Decidere nell’incertezza
La realtà in cui siamo immersi è guidata dal cambiamento, che ci impone di prendere decisioni immediate e spesso in condizioni di incertezza. Eppure, in qualsiasi organizzazione, è necessario che le decisioni siano le migliori possibili, che i problemi vengano risolti in modo ottimale e che le idee creative circolino liberamente. Da qui le domande di fondo: come prendere la decisione giusta? Come affrontare il cambiamento?
Un primo dato è importante: la decisione umana presenta errori sistematici (i cosiddetti bias) e scorciatoie mentali (le euristiche). Queste ultime permettono di decidere in modo rapido e spesso efficace, ma lasciano spazio a imprecisioni ed errori. Riconoscere questi limiti è il punto di partenza per costruire processi decisionali più solidi.
Cos’è il problem solving
Da tempo la psicologia studia il problem solving come un processo complesso, capace di sviluppare vere e proprie strategie di pensiero. La soluzione di un problema è l’esito di un procedimento di elaborazione di informazioni (quelle già possedute o comunque disponibili) finalizzate in modo diverso a seconda della questione da affrontare. Spesso le situazioni di problem solving richiedono, per essere risolte, una ristrutturazione dei saperi, cioè un riorganizzare in modo nuovo conoscenze già in parte possedute.
Dal modello lineare a quello circolare
Nell’approccio cognitivista classico, il problem solving era visto come una sequenza lineare di tappe: prima la definizione del problema, poi l’analisi dei possibili procedimenti risolutivi, infine la messa in atto della soluzione. Un modello utile, ma che rappresenta il “risolutore” come un individuo isolato che elabora informazioni in sequenza.
Modelli più recenti hanno proposto una visione circolare e dinamica. Uno di questi è l’Indagine Progressiva (Progressive Inquiry Model), che si articola in otto fasi:
- Predisposizione di un contesto: si ancorano i problemi a principi concettuali di partenza.
- Presentazione del problema: si passa da una domanda generica ad altre sempre più specifiche.
- Produzione di teorie di lavoro: si formulano ipotesi e congetture attingendo alle conoscenze pregresse.
- Valutazione: si individuano punti di forza e debolezza delle teorie, per indirizzare gli sforzi verso informazioni nuove e condivise.
- Ricerca e approfondimento: ci si rende conto degli errori nelle ipotesi iniziali e nascono nuovi quesiti.
- Sviluppo: si elaborano teorie più generali, capaci di funzionare come strumenti d’indagine.
- Nuove teorie: sorgono grazie alla natura dinamica dell’indagine.
- Distribuzione dell’esperienza: si costruisce una rete di interazioni perché la nuova conoscenza sia condivisa.
Il processo mira così a costruire nuova conoscenza partendo da problemi concreti, creando teorie di lavoro da sottoporre a valutazione attraverso la discussione con gli altri.
Perché il gruppo è più efficace del singolo
Il punto centrale è proprio questo: l’immagine del risolutore solitario e pensieroso è ormai superata. Il contesto sociale in cui il risolutore agisce diventa un aspetto fondamentale da analizzare. E c’è una ragione pratica: la complessità ambientale ha raggiunto livelli tali da superare ampiamente la capacità di elaborazione dei singoli. In un’organizzazione, nessuno può prendere da solo una decisione critica davvero completa.
Il confronto nel gruppo consente di sviluppare nuove competenze:
- la capacità di giustificare le proprie idee di fronte agli altri;
- la possibilità di saggiare la fattibilità delle strategie di soluzione insieme;
- l’apertura ad accettare il feedback.
Collaborare nella risoluzione dei problemi, inoltre, induce forti cambiamenti concettuali, sviluppa processi cognitivi e metacognitivi fondati sul ragionamento e sulla riflessione, e attiva raffinate strategie di valutazione delle ipotesi. È attraverso questi processi che un’organizzazione (intesa come insieme di persone e di relazioni) può davvero crescere.
Costruire senso insieme: il sensemaking
Nelle situazioni complesse, che sono il contesto naturale di qualsiasi organizzazione moderna, il problem solving collaborativo attiva quella che è stata chiamata costruzione di senso (sensemaking): la capacità di collocare gli elementi dentro cornici di significato, reagire alle sorprese e interagire alla ricerca di una comprensione reciproca.
In altre parole, di fronte a un problema le persone non si limitano a “calcolare” la soluzione: costruiscono insieme il significato della situazione, condividono interpretazioni e negoziano una comprensione comune. È questo processo condiviso a rendere possibili decisioni migliori, e a trasformare il cambiamento da minaccia in opportunità di crescita collettiva.
Domande frequenti
Cos’è il problem solving collaborativo?
È un approccio alla risoluzione dei problemi che valorizza il confronto tra più persone anziché affidarsi al singolo risolutore. Attraverso la discussione si costruisce nuova conoscenza, si formulano e valutano ipotesi insieme e si condividono i risultati, sviluppando competenze cognitive e metacognitive.
Perché il modello lineare è considerato superato?
Perché rappresenta il problem solving come una sequenza fissa di tappe svolte da un individuo isolato. I modelli più recenti, come l’Indagine Progressiva, propongono un processo circolare e dinamico, in cui ipotesi, valutazione e nuove domande si alternano, e il contesto sociale ha un ruolo centrale.
Perché il gruppo decide meglio del singolo?
Perché la complessità dei problemi supera la capacità di elaborazione di una sola persona. Il confronto permette di giustificare le idee, saggiare la fattibilità delle soluzioni e accettare feedback, inducendo cambiamenti concettuali e attivando strategie di valutazione più raffinate.
Cos’è il sensemaking?
È la costruzione condivisa di senso: il processo con cui le persone collocano gli elementi dentro cornici di significato, reagiscono alle sorprese e cercano una comprensione reciproca. Nelle organizzazioni complesse è ciò che consente di affrontare l’incertezza e prendere decisioni migliori insieme.
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