Suonare in pubblico: una sfida per la mente
La capacità di suonare in pubblico è oggi oggetto di studio delle neuroscienze, che utilizzano le prestazioni dei musicisti per indagare il funzionamento della mente umana nella rievocazione di un materiale appreso, in questo caso un brano musicale, all’interno di situazioni ad alto contenuto emotivo. I risultati di queste ricerche, a loro volta, offrono al mondo concertistico indicazioni preziose su come ottimizzare la prestazione durante un concerto e su come gestire l’evento.
Il tema è tutt’altro che marginale: il fragile equilibrio tra una buona esecuzione e un vuoto di memoria è alla base di molti ritiri dai conservatori da parte di allievi che, pur motivati, vivono con troppa difficoltà l’impatto con il pubblico.
La personalità del musicista
Le prime componenti che possono esaltare o intralciare la prestazione sono i tratti di personalità. Le persone predisposte a vivere emozioni intense possono, per esempio, affrontare un’esecuzione avvantaggiate sul piano emotivo rispetto a chi non possiede questa attitudine.
Anthony Kemp, analizzando questionari somministrati a musicisti professionisti, è giunto a descrivere il musicista tipico come un “impavido introverso”. L’introversione sarebbe necessaria alla prassi concertistica, perché lo studio richiede molte ore dedicate alla risoluzione di passaggi manuali o vocali, con un inevitabile isolamento durante la pratica. Al tempo stesso, al concertista serve una dose di coraggio, senza la quale l’approccio al palco risulterebbe compromesso.
La letteratura documenta anche come alcuni tratti di personalità si associno alla scelta di determinati generi musicali. Tuttavia, l’enorme eterogeneità dei temperamenti dei musicisti impedisce di definire una precisa “personalità del musicista” capace di garantire prestazioni migliori rispetto ai colleghi. Non esiste, insomma, un carattere “vincente” universale.
Il ruolo dell’attivazione fisiologica
Anche la personalità più preparata può incontrare problemi inattesi se il suo stato fisiologico non si mantiene su livelli intermedi. Di fronte a un evento stressante è comune sentire aumentare il battito cardiaco, la respirazione, la sudorazione: un insieme di segnali che, associati alla situazione, chiamiamo paura o tensione.
Circa un secolo fa due ricercatori americani dimostrarono che le migliori prestazioni nei compiti di rievocazione, all’interno di eventi emotivamente intensi, si raggiungono quando i livelli di attivazione dell’organismo sono intermedi, né troppo bassi né troppo alti. È la celebre legge di Yerkes-Dodson.
Sul piano musicale significa che un concertista troppo carico di aspettative ed emozioni può incorrere, paradossalmente, negli stessi rischi di un collega demotivato: nel primo caso l’attivazione supera i valori ottimali, nel secondo resta insufficiente. Quando la motivazione non viene gestita in modo costruttivo, il musicista molto preparato può ottenere una prestazione peggiore di un collega meno motivato ma con un livello di attivazione più adeguato all’evento. Per i casi più problematici, le terapie cognitivo-comportamentali si sono dimostrate efficaci nel migliorare la prestazione di chi vede sistematicamente crollare la propria esecuzione a causa di una cattiva gestione emotiva.
Attenzione e memoria: il cuore dell’errore
Sarebbe però fuorviante pensare che gli errori dipendano solo dalla reazione emotiva. Il concerto è un momento in cui diverse componenti mentali confluiscono in gesti complessi da eseguire sotto stress, e l’interazione tra attenzione e memoria è uno dei fattori principali alla base dei lapsus motori in pubblico.
La direzione dell’attenzione può influenzare la prestazione in due situazioni opposte. Quando il musicista esegue un brano non ancora consolidato in memoria, l’attenzione rivolta a eventi extra-musicali è dannosa: la paura di dimenticare le note, il timore di non riuscire in un passaggio difficile, il pensiero all’opinione del pubblico. Sono pensieri distanti dal prodotto musicale, che accompagnano e danneggiano l’esecuzione.
Il paradosso del “pilota automatico”
La relazione tra attenzione e prestazione non è però lineare. Non è vero che concentrarsi appieno sui propri gesti porti sempre a un risultato migliore, soprattutto in un brano conosciuto a memoria. In questo caso l’accesso alla memoria a lungo termine, che guida i corretti passaggi manuali, avviene automaticamente.
Il cervelletto è una delle strutture cerebrali più coinvolte nel controllo motorio automatico, quello che si attiva quando inseriamo una sorta di “pilota automatico”. Se spostiamo l’attenzione verso un’attività fino a quel momento controllata automaticamente, questa lascia il posto alla supervisione della corteccia. Ma la programmazione centrale che subentra non è precisa e rodata come il pilota automatico, e questo porta a commettere errori simili a quelli delle prime fasi dell’apprendimento. È la conclusione a cui sono giunti alcuni ricercatori dopo aver testato numerosi tastieristi in diverse condizioni sperimentali.
A conferma, molti musicisti hanno vissuto l’esperienza di suonare in modo impeccabile brani ben conosciuti mentre pensavano ad altro: il programma motorio arriva in fondo senza intoppi, anche se la prestazione può perdere in vivacità e presenza scenica. Sembra dunque che l’attenzione vada rivolta alla musica, al prodotto sonoro che si sta generando, modellandone le dinamiche, senza concentrarsi sulle componenti periferiche del gesto, come il movimento delle dita. Molti sbagliano in pubblico proprio su passaggi che raramente fallivano in prova, perché per la tensione cercano più o meno consapevolmente di controllare i movimenti per ottimizzarli, ottenendo l’effetto opposto.
Una lezione dallo sport
Questi principi trovano conferma nella psicologia dello sport. Il gruppo di ricerca di Sian Beilock ha dimostrato che la direzione dell’attenzione influenza la prestazione tanto nei calciatori quanto nei golfisti esperti. Chiedendo ai soggetti di svolgere un compito focalizzando l’attenzione sui gesti oppure dividendola in compiti paralleli, si è osservato un peggioramento della prestazione quando la concentrazione era rivolta al gesto motorio: esattamente ciò che accade con un dribbling o un lancio ormai automatizzati. Il “troppo controllo” danneggia l’automatismo consolidato.
La psiche come alleata, non come nemica
Lo studio della prestazione sotto pressione si articola in sottocomponenti: personalità, attivazione fisiologica e aspetti cognitivi come l’interazione tra attenzione e memoria. È innegabile che alla base di un errore in pubblico ci sia spesso un metodo di studio inadeguato: si sbaglia perché non si è studiato abbastanza o non si è usato l’esercizio giusto. Ma oltre agli aspetti strumentali, è ampiamente dimostrato che anche le componenti mentali che ruotano attorno al concerto possono degradare la prestazione, a prescindere dalle ore di studio. Prendere consapevolezza di come la mente gestisce gli eventi stressanti può aiutare anche il concertista più impacciato a trovare nella propria psiche un alleato, invece di un nemico in casa.
Domande frequenti
Perché a casa “veniva” e sul palco no?
Perché la prestazione pubblica coinvolge fattori che in prova non entrano in gioco: l’attivazione emotiva e, soprattutto, la direzione dell’attenzione. Sotto tensione si tende a controllare consapevolmente gesti ormai automatici, interferendo con il “pilota automatico” e provocando errori su passaggi normalmente sicuri.
Esiste una personalità ideale per il concertista?
No. Il musicista tipico è stato descritto come un “impavido introverso”, ma l’enorme varietà di temperamenti impedisce di definire una personalità universalmente “vincente”. Introversione e coraggio aiutano, ma non garantiscono da soli prestazioni migliori.
Cos’è la legge di Yerkes-Dodson applicata alla musica?
Afferma che le migliori prestazioni si ottengono con un livello di attivazione intermedio. Un concertista troppo emozionato o troppo demotivato rende peggio: nel primo caso l’attivazione è eccessiva, nel secondo insufficiente rispetto a ciò che l’evento richiede.
Su cosa dovrebbe concentrarsi il musicista mentre suona?
Sul prodotto sonoro che sta creando, modellando le dinamiche della musica, non sulle componenti periferiche del gesto come il movimento delle dita. Per i brani ben consolidati, un controllo eccessivo dei movimenti tende a peggiorare la prestazione anziché migliorarla.
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