenere la posizione in sella e di condurre il cavallo in modo autonomo; la seconda, chiamata “Rieducazione equestre”, che vede il cavaliere impegnato nella conduzione attiva del cavallo sotto il controllo del terapista. Ed infine la terza metodologia, detta “Equitazione sportiva per disabili”, in cui il cavaliere gode di grande autonomia nella conduzione e gestione del cavallo, svolgendo praticamente attività di maneggio, scuderia ed anche, a volte, agonistica.
Al di là di ogni considerazione scientifica, metodologica e dottrinaria, ciò che colpisce della riabilitazione equestre è la qualità e quantità dei risultati: soggetti affetti da patologie, le più diverse ed anche gravi, con i cavalli hanno avuto una regressione parziale o totale del quadro patologico. Tra l’altro, ha portato a risoluzione di deviazioni della colonna vertebrale, raggiungimento di una forza muscolare adeguata, coordinazione semplice e complessa dei movimenti, miglioramenti in chi soffre di disturbi del linguaggio (dislalia semplice e combinata; balbuzie; etc.), disturbi del comportamento; ritardo dello sviluppo psicomotorio; deficit dell’apprendimento e dell’attenzione; autismo, ipercinesia, psicosi adesiva. I risultati positivi si riscontrano anche in un’ampia tipologia di disabilità, sindromi autistiche e regressive, primitive o di impianto, sindrome di Down, sindromi psicotiche e/o schizofreniche, sindromi borderline.
Come mai la terapia a cavallo funziona così tanto e così bene?
Cavalcare stimola nell’uomo risposte fisiche e motorie, intellettive, emozionali; profondamente coinvolgente, il cavallo ha la caratteristica di vivere, e far vivere, solo l’attimo presente, e di accettare integralmente la persona che vi si relaziona.
Per comprenderne il comportamento, sono utili alcune considerazioni: in natura, il cavallo è una preda e sopravvive solo in branco, rispettandone gerarchie e regole, dato che chi trasgredisce le norme viene allontanato dal gruppo ed è destinato a morire. Ubbidisce al capo-branco, ed attua atteggiamenti di sottomissione per ottenerne la benevolenza.
Con queste premesse, è facile comprendere che al momento in cui il cavallo sceglie come leader l’uomo, si adegua alle regole che egli pone, rispettandolo, avvicinandosi con fiducia, abbandonandosi al suo volere, mostrando accettazione.
Ed è altrettanto facile comprendere come un rapporto di questo tipo, con un animale simbolo di forza e di potenza, stimola autostima e fiducia nelle proprie capacità. Spesso il disabile si percepisce nella società inadeguato, meno abile. Per il cavallo, al più, è abile in modo diverso. Migliore di coloro che, forti della propria “normale” abilità, cavalcano insieme all’animale la loro arrogante spavalderia. E l’accettazione incondizionata che il cavallo riserva spesso muta il modo di percepirsi e di relazionarsi con sé stessi e con il mondo.
Rapportarsi con il cavallo significa imparare ad instaurare una comunicazione che vada oltre le consuete barriere comunicative intrasociali, centrare l‘attenzione sui suoi bisogni e sul suo benessere, superando egocentrismo e sviluppando volontà, autodeterminazione, senso e rispetto di sé e dell’altro. E’ stimolo continuo all’esercizio di una leadership autorevole e gentile. E’ mezzo per trovare il confine, fisico e psicologico, della propria identità e della propria esistenza.
Da un punto di vista prettamente motorio, i suoi movimenti ritmici inducono un rilassamento del tono muscolare, riportando la mente del cavaliere alla ritmicità del battito cardiaco percepito durante la vita intrauterina, e riproducendo il movimento bascullante della deambulazione normale.
L’adeguamento continuo dell’assetto e della posizione in sella ai movimenti del cavallo richiede e stimola coordinazione motoria ed equilibrio, ed induce un valido rafforzamento muscolare.
Il senso di sé nello spazio e nel tempo, così come le capacità di orientamento, di reazione, di attenzione, di concentrazione e di coordinazione motoria sono continuamente e naturalmente stimolate nell’esecuzione di esercizi in maneggio.
E tutto ciò, avviene con emozione, con divertimento: andare a cavallo è piacere puro, è vento sulla pelle, è correre veloce, è energia, è vita.
Ritengo fondamentale che la sessione di ippoterapia avvenga in totale sicurezza per il disabile, con cavalli collaborativi, tranquilli, perfettamente addestrati. Cavalcare animali che abbiano scelto di unirsi all’uomo, riconoscendogli autorità e rispetto la percepisco come unica garanzia di affidabilità, di stabilità emotiva e di capacità di empatia. L’equitazione tradizionale a volte non attribuisce valore ed importanza sufficienti a questo aspetto: ancora oggi, c’è chi addestra i cavalli con metodi violenti.
Le recenti scoperte dell’etologia, ed anni di pratica, attestano l’importanza determinante che ha impostare il sistema di doma, comunicazione ed addestramento in modo che il cavallo riconosca la leadership dell’addestratore e ne segua regole e principi.
Esistono delle controindicazioni alla riabilitazione equestre, da valutare nel singolo caso, sia come patologia associata, sia come grado o livello della malattia principale: schematicamente, non è indicata in soggetti che hanno instabilità o malformazioni del rachide, scoliosi gravi, miastenia, atassie gravi, fragilità ossea ed in alcune patologie psichiatriche in cui siano presenti fobie, sia per l’animale che per l’altezza, attacchi di panico, scompensi acuti, crisi epilettiche frequenti.
In questi anni, i successi ottenuti sono stati tanti: molti dei ragazzi possono essere indicati come casi del tutto recuperati sia dal punto di vista fisico, psichico, mentale e sociale.
E, mi permetto di aggiungere, sono dell’idea che unire l’utilità e l’efficacia di una terapia, al divertimento di uno sport, alla straordinaria esperienza di un’amicizia con un animale possa essere una strada che vale la pena di percorrere, nel cammino verso il miglioramento. Qualunque cosa possa significare il miglioramento.

Immagine di Valentina Ristori

Valentina Ristori

Aggiungi commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.