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Professori sempre più Stanchi

Breve Estratto

“Sono morto pur essendo vivo”. Isak Borg: da Il posto delle fragole
Non una riflessione del tutto nuova, bensì una conferma di letture precedenti, soprattutto filmiche. Per cui, non me ne vogliate se idee, rimandi ed esemplificazioni si ripetono qua e là. Ma neppure un collage: solo una riprova, mettendo insieme elementi sparsi, di quanto il professore a fine carriera sia al centro di narrazioni recenti, dell’ultimo decennio, direi, e di quanto sia ritratto con simpatia e partecipazione da parte dei suoi autori.
Cominciamo dalla letteratura. Un esempio per tutti: il romanzo Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier (2007). Il professore Raimund Gregorius attraversa lo stesso ponte di tutte le mattine nel suo tragitto verso la scuola. Siamo a Berna: lo stesso ponte, lo stesso tragitto, la stessa cartella. Piove. Vede una donna sul ponte e gli pare che voglia buttarsi. Le lacrime della donna si confondono con la pioggia. Una sola frase: “Sono portoghese”. Raimund vorrebbe aiutarla, ma non può mancare alle lezioni; non è mai mancato, non ha mai trasgredito. Allora la porta con sé, ma, mentre sta spiegando in classe, lei se ne va. E lui, come niente, lascia la scuola (lui, che da decenni è garanzia di presenza e puntualità); si chiude in casa senza rispondere al telefono e da lì organizza la sua partenza per Lisbona. Non per seguire la donna, ma le tracce di uno scrittore, eccetera eccetera. La storia non mantiene le promesse iniziali, si perde in meandri psico-fantasiosi, ma le prime trenta pagine sono bellissime.
Nel cinema è sempre più frequente la figura del professore in età che avverte improvvisa la crisi della sua vita opaca, spenta, monotona. Può succedere un evento che lo mette di fronte alla ripetitività delle sue giornate, che lo costringe ad un triste bilancio dell’esistenza. È il caso del professore di letteratura francese Manesquier (Jean Rochefort) , ormai in pensione, ne L’uomo del treno (2002) di Patrice Leconte. Un incontro fortuito lo fa riflettere sul grigiore della sua vita, sul fatto di non averlo preso mai, lui, il treno, al contrario dell’uomo che ospita a casa sua, così, apparentemente senza motivo. Quando Manesquier però indossa il chiodo con le frange dell’altro (Johnny Hallyday) e si guarda allo specchio compiaciuto, se ne capisce la ragione. È il fascino dell’altro Sé che non si è mai permesso di diventare, di ascoltare.
È anche un po’ la storia del professor Walter Vale ne L’ospite inatteso, di Thomas McCarthy (2007), ma qui, oltre all’incontro con lo sconosciuto che si ritrova in casa (oltre più straniero!), c’è anche l’intenso poter trasformatore dell’amore. Vale insegna, con assai poca voglia, nel Connecticut; è vedovo, solo; prende lezioni di pianoforte senza entusiasmo, né talento. Quando va nella sua casa di New York, solo perché costretto dal lavoro, la trova occupata da due giovani: il siriano Tarek la sua fidanzata africana Zainab. La prima reazione è di paura, alla quale segue l’accettazione e infine l’intesa con il ragazzo, attraverso la musica delle percussioni. Altro che pianoforte! Tarek gli insegnerà come produrre e lasciarsi andare ad un ritmo più spontaneo e il professore (giacca, cravatta e cartellino della convention) si ritroverà a suonare al parco con stranieri e personaggi davvero stravaganti. Il suo viso per la prima volta sorride. Sarà però l’incontro con la madre di Tarek, Mouna, a far riconoscere a Vale l’inutilità delle sue giornate, ma soprattutto la finzione dietro la quale ha vissuto fino a quel momento.
Non ci sono grandi cambiamenti di vita, per Vale, come per Manesquier, alla fine della narrazione, che è tutta finalizzata invece a rendere percorsi di consapevolezza non comuni. L’ultimo frammento del film ce lo mostra in metropolitana mentre suona il banjo; non sappiamo se lascia l’università o cos’altro, ma di certo seguirà quel ritmo interiore fino ad allora inascoltato.
Anche del professore di storia Roland Verneuil in Parigi di Cédric Klapisch, (2008) non sappiamo cosa sarà, perché il film è un affresco su vari personaggi e la coralità ci impone di lasciarlo al suo destino. Lo lasciamo però in seduta dallo psicoterapeuta a garanzia di un cambiamento avvenuto.
Ma il professore più simpatico in assoluto del cinema degli ultimi anni è senza dubbio Josef Tkaloun, in Vuoti a rendere del cecoslovacco Jan Sverák (2007).
È quello che una mattina, all’improvviso, mentre sta leggendo una struggente poesia con le spiritosaggini di uno studente in sottofondo, lascia la classe, va dal preside e dice una battuta mitica: “Vado via di qua perché non sono più felice”. Il tema del film in realtà è un altro: come affrontare il passaggio d’età nella maniera più indolore possibile, anche con un po’ di rinnovata energia. Ma quella scena del suo abbandono scolastico è splendida: “Vado via perché non sono più felice”!.
Nella realtà il professore non può lasciare la scuola anche se lì non è più felice, ed ora lo è sempre meno, con la pensione che si allontana ed una quotidianità scolastica sempre più indecifrabile. La crisi di ruolo diventa per alcuni intollerabile, soprattutto per coloro che nella scuola hanno creduto, che sono poi i più esposti al rischio del burn-out. Non possono neanche partire sui due piedi per Lisbona, perché prigionieri di un tempo scuola che non rispetta i tempi di ognuno, ma quelle vacanze sempre eternamente rinfacciate dalla società.
Non è un caso che per rendere la monotonia di vita si scelga un professore, che ha vissuto sempre e solo nella scuola (tranne i beati anni universitari). Il cambiamento risulta ancora più apprezzabile, proprio perché è un professore e in quanto tale destinato a non cambiare. Walter Vale ricicla il programma dell’anno passato; con un colpo di scolorina ne modifica la data, perché ha già escluso qualunque novità nel suo insegnare. Scena molto significativa che esprime in pieno anni che si replicano, uno la fotocopia dell’altro: basta sbianchettare la data e scriverne un’altra sopra.
Vale, Tkaloun, Verneuil, Manesquier, Gregorius: storie di consapevolezze tardive interpretate da docenti in là con gli anni. Sembrano volerci dire che se pure a loro è concessa l’opportunità di cambiar vita, o di sperimentare un percorso interiore poco prima del tutto insospettato, allora può accadere ad ognuno di noi. Il professore come emblema di ripetitività e inerzia che attraversa l’esistenza sempre più spento: non è di certo lusinghiero, ma se si fa un giro nella scuola italiana (ed evidentemente non solo italiana) si capisce che non si può scegliere protagonista migliore. L’empatia e la bonarietà con cui registi e scrittori si sono avvicinati recentemente all’insegnante anziano (stereotipo di frustrazione e cattiveria invece nelle fiction), compensano il grigiore della prima parte delle narrazioni e sono portatrici di un messaggio oltre modo positivo: in fondo, tutto il sapere e la relazione educativa esercitati per una vita intera non sono passati invano.

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