Due mondi che non si parlano
La ricerca accademica che ruota attorno all’esecuzione concertistica è potenzialmente di grande interesse per chi suona. Tuttavia, la psicologia sperimentale e i musicisti non condividono la stessa terminologia, e diversi sono anche i luoghi e i contesti in cui le rispettive conoscenze vengono trasmesse.
Musica e psicologia proseguono spesso isolate nel loro cammino. I ricercatori universitari studiano la realtà concertistica con i “guanti bianchi” del laboratorio, ignorando le esperienze e gli aneddoti che i concertisti si tramandano attraverso il legame, spesso indissolubile, tra insegnante e allievo. Parallelamente, i musicisti affrontano il palcoscenico con il bagaglio acquisito dalla pratica, ma con scarsa meta-cognizione dei fattori mentali che intervengono quasi automaticamente durante un’esecuzione pubblica. È questa distanza a fare sì che numerosi risultati scientifici restino chiusi nel mondo accademico, senza reale comunicazione con la classe professionale che ne sarebbe il principale destinatario.
Cosa la ricerca può offrire ai musicisti
Le conoscenze accademiche potrebbero aiutare i musicisti non solo a ottimizzare la prestazione, ma anche ad acquisire maggiore consapevolezza dei limiti “strutturali” del sistema motorio coinvolto. È un punto importante: per quanto la “scienza degli errori” si proponga di ridurre al minimo gli incidenti digitali o vocali in pubblico, questi ci sono e ci saranno sempre.
Anche il musicista più motivato, che abbia trascorso ore estenuanti sullo strumento e sappia gestire le proprie emozioni, resta soggetto a errori, anche se con frequenza minore rispetto ai colleghi meno preparati. Comprendere questo aiuta a vivere il palco con più serenità e meno colpevolizzazione.
Le mani non sono nate per suonare
C’è un motivo evolutivo profondo dietro la fallibilità del gesto musicale. Suonare uno strumento è uno degli esempi più elevati di quello che gli studiosi chiamano movimento “fine”: un insieme di operazioni e coordinazioni che permettono di muovere un singolo dito indipendentemente dagli altri. Questa capacità è indice di una coordinazione precisa tra cervello e mano, sviluppatasi nel corso dell’evoluzione.
Ma l’arte concertistica si è perfezionata solo negli ultimi millenni: dal punto di vista evolutivo, un periodo brevissimo rispetto ai milioni di anni della storia umana. Le nostre mani non si sono sviluppate né sono state selezionate per un compito così sofisticato e prolungato. Oggi un musicista impartisce loro ordini che si traducono in movimenti rapidissimi e complessi, frutto di un’interazione raffinata tra sistema nervoso centrale, periferico e muscolare. Eppure le mani restano una parte del corpo non realmente destinata a questa funzione, e non pienamente adeguata a soddisfare, con sistematica infallibilità, le richieste virtuosistiche dei compositori. La cultura dell’errore, insomma, andrebbe accettata con maggiore serenità.
Conoscere il tipo di errore per trovare la soluzione
Il compito della ricerca di laboratorio è individuare il tipo di errore, perché conoscere il problema significa trovare la soluzione per il futuro. Si possono distinguere almeno tre categorie:
- Errori “strutturali”: dovuti ai limiti di un sistema motorio programmato, fino a poco tempo fa, solo per manipolare utensili, e che talvolta “perde i colpi”.
- Errori di interesse psicologico: causati da fattori extra-musicali come le componenti fisiologiche, emotive e cognitive, che possono impedire il corretto svolgimento del brano.
- Errori da metodo di studio sbagliato: in un certo senso “programmati”, perché figli di uno scarso impegno nel superarli, di una sottostima del problema o di un metodo di apprendimento solo in parte in accordo con i meccanismi naturali del sistema cognitivo.
Anche in quest’ultimo caso, prendere coscienza di come funziona la mente aiuta lo strumentista ad assecondare i processi spontanei del cervello, semplificando l’apprendimento dello spartito.
Verso un dialogo possibile
Qualcosa si sta muovendo. Con la riforma universitaria, i Conservatori italiani si stanno aprendo a discipline extra-musicali, e la psicologia è forse uno degli insegnamenti complementari più assimilabili all’interno dei nuovi programmi. Se la psicologia sperimentale ha ormai portato ripetutamente i suoi strumenti sul palcoscenico in paesi come Australia, Stati Uniti e Regno Unito, in Italia il settore legato alla performance pubblica è ancora poco sviluppato.
La speranza è che questo ritardo possa essere colmato nei prossimi decenni, e che ciò avvenga insieme a una reale trasmissione di conoscenza: non nozioni chiuse nei laboratori, ma sapere che raggiunga i musicisti attraverso un linguaggio adatto al loro specifico bagaglio culturale. Psicologi e musicisti non sono davvero “due razze”: sono due prospettive complementari sullo stesso, straordinario gesto umano.
Domande frequenti
Perché psicologia e musica faticano a dialogare?
Perché usano linguaggi diversi e si formano in contesti separati. I ricercatori studiano la performance in laboratorio, i musicisti apprendono dalla pratica e dal rapporto con l’insegnante. Il risultato è che molte conoscenze scientifiche restano confinate nell’università senza raggiungere i musicisti.
È possibile eliminare del tutto gli errori in pubblico?
No. Anche il musicista più preparato ed emotivamente equilibrato resta soggetto a errori, seppur più rari. Il gesto musicale è un movimento “fine” estremamente complesso, e la fallibilità va accettata come parte naturale della prestazione.
Perché si dice che “le mani non sono nate per suonare”?
Perché l’arte concertistica si è sviluppata solo negli ultimi millenni, un tempo brevissimo su scala evolutiva. Le mani si sono selezionate per manipolare utensili, non per movimenti così sofisticati e prolungati: da qui la loro imperfetta infallibilità nel virtuosismo.
Quali tipi di errore individua la ricerca?
Tre principali: errori “strutturali” legati ai limiti del sistema motorio; errori psicologici dovuti a fattori fisiologici, emotivi e cognitivi; ed errori derivanti da un metodo di studio sbagliato. Riconoscere il tipo di errore è il primo passo per correggerlo.
Lascia un commento