Psicologia Clinica e Psicopatologia

Patch Adams e la Danza delle Emozioni

La malattia che ha fatto più vittime in decenni di pratica medica, secondo Patch Adams, è la solitudine. È l’affermazione più forte emersa da un convegno dedicato alle emozioni e alla salute, e da cui parte una tesi precisa: le emozioni non sono buone o cattive, funzionano come un organo di senso. Articolo divulgativo. Un […]

Psicolab — Patch Adams e la Danza delle Emozioni
La malattia che ha fatto più vittime in decenni di pratica medica, secondo Patch Adams, è la solitudine. È l’affermazione più forte emersa da un convegno dedicato alle emozioni e alla salute, e da cui parte una tesi precisa: le emozioni non sono buone o cattive, funzionano come un organo di senso.
Articolo divulgativo. Un rapporto consapevole con le proprie emozioni è una risorsa, ma non sostituisce percorsi di cura: in presenza di sofferenza psicologica persistente il riferimento è uno psicologo o il medico di base. Il testo si riferisce a un convegno del 2010.

Cosa sono le emozioni

La definizione di partenza è tecnica: stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, generati da stimoli interni o esterni, naturali o appresi.

In termini evolutivi la loro funzione principale è rendere più efficace la reazione a situazioni che richiedono una risposta immediata ai fini della sopravvivenza: una risposta che non passa per l’elaborazione cosciente.

È il punto che spiega perché le emozioni arrivino prima del ragionamento: sono progettate per essere veloci, non accurate.

Cosa la scienza sa e cosa no

Il testo è onesto su un punto raramente esplicitato: non esiste una teoria definitiva delle emozioni su cui vi sia accordo generale.

Le neuroscienze hanno chiarito molto (per esempio il rapporto tra dolore fisico e vissuto emotivo) e la ricerca sulle espressioni facciali ha prodotto sistemi di codifica delle microespressioni divenuti popolari grazie alla fiction televisiva.

Resta però curioso, e istruttivo, il fatto che il termine «emozione» non esista in tutte le culture.

Universali e differenze

Sappiamo dai tempi di Darwin che le emozioni di base sono universali. Questo non impedisce differenze culturali significative: nel testo si osserva come la collera abbia un peso diverso nella cultura occidentale rispetto ad altri contesti.

Ne discende una conseguenza pratica: in una società multiculturale, comprendere i fattori culturali diventa parte del lavoro di chi ha a che fare con persone che soffrono. Il modo in cui il dolore viene espresso (o taciuto) non è universale.

Il contributo di Patch Adams

Il medico statunitense, noto per aver promosso un approccio centrato sulla relazione, ha tenuto un intervento intitolato «Melodia e forza delle emozioni».

Due elementi biografici che riferisce hanno rilievo: il suo approccio nasce da una sofferenza psicologica vissuta in gioventù, e nella pratica come medico di famiglia il primo colloquio con un nuovo paziente non dura meno di quattro ore.

Quest’ultimo dato dice più di molte dichiarazioni di principio: indica dove viene collocato il tempo, la risorsa più contesa in ambito sanitario.

La tesi sulla ragione

Da Platone in poi, osserva il testo, la cultura occidentale ha considerato le emozioni in contrasto con la ragione: qualcosa che offusca la capacità di pensare lucidamente.

In molti contesti restano qualcosa da reprimere.

Una precisazione sul passaggio successivo

Il testo prosegue attribuendo alle donne, in quanto madri, la preservazione del valore positivo delle emozioni, e a una prospettiva maschile la loro riduzione a strumento di potere.

La lettura merita una correzione. L’osservazione sociologica sottostante è fondata: l’espressione emotiva è stata storicamente disincentivata negli uomini e tollerata nelle donne, con costi per entrambi, agli uomini è stato precluso un registro, alle donne è stata attribuita minore razionalità sulla stessa base.

Ma questo è l’effetto di norme culturali, non di caratteristiche naturali legate al genere o alla maternità. Attribuire alle donne una competenza emotiva innata riproduce, in forma benevola, lo stesso stereotipo che ha giustificato la loro esclusione dagli ambiti considerati razionali.

Le emozioni come organo di senso

Qui arriva la tesi più interessante, e regge indipendentemente dal passaggio precedente.

La distinzione tra emozioni buone e cattive è fuorviante: le emozioni sono neutre, e funzionano come un organo sensoriale. La loro funzione è fornire informazioni, permettendo una riflessione più ricca su ciò che sta accadendo.

La metafora è efficace perché ha una conseguenza pratica: non si discute con un organo di senso. Se la vista segnala un ostacolo non ha senso stabilire se sia giusto vederlo, l’informazione va usata.

Allo stesso modo, un’emozione sgradevole non è un malfunzionamento: è un dato.

Far danzare le emozioni con il pensiero

L’espressione usata da Adams indica un processo in due tempi.

Il primo consiste nell’accogliere ciò che arriva dall’esterno e la propria prima reazione. Con una precisazione decisiva: non significa giustificare qualsiasi reazione istintiva, ma riconoscere che qualcosa ha suscitato in noi una certa emozione.

Il secondo consiste nel mettere l’emozione in contatto con il pensiero: filtrarla, comprenderla, ricavarne indicazioni utili.

La distinzione tra i due momenti è il cuore della proposta. Riconoscere un’emozione e agirla sono cose diverse, ed è precisamente la confusione tra le due a produrre sia la repressione, in chi teme le conseguenze, sia l’impulsività, in chi non distingue il sentire dall’agire.

Perché incide sulla salute

La conclusione collega il tutto al benessere: un rapporto sano con le proprie emozioni aiuta a prevenire la sofferenza psicologica, perché evita di sentirsi estranei a sé stessi anche nelle situazioni difficili.

È una formulazione precisa. Ciò che rende insostenibile un’emozione non è la sua intensità, ma il non riconoscerla come propria.

Domande frequenti

Esiste una teoria condivisa delle emozioni?

No. Le neuroscienze hanno chiarito molti meccanismi, ma non esiste una teoria definitiva su cui vi sia accordo generale. Il termine stesso «emozione» non esiste in tutte le culture.

Cosa significa che le emozioni sono un organo di senso?

Che non sono buone o cattive ma forniscono informazioni. Come per la vista, non ha senso discutere se sia giusto percepire qualcosa: il dato va usato. Un’emozione sgradevole non è un malfunzionamento.

Accogliere un’emozione significa assecondarla?

No, ed è la distinzione centrale. Riconoscere che qualcosa ha suscitato una reazione è diverso dal giustificare la reazione stessa. Confondere sentire e agire produce sia repressione sia impulsività.

Le donne hanno una competenza emotiva maggiore?

La differenza osservabile deriva da norme culturali, non da caratteristiche innate: l’espressione emotiva è stata storicamente disincentivata negli uomini. Attribuire alle donne una competenza naturale riproduce lo stesso stereotipo in forma benevola.

La tesi centrale è che le emozioni non siano buone o cattive ma funzionino come un organo di senso: forniscono informazioni, e come per la vista non ha senso discutere se sia giusto percepire qualcosa. Ne discende la proposta di far dialogare emozione e pensiero in due tempi, accogliere ciò che si prova, che non significa giustificare la reazione, e poi filtrarlo per ricavarne indicazioni. La distinzione tra sentire e agire è il punto decisivo, perché confonderli produce sia repressione sia impulsività. E il criterio finale è preciso: ciò che rende insostenibile un’emozione non è la sua intensità, ma il non riconoscerla come propria.
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