Psicologia Sociale e del Comportamento

Il Principio Femminile: quale Futuro per il nostro Pianeta

Accettare ciò che accade senza combatterlo è un principio con solide basi cliniche. Diventa problematico quando viene esteso a tutto, e quando all’accoglienza si dà un genere. Articolo divulgativo che discute un testo di riflessione spirituale. Le posizioni che vi si esprimono appartengono a una visione personale: qui se ne distingue il nucleo psicologicamente fondato […]

Psicolab — Il Principio Femminile: quale Futuro per il nostro Pianeta
Accettare ciò che accade senza combatterlo è un principio con solide basi cliniche. Diventa problematico quando viene esteso a tutto, e quando all’accoglienza si dà un genere.
Articolo divulgativo che discute un testo di riflessione spirituale. Le posizioni che vi si esprimono appartengono a una visione personale: qui se ne distingue il nucleo psicologicamente fondato da ciò che va precisato. Se un’esperienza dolorosa non si placa, è opportuno rivolgersi a un professionista; in caso di violenza subita, il numero 1522 è gratuito e attivo ventiquattro ore su ventiquattro.

La tesi del testo

L’autrice individua nell’accogliere e nel permettere l’essenza di ciò che chiama energia femminile, e la contrappone all’intenzione, definita principio maschile.

Ne propone alcune declinazioni: abbandonare il controllo, accettare ciò che accade senza giudicarlo, riconoscere che la vita non dipende soltanto dalla propria volontà.

E la collega a un’immagine ricorrente: la natura che non «cerca di fare», i fiori non tentano di fiorire, fioriscono.

Cosa ha fondamento

Va riconosciuto che il nucleo di questa riflessione corrisponde a un principio con supporto clinico consistente.

Il tentativo di sopprimere un’esperienza interna sgradevole tende a intensificarla: è documentato per i pensieri indesiderati, per l’ansia, per il dolore. Più si combatte una sensazione, più occupa spazio.

Su questa constatazione si fondano approcci consolidati (le terapie basate sull’accettazione e i protocolli di consapevolezza) che insegnano a osservare ciò che si prova senza cercare di eliminarlo.

Anche l’osservazione sul controllo ha basi solide: molta sofferenza deriva dal tentativo di governare ciò che non è governabile, e la distinzione tra ciò su cui si può agire e ciò che va accolto è un principio antico e ancora valido.

Con una precisazione decisiva

L’accettazione, in quegli approcci, riguarda le esperienze interne: emozioni, pensieri, sensazioni.

Non riguarda le situazioni esterne. Anzi, quei metodi sono espressamente costruiti per liberare energie da destinare all’azione: si accetta di provare paura per poter fare comunque ciò che conta.

È esattamente il contrario di una rinuncia. E la distinzione va tenuta ferma, perché il passaggio dall’accettare ciò che si prova all’accettare ciò che accade è il punto in cui questa idea diventa pericolosa.

Il passaggio da respingere

Il testo afferma che accettare significhi sapere che tutto è bene anche quando non lo si comprende, e arriva a includere in questa unità l’assassino e la vittima.

Questa formulazione va respinta senza attenuazioni.

Sostenere che ogni cosa sia in fondo bene significa che anche la violenza subita lo sarebbe. È una posizione che, applicata a una persona che ha subito un danno, produce due effetti documentati: le impedisce di riconoscere il torto come torto, e le attribuisce implicitamente il compito di superarlo non giudicandolo.

Chi subisce violenza non ha bisogno di accettarla: ha bisogno che si fermi, e che qualcuno riconosca che non doveva accadere.

Va aggiunto che nella pratica clinica seria l’accettazione non implica mai approvazione. Accettare che una cosa sia accaduta (smettere di combattere il fatto che sia successa) è diverso da ritenere che vada bene. La prima cosa aiuta; la seconda è una richiesta impossibile e ingiusta.

Il problema dell’attribuzione di genere

Il secondo punto riguarda l’impianto complessivo: l’associazione tra femminile e accoglienza, tra maschile e intenzione.

È una struttura antichissima e va guardata con attenzione, perché il suo effetto storico è documentato.

Definire il femminile come ricettività, accoglienza e abbandono ha corrisposto per secoli all’assegnazione alle donne dei compiti di cura e all’esclusione dall’iniziativa, dalla decisione, dalla proprietà.

Il fatto che l’attribuzione sia oggi formulata in termini positivi (come valore anziché come limite) non ne modifica la struttura: continua a stabilire cosa una donna è per natura.

E ha un costo concreto: una donna che non si riconosce in quella descrizione, che è ambiziosa, conflittuale, poco incline all’accoglienza, risulta in difetto rispetto alla propria essenza. Non c’è molta differenza, quanto a effetti, tra il rimprovero di non essere abbastanza remissiva e quello di non essere abbastanza in contatto con il proprio femminile.

Va inoltre segnalato che l’osservazione biologica su cui poggia l’analogia (la gestazione come modello dell’accogliere) è una lettura culturale, non un dato: la gravidanza è un processo fisiologico attivo, non un abbandono.

Cosa resta della distinzione

Sarebbe però ingeneroso liquidare l’intera riflessione, perché sotto quel vocabolario c’è una distinzione utile.

Esistono due modalità di rapporto con la realtà: una che agisce per modificare, una che lascia accadere. Entrambe sono necessarie, e la cultura corrente valorizza in modo sproporzionato la prima.

Il testo ha ragione quando osserva che siamo addestrati a giudicare tutto immediatamente e a valutare ogni situazione in termini di vantaggio.

Ma quelle due modalità non hanno genere. Sono disponibili a chiunque, e il compito di ciascuno è capire quale delle due la situazione richieda: che è un’osservazione più utile e più difficile da applicare di qualunque attribuzione essenziale.

Domande frequenti

L’accettazione ha basi cliniche?

Sì. Sopprimere un’esperienza interna sgradevole tende a intensificarla, ed è il principio su cui si fondano terapie basate sull’accettazione e protocolli di consapevolezza.

Accettare significa rassegnarsi?

No, il contrario. In quegli approcci si accetta ciò che si prova per liberare energie da destinare all’azione: si accetta la paura per fare comunque ciò che conta.

Si può accettare qualunque cosa?

No. L’accettazione riguarda le esperienze interne, non le situazioni esterne. Chi subisce violenza non deve accettarla: deve poter contare sul fatto che si fermi e che il torto sia riconosciuto come tale.

Perché attribuire l’accoglienza al femminile è problematico?

Perché stabilisce cosa una donna sarebbe per natura, ed è la stessa struttura che ha giustificato l’esclusione dall’iniziativa e dalla decisione: anche quando è formulata come valore.

Il nucleo del testo ha basi solide: combattere un’esperienza interna sgradevole tende a intensificarla, e su questo si fondano approcci clinici consolidati. Ma l’accettazione riguarda ciò che si prova, non ciò che accade, e serve a liberare energie per agire, non a rinunciare. Il passaggio da respingere è quello che estende l’accettazione a ogni cosa, inclusa la violenza: chi la subisce non ha bisogno di accoglierla ma di vederla riconosciuta come torto. E la distinzione tra agire e lasciare accadere è preziosa proprio a condizione di non attribuirle un genere: entrambe le modalità sono disponibili a chiunque.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.