Psicologia Clinica e Psicopatologia

Ospite d´inverno

“Ospite d’inverno” intreccia più storie di vita quotidiana in un villaggio del nord della Scozia, ma al centro c’è una famiglia che tenta di elaborare il lutto per un marito, padre e genero da poco scomparso. Attraverso tre generazioni, il film mette a confronto la dipendenza emotiva e l’amore autentico, offrendo allo spettatore una riflessione […]

Psicolab — Ospite d´inverno
“Ospite d’inverno” intreccia più storie di vita quotidiana in un villaggio del nord della Scozia, ma al centro c’è una famiglia che tenta di elaborare il lutto per un marito, padre e genero da poco scomparso. Attraverso tre generazioni, il film mette a confronto la dipendenza emotiva e l’amore autentico, offrendo allo spettatore una riflessione psicologica sul dolore, sul complesso edipico e sui legami che imprigionano o liberano.

Una famiglia alle prese con il lutto

Nell’intreccio di storie di vita quotidiana di cui è costituito il film “Ospite d’inverno” è centrale la storia della famiglia in cui si cerca di piangere il lutto di un marito, padre e genero venuto a mancare, lasciando nel gruppo un vuoto pieno di ricordi. Questa storia, come le altre del film, sembra costruita appositamente per far riflettere lo spettatore sulla differenza tra un rapporto di dipendenza emotiva e una relazione interpersonale fondata sull’amore autentico, quello disinteressato o agape.

I personaggi intorno ai quali aleggia l’anima disincarnata, o il ricordo, del defunto sono le tre generazioni della stessa famiglia: la madre Frances, la nonna Elspeth e il figlio Alex. Il lutto è molto recente, e nel comportamento dei protagonisti si osserva quanto per l’uomo ordinario, non potenziato dall’analisi, sia difficile la gestione di un trauma così grande, e quanto un evento simile possa promuovere l’espressione di nevrosi probabilmente già presenti a livello latente.

Madre e figlio: un messaggio edipico

Nelle prime scene è mattina presto e sia Frances sia Alex si stanno alzando dal letto: film e giornata iniziano insieme. Alex raggiunge la madre in camera e le ricorda con una certa ansia, e una certa invadenza, che la caldaia non funziona. È chiaro che è preoccupato più del destino della sfortunata madre che della caldaia. Frances coglie benissimo il messaggio edipico di Alex e si alza rispondendo con un secco “non ho bisogno di una bambinaia”, o di un fidanzato come te. Questa frase sul “chi ha bisogno di chi” acquisterà un valore diverso in altri momenti del film, quando la ritroveremo sia nei discorsi di Frances sia in quelli dell’anziana madre Elspeth.

Alex esce di casa e la madre vaga in silenzio da una stanza all’altra, assorta nei ricordi. Entra Elspeth, che ha le chiavi, e subito inizia un dialogo con se stessa e con la figlia, la quale non risponde. La donna, per evitare i soliti discorsi della madre, si nasconde in bagno, apre l’acqua della vasca e vi si immerge totalmente, come per isolarsi dal mondo. L’immersione le consente di evitare i discorsi dell’anziana madre, che cerca come può di negare l’esistenza di un dolore al di fuori della sua portata emotiva, un dolore che probabilmente la fa sentire impotente dinnanzi alla tristezza della figlia. “Che cosa hai, cucciola?”: cosa mai può avere una donna che ha da poco perso il marito?

La confusione dei confini

La nonna continua il suo dialogo-monologo evitando il nocciolo del discorso; il prezzo di questa rinuncia è la qualità delle sue parole, che talvolta sembrano zoppicare sul bordo di un abisso, e che colma come può le proprie incapacità emotive, anche con la superstizione. La figlia vorrebbe uscire, ma non può farlo attraversando le pareti come il fantasma del marito, e dopo essersi asciugata e vestita affronta la madre e l’inevitabile “gioco senza frontiere” che le impone: dialoghi all’insegna dell’invadenza, soprattutto da parte di Elspeth, decisa a riconquistare l’affetto e la fiducia della figlia.

Nell’impossibilità di sedare un dolore così grande, la vedova ha cambiato qualcosa di sé all’esterno: si è tagliata i capelli, e ora deve subire anche le critiche della nonna “fuori di sé”, i cui tratti di personalità borderline sono evidenti.

Alex e Mita: il gioco dei ruoli

La scena si sposta su Alex, cui è uscita la catena della bicicletta. Lo soccorre Mita, una ragazza tanto carina quanto mascolina, che con decisione gli risolve il problema. È divertente notare il piccolo gioco di relazione: Alex è probabilmente infastidito che lei, femmina, sia riuscita dove lui, maschio, non ha potuto, e non si trattiene dal mostrarlo; Mita, infastidita a sua volta, minaccia con un gesto di riportare le cose come stavano. Il ragazzo rimedia ringraziandola, e Mita rilancia con uno dei tanti ordini che gli impartirà per tutto il film: “vieni sul ghiaccio!”.

Mita sta ultimando un pupazzo di neve quando passano due ragazzi, Tom e Sam, che hanno marinato la scuola e sembrano in cerca di guai. I due distruggono l’opera d’arte; la ragazza, furiosa, ingaggia una folle corsa per punirli fisicamente. “Era il mio pupazzo, volevo che fosse perfetto!” dirà ad Alex dopo che lui l’ha convinta a interrompere l’inseguimento.

Intanto Elspeth e Frances continuano il loro dialogo come due cecchini al fronte. “Io sto benissimo, non ho bisogno di te!” dice l’anziana, che a tratti sembra più triste per la propria sorte che per il lutto della figlia. La vedova, infatti, progetta di trasferirsi con il figlio in Australia per ricrearsi una nuova vita e dimenticare. “Perché non usi le pellicole a colori? Il mondo è a colori” è una delle piccole provocazioni con cui Elspeth punzecchia la figlia, che è fotografa di professione.

Le comari e i due ragazzi

Compaiono altri due personaggi: due donne di paese, Chloe e Lily, che trascorrono la terza età esorcizzando la morte con la partecipazione a tutti i funerali della zona. Il loro spasso principale è parlare e sparlare delle miserie altrui, abitudine che consente loro di evitare il costo emotivo, la depressione, che si paga riflettendo sulle proprie miserie. La scena ritorna sulla nonna che, mentre continua il suo dialogo-monologo, beve alcol e fuma nervosamente; il conflitto tra madre e figlia sembra dotato di un certo potere consolatorio, ma l’evidente mancanza di confini psichici tra le due donne dà la sensazione di un continuo sfiorarsi di nervi scoperti.

Tocca poi a Tom e Sam, i due ragazzi che avevano distrutto il pupazzo. Uno dei due dialoga come solo un adulto ben consapevole di sé potrebbe fare, forse sintomo di un’infanzia rubata, aprendo ai dilemmi della sua età: l’esistenza e il disagio dello stare in un mondo dominato da adulti che talvolta percepiscono i più piccoli come “mezzi uomini” da sottomettere.

Il complesso edipico e il fantasma del padre

La scena torna su Elspeth e Frances, in gita al faro. Elspeth continua a negare il dolore della figlia; a tratti si ha l’impressione di una confusione di ruoli, con Frances che sembra dover fare da “madre di sua madre”. Elspeth mostra i segni di una regressione o di una mancata maturazione, forse dovuta al suo sfortunato vissuto: “non gli piacerebbe, al defunto, quel taglio” è l’ennesimo attacco alla vedova. Parla, parla, parla di sé e del proprio corpo che invecchia, finché la figlia, stufa, si tappa le orecchie, come all’inizio del film.

Intanto nasce un dialogo tra Mita e Alex. Il ragazzo la invita a casa e, dopo aver evitato accuratamente madre e nonna, i due entrano. Mita si fa un bagno e si veste con gli abiti di Frances. “Togliti il vestito della mamma!”: questa volta, forse l’unica, è Alex a ordinare a Mita qualcosa. Come mai è così irritato dal fatto che Mita abbia indossato i vestiti della madre?

Poco dopo, quando la ragazza, sempre meno vestita, gli confessa di averlo notato fin dal suo arrivo e lo invita al contatto (“Toccami, Alex!”, “torna vicino al fuoco!”), Alex si avvicina, la bacia, pone il corpo sopra il suo, ma si blocca. Afferma di sentire “fuori di sé” la presenza del fantasma del padre. Forse si sente in colpa per aver odiato quel padre che catalizzava tutto l’amore della madre. Il padre, edipicamente “intruso” da vivo, resta “l’ospite” interno anche da morto. È più facile, per lui, dire che c’è qualcosa che non va fuori di sé, che accettare di essere posseduto dentro dal desiderio di entrare nel letto della madre. Il complesso edipico non risolto sembra ancor meno risolto ora che la madre è libera e potrebbe averla tutta per sé. Per sbloccare la situazione Mita toglie dalla vista di Alex le foto del padre defunto, avendo compreso quanto il giovane sia condizionato dalla sua presenza-assenza; ma neanche questo basta, e i due si salutano con delicatezza, dando l’impressione di aver solo rimandato il discorso.

Le storie si intrecciano

Le vite dei personaggi iniziano ora a intrecciarsi. Al faro, Elspeth e Frances incontrano Tom e Sam, e la nonna avvia un dialogo tra adulti: consiglia a uno dei ragazzini di provarci con una compagna di scuola, mentre Frances cerca di immortalare l’intimità che la madre ha con quel figlio maschio che lei, per evidenti motivi, non è mai potuta essere. Frances usa la macchina fotografica come un terzo occhio, per riflettere sui particolari del soggetto e coglierne l’animo, quasi a ricomporre i dettagli che sfuggono. L’anziana madre sembra aprirsi come una rosa, e la figlia forse ne fotografa lo sbocciare, o forse la depressione.

Il nuovo taglio di Frances piace a uno dei ragazzi, e ora anche Elspeth vuole toccare i capelli della figlia: sta iniziando ad accettarne le scelte? La nonna trova così le risorse per implorarla, “non andare in Australia!”, passando dal “io non ho bisogno di te” al “io ho bisogno di te”: “non scappare in un paese lontano; quando sarò in una bara allora potrai andare”. In questo momento, molto probabilmente, la nonna entra in contatto con il dolore e la depressione che derivano dalla sua condizione di donna sola, che dipende emotivamente e forse economicamente dalla figlia.

Intanto una delle due comari, di ritorno da uno dei “festini” funebri, ha una crisi, e l’altra cerca di sostenerla perpetuando il gioco della dipendenza: “abbiamo ancora tanti funerali da vedere, tu non cadi finché ci sono io”. È davvero possibile mantenere questa promessa?

Tom, il gattino e la sfida alla vita

La scena si sposta su Tom e Sam, che coccolano alcuni gattini abbandonati. Il gatto, come contenuto di un contenitore, risuona probabilmente con qualche oggetto interno del bambino che aveva dimostrato un’età psichica maggiore. Preso con sé un gattino, Tom si avventura sul mare pericolosamente ghiacciato, penetrando tra le nebbie nonostante i richiami alla prudenza dell’amico, che teme di perderlo. Inizia un dialogo con il gattino e con esso una sorta di partita a scacchi con la morte, cercando una personale iniziazione alla vita. Riuscirà a sopravvivere a se stesso e al dolore della sua fanciullezza violata?

Forse è stato sconvolto dall’esperienza dell’amore autentico provato per il gattino abbandonato, o dall’idea che i genitori non avrebbero mai accettato quel nuovo amico. È forse l’inizio dell’avventura, quasi psicoanalitica, tra le nebbie della coscienza: riuscirà a uscire dal labirinto senza essere sbranato dal Minotauro? “Dov’è Tom?” grida l’altro ragazzo, temendo il peggio. Tom, che non risponde, sembra deciso ad andare via dalla vita, o a volerci tornare solo dopo aver sfidato Dio, o semplicemente il proprio Super-io. “Se non posso prendermi cura del mio gattino, come posso sopravvivere?”: la sua fuga nell’ignoto è probabilmente anche una disperata e mal formulata richiesta di aiuto.

Il film termina con Frances che comunica alla madre di aver deciso di non partire per l’Australia, e con l’anziana donna in preda alla gioia e all’emozione.

Domande frequenti

Qual è il tema centrale di “Ospite d’inverno”?

Il tema è l’elaborazione del lutto e la differenza tra dipendenza emotiva e amore autentico. Attraverso tre generazioni di una stessa famiglia, il film mostra come il dolore possa far emergere nevrosi latenti e come i legami possano imprigionare o, infine, liberare.

Che ruolo ha il complesso edipico nella storia di Alex?

Alex vive un complesso edipico non risolto, reso più acuto dalla morte del padre, che lo rendeva “rivale”. Il blocco davanti a Mita e la presenza del “fantasma” paterno mostrano il senso di colpa e il desiderio inconfessabile verso la madre, ora libera.

Cosa rappresenta il personaggio di Elspeth?

Elspeth incarna la dipendenza emotiva e la confusione dei confini psichici con la figlia. Passa dal negare il dolore e affermare “non ho bisogno di te” al chiedere apertamente aiuto, in un percorso che la porta a contattare la propria depressione e solitudine.

Perché la fotografia è importante nel film?

Frances usa la macchina fotografica come un “terzo occhio” per comprendere l’animo dei soggetti e ricomporre i dettagli che sfuggono. È uno strumento di riflessione e distanza emotiva, ma anche di avvicinamento a ciò che le parole non riescono a dire.

“Ospite d’inverno” mostra come il lutto possa riattivare nevrosi latenti e legami di dipendenza, e come l’uscita dal dolore passi dal riconoscere il proprio bisogno dell’altro. Dal complesso edipico di Alex alla richiesta d’aiuto di Elspeth, il film contrappone l’amore che imprigiona a quello autentico e disinteressato, fino alla scelta finale di Frances di restare: un piccolo gesto che riapre la relazione tra madre e figlia.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *