L’origine del termine
Il testo ricorda che la parola viene dalla fisica e indica la capacità di un materiale di assorbire urti senza rompersi: con l’osservazione che il diamante è durissimo e fragile agli urti, mentre metalli meno duri li assorbono.
L’analogia è efficace e vale la pena estrarne il punto che di solito sfugge: durezza e resistenza agli urti sono proprietà diverse, e in parte opposte.
Trasferita alle persone, l’immagine suggerisce che chi non cede sotto pressione non è chi non si piega, ma chi si piega senza spezzarsi. È una distinzione che contraddice la retorica corrente sulla forza.
Cosa dice la ricerca
Il concetto è tra i più studiati degli ultimi decenni, e alcuni risultati contraddicono il modo in cui viene presentato nel testo.
Non è eccezionale
Gli studi longitudinali su popolazioni esposte a eventi gravi indicano che la traiettoria più frequente non è il crollo seguito da recupero, ma il mantenimento di un funzionamento stabile con una perturbazione transitoria.
La resilienza non è quindi la caratteristica di una minoranza dotata: è l’esito più comune. Ciò che richiede spiegazione, semmai, è la traiettoria opposta.
La formulazione del testo (che la associa a chi ottiene prestazioni superiori e a chi ricopre ruoli di alta responsabilità) va quindi corretta: non è una prerogativa di chi eccelle.
Non è un tratto stabile
Su questo il testo è corretto laddove afferma che resilienti si diventa e non si nasce.
Va precisato in modo più esatto: non è né un tratto né un semplice apprendimento, ma un esito che dipende dall’interazione tra la persona e le risorse disponibili in quel momento.
La stessa persona può manifestarla in una circostanza e non in un’altra, a distanza di pochi anni. Ed è per questo che parlare di «persone resilienti» è impreciso: si tratta di situazioni in cui una persona ha avuto ciò che serviva.
Il fattore meglio documentato
Il contributo di area sistemica riportato nel testo coglie il punto centrale, ed è quello con il supporto più solido.
Gli studi condotti su bambini cresciuti in condizioni di forte svantaggio, in culture e aree del mondo diverse, convergono su un elemento: la presenza di una relazione stabile e attenta con almeno un adulto è il fattore più costantemente associato a un esito favorevole.
Non serve che sia un genitore. Può essere un nonno, un insegnante, un allenatore, un vicino.
È forse il risultato più utile di tutta questa letteratura, perché è azionabile: non richiede programmi complessi, richiede che qualcuno ci sia con continuità.
Il rovesciamento sulle famiglie
Ugualmente valida è l’osservazione che un approccio fondato su questa nozione consenta di non considerare più le famiglie come sistemi danneggiati, ma come organismi che hanno attraversato una prova disponendo di capacità di riparazione.
Non è una questione di ottimismo: cambia cosa si cerca. Chi entra in una famiglia cercando disfunzioni le trova; chi cerca anche ciò che ha funzionato trova elementi su cui costruire.
Le variabili indicate (flessibilità, comunicazione aperta, capacità di affrontare i problemi, capacità di attribuire un significato a ciò che è accaduto) corrispondono a quelle individuate dalla letteratura sulla resilienza familiare.
L’ultima è la meno intuitiva e la più importante: poter collocare un evento in un racconto che lo renda comprensibile è associato a esiti migliori rispetto al restare con qualcosa di inspiegabile.
Il punto critico
C’è un aspetto che il testo non affronta e che riguarda proprio i destinatari indicati: professionisti dell’aiuto, medici, dirigenti, «chi deve sopportare urti in continuazione».
Insegnare a persone esposte a condizioni logoranti come assorbire meglio gli urti sposta implicitamente il problema: rende una questione di capacità individuale ciò che è spesso una questione di carichi, organici, turni, risorse.
È una critica ampiamente sollevata nella letteratura sul logoramento professionale: gli interventi individuali producono benefici modesti e temporanei quando le condizioni di lavoro restano invariate, mentre gli interventi organizzativi hanno effetti più consistenti.
Il che non rende inutile il lavoro sulla persona. Lo colloca: è utile in aggiunta a un intervento sulle condizioni, dannoso al posto di esso, perché in quel caso chi non regge conclude di non essere abbastanza resiliente.
I tre approcci
Il seminario metteva a confronto un orientamento ipnotico-esperienziale, uno sistemico-relazionale e uno strategico.
Il formato ha un pregio: mettere a confronto tradizioni diverse sullo stesso oggetto obbliga ciascuna a rendere esplicito cosa fa concretamente, cosa che nelle occasioni interne a una scuola non accade.
Va segnalato che il primo e il terzo approccio dispongono di un supporto empirico più limitato rispetto al secondo, e che alcune tecniche richiamate (l’autoinduzione di stati, gli autoinganni strategici) sono proposte pratiche più che risultati verificati.
Domande frequenti
La resilienza è una dote rara?
No. Gli studi su popolazioni esposte a eventi gravi indicano che il mantenimento di un funzionamento stabile è la traiettoria più frequente: ciò che richiede spiegazione è semmai l’esito opposto.
È un tratto della personalità?
No. È un esito che dipende dall’interazione tra la persona e le risorse disponibili: la stessa persona può manifestarla in una circostanza e non in un’altra.
Qual è il fattore protettivo meglio documentato?
La presenza di una relazione stabile e attenta con almeno un adulto, non necessariamente un genitore. È il risultato più costante negli studi condotti in culture e contesti diversi.
Insegnare la resilienza ai professionisti funziona?
Produce benefici modesti se le condizioni di lavoro restano invariate. È utile in aggiunta a un intervento sull’organizzazione, dannoso al posto di esso: chi non regge conclude di non essere abbastanza resiliente.