Il film
«Monsieur Lazhar» di Philippe Falardeau, del 2011, racconta una classe di undicenni che perde l’insegnante e il supplente che ne prende il posto: un uomo con una propria storia di lutto, e senza i titoli richiesti.
La scuola gestisce l’accaduto rimuovendone i segni e affidando i bambini a un unico intervento specialistico esterno. Il supplente fa il contrario: nomina ciò che è accaduto e lascia che se ne parli.
Cosa indicano i protocolli
Esistono linee guida per la gestione di un evento di questo tipo in una comunità scolastica, e convergono su alcuni punti che vale la pena riportare.
- Non tacere l’accaduto. Il silenzio istituzionale non protegge: lascia circolare versioni non verificate e comunica che l’argomento è vietato.
- Non descrivere le modalità né trattare l’evento in modo spettacolare o romantico, perché la rappresentazione dettagliata è associata a un aumento di comportamenti imitativi, in particolare fra i più giovani.
- Evitare la commemorazione monumentale (targhe, cerimonie permanenti) che può presentare l’accaduto come qualcosa che attribuisce attenzione e riconoscimento.
- Ma anche evitare la cancellazione, che il film mette in scena con la ridipintura dell’aula: rimuovere ogni traccia comunica che l’evento sia innominabile.
- Individuare e seguire nel tempo le persone più esposte, che sono quelle vicine e quelle già fragili.
La posizione corretta sta quindi in mezzo, ed è più faticosa di entrambe le soluzioni estreme.
Cosa serve ai bambini
Alcune indicazioni con riscontro nella letteratura sul lutto in età scolare.
Informazioni vere e semplici, adeguate all’età: le spiegazioni vaghe vengono riempite dall’immaginazione, di norma in modo peggiore della realtà.
La possibilità di fare domande più volte, anche a distanza, e di ricevere risposte coerenti da adulti diversi.
L’esplicitazione che non è colpa loro: il pensiero magico è comune a quell’età, e molti bambini cercano nel proprio comportamento una causa.
Il ripristino della routine, che è protettivo: purché non coincida con il divieto di parlarne.
E la presenza di adulti che non nascondano di essere colpiti: vedere un adulto commosso ma funzionante insegna che si può stare male senza che tutto crolli.
Due precisazioni
Il testo originale contiene due affermazioni da correggere.
La prima definisce il suicidio una violenza nei confronti di chi resta. È comprensibile come reazione ed è una descrizione fuorviante: attribuisce un’intenzione ostile che nella maggior parte dei casi non c’è. Ciò che è documentato è che la percezione soggettiva sia quasi sempre l’opposto, la convinzione errata di essere un peso e che gli altri starebbero meglio. Definirlo un atto ostile aggrava inoltre il carico su chi resta, e in particolare sui familiari, che riferiscono con frequenza rabbia e vergogna e ricevono meno sostegno rispetto ad altri lutti.
La seconda riguarda l’affermazione che il Canada sarebbe fra i primi paesi al mondo per tasso di suicidi: non corrisponde ai dati, che collocano il paese in posizione intermedia. Le statistiche vanno verificate su fonti ufficiali aggiornate.
Sul professionista senza titolo
Il testo osserva che nel cinema ricorrono figure prive di qualifica che si rivelano efficaci, e attribuisce il merito alla relazione.
La prima parte è fondata: la qualità della relazione è associata all’esito in tutti gli interventi d’aiuto, e non è ciò che un titolo garantisce.
Ma la conclusione va precisata. La formazione non serve a produrre empatia: serve a riconoscere ciò che eccede le proprie competenze, un rischio, una condizione clinica, una situazione in cui l’intervento spontaneo peggiora le cose.
La differenza fra un adulto disponibile e un professionista non sta nella capacità di ascoltare. Sta nel sapere quando ciò che si sta ascoltando richiede altro, e a chi rivolgersi.
È esattamente la funzione che, nella storia raccontata, la scuola non ha svolto.
Domande frequenti
Bisogna parlare di quanto accaduto a scuola?
Sì, senza descrivere le modalità e senza spettacolarizzare. Il silenzio non protegge: lascia circolare versioni non verificate e comunica che l’argomento è vietato.
Cosa serve ai bambini coinvolti?
Informazioni vere e semplici, la possibilità di fare domande più volte, l’esplicitazione che non è colpa loro e il ripristino della routine: senza che questo significhi divieto di parlarne.
Il suicidio è un atto ostile verso chi resta?
No, ed è una descrizione fuorviante: la percezione soggettiva è quasi sempre l’opposto, la convinzione errata di essere un peso. Definirlo così aggrava il carico su chi resta.
Serve davvero una qualifica per aiutare?
La relazione conta e non è garantita da un titolo. La formazione serve però a riconoscere ciò che eccede le proprie competenze e a sapere a chi rivolgersi.