La psicoanalisi come “malattia di cui si crede la cura”
Tra i critici più feroci vi fu il satirico viennese Karl Kraus, autore di aforismi rimasti celebri. “La psicoanalisi è quella malattia mentale di cui si ritiene la cura”, scrisse, aggiungendo che “una certa psicoanalisi è il mestiere di lascivi razionalisti che riconducono a cause sessuali tutto quel che esiste al mondo, salvo il loro mestiere”. Per Kraus la psicoanalisi era “più una passione che una scienza”, e il rapporto tra lo psicoanalista e lo psicologo era paragonabile a quello tra “l’astrologo e l’astronomo”. Un giudizio durissimo, che coglie con sarcasmo il sospetto di autoreferenzialità e di scarsa verificabilità che accompagnerà a lungo la disciplina.
Sulla stessa linea, Pierre Janet definì la psicoanalisi “una specie di liquidazione della mente”, mentre Egon Friedell osservò con ironia che essa “ha un difetto catastrofico: gli psicoanalisti, esattamente”. Il comportamentista John Watson, dal canto suo, arrivò a paragonarne la validità scientifica a quella dei “miracoli di Gesù”.
L’arbitrarietà dell’interpretazione
Una delle critiche più ricorrenti riguarda la libertà, giudicata eccessiva, con cui la psicoanalisi interpreta i fenomeni psichici. Lo scrittore Arthur Schnitzler, contemporaneo e per certi versi affine a Freud, ne offrì un’analisi lucida: “con l’inversione, lo spostamento e la sublimazione, la psicoanalisi estende a tal punto i confini dell’interpretazione in direzione dell’arbitrario che ogni controllo diviene impossibile, e ogni spiegazione può essere lecita esattamente quanto il suo opposto”. Per Schnitzler, “proprio generalizzando le sue teorie la psicoanalisi ne riduce il significato”, e nell’interpretazione dei sogni “procede in modo arbitrario, soprattutto nella sopravvalutazione dei simboli onirici”.
Schnitzler riconosceva alla psicoanalisi il merito di aver ampliato la conoscenza della psiche, spingendo a esplorare profondità prima inaccessibili, ma le rimproverava di “indugiare in queste profondità più a lungo di quanto fosse utile, rovistando senza posa”. Il metodo, a suo dire, è “un interpretare sfrenato, talvolta coatto, che si arresta arbitrariamente su un determinato punto: la sfera sessuale”. Anche la distinzione tra Io, Super-Io ed Es gli appariva “ingegnosa ma del tutto artificiale”. E, notava, la ricerca psicoanalitica “solletica l’ambizione in modo pericoloso: cose assolutamente trascurabili vengono circondate di un alone di importanza”.
La questione della scientificità
Il nodo della scientificità è stato sollevato da alcuni tra i maggiori filosofi ed epistemologi del Novecento. Ludwig Wittgenstein osservò che “non c’è modo di dimostrare che il risultato generale dell’analisi non potrebbe essere un inganno”. Ancora più netto Karl Popper, il teorico della falsificabilità: “quanto all’epica freudiana dell’Io, del Super-Io e dell’Es, non si può avanzare nessuna pretesa a uno stato scientifico più fondatamente di quanto lo si possa fare per l’insieme delle favole omeriche dell’Olimpo”.
Sul versante psicologico, Hans Jürgen Eysenck fu tra i critici più sistematici. A suo giudizio, “Freud non offre nessuna dimostrazione di carattere sperimentale: si fonda su dati aneddotici della varietà meno attendibile, di seconda mano, scelti soggettivamente e incompleti”. Eysenck notava inoltre un fenomeno rivelatore: “i pazienti di analisti freudiani introducono nei loro sogni simboli freudiani, mentre i pazienti di analisti junghiani introducono simboli che si ricollegano al sistema di Jung”. Un rilievo che mette in dubbio l’oggettività stessa dei materiali su cui la disciplina si basa, insieme all’abitudine a “generalizzare troppo le conclusioni”, a “dare per veri fatti dubbi” e a “moltiplicare le ipotesi senza riguardo per il principio dell’economia”.
Il paradosso dell’inguaribilità
Alcune critiche colpiscono il cuore della pratica clinica. Kraus immaginava sarcasticamente la rivelazione finale di una cura: “sì, lei non può farsi guarire: lei è malato!”. E Paul Watzlawick riportò l’affermazione di uno psicoanalista che, con involontaria comicità, sosteneva che “una fobia curabile con una terapia comportamentale, proprio per questo motivo, non è una fobia”. Osservazioni che denunciano il rischio di un sistema teorico capace di autoconfermarsi, immune a ogni smentita.
Persino Carl Gustav Jung, pur venendo dall’interno del movimento, sollevò dubbi sulla logica interpretativa: “si può dire tutto, che la guglia di una chiesa è un simbolo fallico, ma di che cosa si tratta quando si sogna un pene?”. La risposta che gli attribuivano gli ortodossi, che in quel caso “la censura non ha funzionato”, gli appariva tutt’altro che una spiegazione scientifica.
I limiti della relazione terapeutica
Un’altra linea di critica riguarda ciò che la psicoanalisi promette e ciò che può realmente dare. Jeffrey Masson, dopo un percorso interno al movimento, concluse che “la psicoanalisi, nonostante le sue leggi, non può trasformare la tempesta tumultuosa delle relazioni umane nella calma artificiale di un’alleanza terapeutica”. E aggiungeva, con amarezza, che “ciò che cercavo, e ciò che la psicoanalisi promette, non può in realtà essere dato da un’altra persona”.
Ancora più drastico James Hillman, che pure proveniva dalla tradizione junghiana: “partiamo dalle macerie: in piedi non è rimasto nulla. Il formidabile edificio costruito da Freud nel 1900 non ha resistito nemmeno un secolo, e gli etnologi ne hanno invalidato la pretesa di universalità”. Sua è anche la celebre provocazione: “abbiamo avuto cento anni di analisi, la gente diventa sempre più sensibile, e il mondo peggiora sempre di più”.
Un bilancio possibile
Sarebbe però ingiusto ridurre la psicoanalisi alle sole critiche. Lo stesso Eysenck, tra i suoi avversari più severi, riconosceva che “molti aspetti del contributo di Freud alla psicologia sono di somma importanza, ma ve ne sono anche molti negativi: eliminare gli ultimi senza perdere i primi deve essere il compito di una psicologia scientificamente orientata”. Un giudizio equilibrato, che invita a separare le intuizioni feconde dalle costruzioni indimostrabili.
Sul piano storico e istituzionale, Michael Shepherd offriva una lettura del destino della disciplina: “nella maggior parte dei dipartimenti accademici di psichiatria la psicoanalisi si affermò come mai nessuna prima, ma da allora non è stata in grado di essere all’altezza delle aspettative, e la sua reputazione ha subito un netto declino”. Due sguardi complementari: il primo su ciò che la psicoanalisi ha rappresentato, il secondo su ciò che rappresenterà. Probabilmente.
Domande frequenti
Perché tanti pensatori hanno criticato la psicoanalisi?
Le critiche riguardano soprattutto la scarsa verificabilità scientifica, l’arbitrarietà dell’interpretazione e la tendenza a ricondurre tutto alla sfera sessuale. Filosofi come Popper e Wittgenstein ne contestarono lo statuto scientifico, mentre altri ne denunciarono l’autoreferenzialità.
Qual è la critica di Popper alla psicoanalisi?
Popper riteneva che le teorie freudiane, come quella di Io, Super-Io ed Es, non fossero falsificabili e quindi non scientifiche: paragonava la loro pretesa di scientificità a quella delle “favole omeriche dell’Olimpo”.
Perché si contesta l’interpretazione dei sogni psicoanalitica?
Perché, secondo critici come Schnitzler e Jung, l’interpretazione è arbitraria: sopravvaluta i simboli onirici e permette spiegazioni opposte con uguale legittimità. Eysenck notò inoltre che i pazienti tendono a sognare i simboli della scuola del proprio analista.
Le critiche significano che la psicoanalisi va rifiutata del tutto?
No. Anche critici severi come Eysenck riconoscevano l’importanza di molti contributi di Freud. Il bilancio più equilibrato invita a distinguere le intuizioni feconde dalle costruzioni indimostrabili, conservando le prime.
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