Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Psicomotricità Relazionale nell'Età dello Sviluppo

Un’ora in cui i bambini sembrano solo giocare liberamente ha in realtà una struttura. Vale la pena distinguere ciò che di quella struttura è documentato da ciò che le viene attribuito in eccesso. Articolo divulgativo, non indicazione clinica. In presenza di un sospetto disturbo dello sviluppo il riferimento è la neuropsichiatria infantile: le attività descritte […]

Psicolab — La Psicomotricità Relazionale nell'Età dello Sviluppo
Un’ora in cui i bambini sembrano solo giocare liberamente ha in realtà una struttura. Vale la pena distinguere ciò che di quella struttura è documentato da ciò che le viene attribuito in eccesso.
Articolo divulgativo, non indicazione clinica. In presenza di un sospetto disturbo dello sviluppo il riferimento è la neuropsichiatria infantile: le attività descritte non sostituiscono una valutazione né un trattamento riabilitativo.

Di cosa si tratta

La psicomotricità relazionale è una pratica educativa di gruppo in cui il bambino, in uno spazio attrezzato, sceglie liberamente attività di movimento e di gioco mentre un adulto formato osserva e interviene con misura.

L’impianto teorico considera il bambino nella sua globalità: il movimento non è addestramento ma modo di esprimersi, e la relazione corporea precede quella verbale.

Nella pratica lo spazio è organizzato in aree diverse (gioco motorio, costruzione, rappresentazione) che accompagnano il passaggio dall’azione al simbolo.

Perché non è gioco libero

La differenza sta nell’adulto.

Chi conduce non insegna e non corregge: osserva le modalità ricorrenti (chi occupa lo spazio e chi lo evita, chi cerca il contatto e chi lo teme, chi ripete lo stesso schema e chi ne prova di nuovi) e regola la propria presenza di conseguenza.

È un’osservazione utile, purché resti tale: non è una valutazione diagnostica, e i comportamenti osservati in una situazione non consentono inferenze sul funzionamento generale del bambino.

Cosa è documentato

Conviene essere precisi, perché su questa pratica circolano attribuzioni molto ampie.

Ciò che ha prove solide riguarda l’attività fisica in generale nell’infanzia: effetti su sviluppo motorio, sonno, umore e regolazione dell’attenzione.

Ha inoltre buon supporto l’importanza del gioco autodiretto, quello scelto dal bambino, associato a migliori capacità di autoregolazione rispetto alle attività interamente strutturate dall’adulto.

Gli studi specifici sulla psicomotricità come metodo sono invece pochi e metodologicamente deboli: campioni piccoli, assenza di gruppi di controllo, misure di esito eterogenee. La formulazione corretta è che si tratta di una pratica plausibile e apprezzata, non di un intervento con efficacia dimostrata.

Un’attribuzione da scartare

Va detto esplicitamente perché ricorre da decenni: l’idea che l’allenamento percettivo-motorio migliori gli apprendimenti scolastici (in particolare la lettura) non è sostenuta.

È stata verificata più volte, con esito negativo, e gli interventi efficaci sulle difficoltà di lettura agiscono sulle competenze linguistiche e fonologiche, non sul movimento.

Il movimento va proposto per ciò che produce davvero, che è già molto: non ha bisogno di promesse che non mantiene.

Due correzioni al testo

Il testo originale afferma che ogni «no» o commento negativo verso ciò che il bambino sta facendo significhi condannarlo a una vita infelice.

Va corretto senza ambiguità: non è vero, e produce ansia in chi cresce dei figli.

I limiti coerenti e prevedibili sono un elemento protettivo dello sviluppo, non un danno. Ciò che risulta associato a esiti sfavorevoli è altro: l’ostilità sistematica, l’imprevedibilità della risposta, la svalutazione della persona anziché del comportamento. Un rifiuto motivato, dentro una relazione affidabile, è precisamente ciò che aiuta un bambino a costruire la propria regolazione.

La seconda riguarda l’immagine del legame materno come qualcosa da recidere. Le ricerche sull’attaccamento indicano il contrario: la sicurezza del legame è ciò che rende possibile l’esplorazione. Non ci si separa nonostante il legame, ma grazie a esso, e questo cambia il senso di ciò che un adulto dovrebbe fare quando un bambino esita ad allontanarsi.

Chi conduce

Una precisazione utile, perché la confusione è frequente.

In Italia il terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva è una professione sanitaria con laurea abilitante, che opera in ambito riabilitativo su prescrizione.

Lo psicomotricista in ambito educativo non è una professione sanitaria: opera in contesti educativi e ricreativi e la sua formazione dipende dall’ente che la eroga.

Sono ruoli diversi e non intercambiabili. Quando esiste un sospetto di disturbo dello sviluppo, il percorso corretto passa da una valutazione neuropsichiatrica, e proseguire con un’attività educativa in attesa che le cose migliorino è il modo più comune di perdere tempo utile.

Domande frequenti

La psicomotricità è un trattamento?

No, nella forma educativa è una pratica di gruppo. Gli studi specifici sono pochi e deboli: è plausibile e apprezzata, non un intervento con efficacia dimostrata.

Migliora il rendimento scolastico?

No. L’idea che l’allenamento percettivo-motorio migliori la lettura è stata verificata più volte con esito negativo: sulle difficoltà di lettura funzionano interventi linguistici e fonologici.

Dire di no danneggia un bambino?

No. I limiti coerenti e prevedibili proteggono lo sviluppo. Ciò che nuoce è l’ostilità sistematica, l’imprevedibilità e la svalutazione della persona anziché del comportamento.

Chi può condurre queste attività?

In ambito riabilitativo il terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, che è una professione sanitaria. In ambito educativo la figura non è sanitaria: sono ruoli diversi e non intercambiabili.

La psicomotricità relazionale è una pratica sensata e piacevole, ma le prove specifiche sono deboli: ciò che è documentato riguarda l’attività fisica in generale e il valore del gioco scelto dal bambino. Va scartata l’idea che l’allenamento motorio migliori la lettura, verificata più volte senza conferme. Due punti vanno corretti con chiarezza: dire di no non danneggia (sono i limiti coerenti a proteggere) e il legame sicuro non è ciò da cui separarsi ma ciò che rende possibile allontanarsi. E davanti a un sospetto di disturbo il passaggio è la neuropsichiatria.
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