Psicologia Clinica e Psicopatologia

La PNL nel Rapporto Medico Paziente

Le persone dimenticano tra il 40% e l’80% di ciò che il medico ha detto loro, spesso entro pochi minuti dalla visita. È un dato che, da solo, giustifica l’attenzione crescente alla comunicazione in ambito clinico: indipendentemente dal modello che si sceglie per affrontarla. Precisazione vincolante: la programmazione neuro-linguistica non è una disciplina scientificamente validata. […]

Psicolab — La PNL nel Rapporto Medico Paziente
Le persone dimenticano tra il 40% e l’80% di ciò che il medico ha detto loro, spesso entro pochi minuti dalla visita. È un dato che, da solo, giustifica l’attenzione crescente alla comunicazione in ambito clinico: indipendentemente dal modello che si sceglie per affrontarla.
Precisazione vincolante: la programmazione neuro-linguistica non è una disciplina scientificamente validata. Alcune sue nozioni centrali (in particolare i «sistemi rappresentazionali») sono state esaminate sperimentalmente e non hanno trovato conferma. Nessuna tecnica comunicativa cura una malattia: la comunicazione incide sull’esperienza della cura e sull’aderenza alle terapie, non sul decorso di una patologia. Il riferimento resta il medico curante e le terapie prescritte non vanno interrotte. Articolo divulgativo.

Il problema reale

Il punto di partenza è documentato: una quota consistente delle consultazioni mediche riguarda disturbi per cui non si individua una causa organica evidente, secondo la fonte citata, tra il 25% e il 50% dei casi.

Eppure, nei lunghi anni di formazione medica, raramente viene insegnato come costruire il rapporto con il paziente.

È una lacuna riconosciuta, e la ragione per cui il tema della comunicazione clinica è entrato stabilmente nel dibattito.

Perché le persone reagiscono diversamente

Il testo osserva che, di fronte allo stesso problema di salute, alcune persone reagiscono meglio delle attese mentre altre si scoraggiano subito, magari perché hanno sovrastimato la gravità della situazione.

Le variabili indicate sono storia personale, cultura, conoscenza dell’argomento, credenze.

L’osservazione è corretta e ha una conseguenza pratica: dire la stessa cosa a due persone diverse non significa comunicare la stessa cosa. La flessibilità comunicativa diventa così una competenza professionale, non una qualità caratteriale.

Un chiarimento necessario

Va però distinto ciò che questo comporta.

Che le rappresentazioni della malattia influenzino il vissuto, la percezione dei sintomi e la disponibilità a curarsi è documentato. Che influenzino il decorso biologico di una patologia è affermazione diversa, e in gran parte non sostenuta.

La distinzione non è accademica: sostenere che l’atteggiamento incida sulla guarigione produce, nei casi peggiori, la convinzione che chi non migliora non ci abbia messo abbastanza impegno.

Cosa viene proposto

Il modello descritto (presentato in un manuale dedicato all’applicazione della PNL in ambito medico) interviene su due fasi.

La fase diagnostica

Porre le domande giuste, formulate in modo diverso a seconda dell’interlocutore, per raccogliere informazioni rilevanti.

Questo aspetto ha un fondamento indipendente dal modello: la qualità dell’anamnesi dipende dalla qualità delle domande, e una domanda chiusa raccoglie meno di una aperta. È buona pratica clinica prima ancora che tecnica comunicativa.

La fase relazionale

Vengono indicati alcuni elementi:

  • attenzione alla comunicazione verbale, non verbale e paraverbale;
  • capacità di stabilire rapidamente un rapporto;
  • ascolto effettivo, contrapposto alla presunzione di sapere già.

Su quest’ultimo punto il testo formula un’osservazione acuta: capita che il medico descriva i sintomi prima ancora che il paziente li esponga. A volte questo rassicura, altre volte limita l’espressione, e, aggiungiamo, può far perdere informazioni che non rientravano nel quadro atteso.

Cosa non regge

Alcune nozioni citate appartengono al modello PNL e vanno segnalate.

La distinzione tra mappa e territorio (l’idea che ciascuno operi su una propria rappresentazione della realtà) è concetto mutuato dalla semantica generale ed è ragionevole in sé.

L’individuazione dei sistemi rappresentazionali prevalenti, cioè la classificazione delle persone secondo un canale sensoriale preferito, è invece la parte della PNL più direttamente confutata dalla ricerca sperimentale. Non esistono prove che identificare tale canale migliori la comunicazione.

Anche le tecniche di «ristrutturazione degli stati disfunzionali» descritte come strumenti per aiutare a riacquistare la salute vanno lette con cautela: modificare il vissuto di una malattia è un obiettivo legittimo, ottenerne la guarigione non è un risultato che una tecnica comunicativa possa promettere.

Due punti che meritano attenzione

Al netto delle riserve, due elementi del testo sono validi e poco discussi.

L’affaticamento da compassione

Il riferimento al «lato oscuro dell’empatia» e al rischio di logoramento in chi cura è un tema serio e ampiamente documentato.

Chi lavora quotidianamente con la sofferenza altrui è esposto a un esaurimento specifico, che riduce progressivamente la capacità di rispondere. Riconoscerlo come rischio professionale (e non come difetto personale) è la premessa per prevenirlo.

Il peso delle parole

L’osservazione sull’effetto che certe parole producono, come nel caso di una diagnosi oncologica, è pertinente.

Non significa che si debbano nascondere le informazioni (l’informazione è un diritto) ma che come vengono date incide sul modo in cui la persona affronterà quanto la attende.

Il nodo dell’aderenza

Torniamo al dato iniziale: le persone dimenticano gran parte di ciò che il medico ha detto, spesso subito.

È il punto in cui la comunicazione clinica ha l’effetto più misurabile. Un paziente che non ricorda la posologia, o che ha frainteso la durata di una terapia, non riceve il trattamento prescritto: indipendentemente dalla correttezza della prescrizione.

Su questo esistono strumenti verificati e semplici: far ripetere le informazioni con parole proprie, limitarne il numero per volta, metterle per iscritto. Non richiedono alcun modello particolare.

Domande frequenti

La PNL è validata scientificamente?

No. Alcune sue nozioni centrali, come i sistemi rappresentazionali preferenziali, sono state esaminate sperimentalmente senza trovare conferma. Ciò non toglie validità ai principi generali di comunicazione clinica, che hanno fondamenti autonomi.

La comunicazione può influenzare la guarigione?

Incide su vissuto della malattia, percezione dei sintomi e aderenza alle terapie, quindi indirettamente sull’esito. Non modifica il decorso biologico di una patologia, e sostenerlo rischia di colpevolizzare chi non migliora.

Perché è importante non anticipare i sintomi del paziente?

Perché descriverli prima che li esponga può limitarne l’espressione e far perdere informazioni che non rientravano nel quadro atteso. L’ascolto raccoglie più della presunzione di sapere già.

Come si migliora l’aderenza alle prescrizioni?

Con strumenti semplici e verificati: far ripetere le informazioni con parole proprie, limitarne il numero per volta e fornirle per iscritto. Non serve alcun modello particolare.

Il problema è reale e ben documentato: la formazione medica dedica poco spazio alla relazione con il paziente, mentre le persone dimenticano gran parte di ciò che viene detto loro in visita. Il modello proposto contiene elementi validi, l’attenzione alla qualità delle domande, il rischio di anticipare i sintomi limitando l’espressione, l’affaticamento da compassione come rischio professionale, il peso di come si comunica una diagnosi. Va però separato dal quadro teorico della PNL, che non ha validazione e la cui nozione di sistemi rappresentazionali è stata direttamente confutata. E va tenuta ferma una distinzione: la comunicazione incide sul vissuto e sull’aderenza, non sul decorso biologico.
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