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I sogni sono proprio come i fiori e le piante.
Sono esperienze uniche,
delle quali possiamo soltanto meravigliarci.

Marie-Louise von Franz

Nelle pagine di PsicoLab, l’estate scorsa, è stato pubblicata una riflessione sugli ultimi racconti di Angeles Mastretta, una raccolta dal titolo molto diretto: Mariti. Si parlava di uomini distratti assenti innamorati inaccessibili o, al contrario, accessibilissimi. Chissà cosa direbbe la Mastretta di Joe Dubois, marito di Allison, oggetto delle fantasticherie e dei sogni di molte donne.

Ma è la moglie Allison a sognare, tutte le notti, più di una volta per notte, con bruschi trasalimenti che sveglierebbero chiunque. E Joe, nonostante il sonno prepotente, ha la lucidità di chiedere cos’è successo. Allison risponde: “No, niente, ho fatto un brutto sogno”. E lui, con voce invidiabilmente calma (come non fossero le tre di notte!) dice, suadente: “Ti va di parlarne?”.

Ci aspetteremmo che ogni tanto si girasse dall’altra parte per continuare a dormire: e invece no. “Ti va di parlarne?” Allison ovviamente risponde, raccontando. Così il sogno di cui siamo già stati testimoni viene riformulato per lui, ma anche per noi, avessimo perso un dettaglio di stupri violenze morti ammazzati. Sono eventi che stanno accadendo, che si sono (ahinoi!) conclusi o che devono ancora avvenire ed Allison farà di tutto per impedirli.

I tumultuosi risvegli dei coniugi Dubois ricordano (per intensità e per contrasto) un momento del film Prendimi l’anima di Roberto Faenza. Jung si sveglia di soprassalto durante un sogno premonitore e la moglie gli dice: “E’ stato solo un brutto sogno!”. Mi è parsa allora una battuta ingenua; o era voluta? Insomma, la moglie di Jung che dice a Jung: “E’ stato solo un sogno” mi ha fatto e mi fa sorridere tuttora.

Joe Dubois, invece, scienziato, ingegnere aerospaziale, non minimizza le visite notturne della moglie, i dialoghi con i defunti, i rapporti con tutte le cose dell’altro mondo, le premonizioni e le presenze soprannaturali. Tutt’altro! Joe Dubois ascolta, colto nel primo sonno o nel cuore della notte e, se la visione è troppo scomoda, consola.

“Ti va di parlarne” (detto con quella voce) anche alla luce del giorno conquisterebbe la moglie più distratta, perché non è, credetemi, una domanda da marito; tuttalpiù da psicoterapeuta, e dei migliori. A ragione Allison ama il marito, la pace e la vivacità familiare, merito di entrambi, ma soprattutto di Joe, che prepara la colazione alle tre biondissime figliole e le accompagna a scuola, quando la nottata di Allison è stata particolarmente intensa. Di notte ci si macchia di sangue e di giorno tutto torna tranquillo.

La famiglia non sembra lasciarsi turbare dalle stravaganze medianiche di Allison: sono tutti lì, belli e biondi, quasi a contrastare il buio e l’orrore delle presenze notturne. E se non qui, quando allora si potrebbe parlare di ombra? “Anche l’uomo più mite possiede un gemello d’ombra” diceva Aldo Carotenuto in Attraversare la vita, “la chiazza scura che si stende ai nostri piedi e che ci segue col suo ghigno caricaturale”.

In Medium i due mondi si sfiorano: “Bisogna imparare a sostenere il nostro essere sospesi tra il bene e il male, accettare il chiaroscuro che dà profondità, sopportare il nostro incerto stare tra la vita e la morte, sopportare il dolore” (A. Carotenuto). Ma a volte il buio e la luce si confondono, e i due mondi si toccano, si contaminano: sono gli episodi in cui le figlie sembrano minacciate, o il marito, o Allison stessa. E allora sì che l’aiuto di Joe è l’unico modo per non perdere il controllo, per tenere a bada un’emotività che impedisce ad Allison di concentrarsi, di decodificare i messaggi notturni e tradurre il materiale onirico in azione riparatrice.

Perché è questa la parte migliore del telefilm. Il sogno si serve di Allison e lei si serve del sogno per capire quale direzione prendere nelle indagini, e aiutare il procuratore distrettuale o l’amico detective a sbrogliare la matassa nella quale si avvolgono. (A proposito, sapevate che Allison Dubois esiste davvero, che davvero lavora a Phoenix per la polizia? E che l’attrice Patricia Arcquette le è stata vicino per entrare di più nel suo ruolo di sensitiva?).

Beh, ad ogni modo, il sogno compare tutte le notti per indicare, suggerire, mostrare “la diritta via”. Per questo ci sembra che l’approccio all’esperienza onirica di Medium vada perfettamente d’accordo con quello gestaltico.

La Gestalt valorizza nel sogno la potenzialità di lettura del momento esistenziale che il sognatore sta attraversando. Nel dreamwork, poi, il lavoro che la pratica gestaltica suggerisce, il sogno viene ricondotto al presente, addirittura raccontato al presente, e rivissuto nel momento della seduta con tutta la sua carica emozionale.

Si sa che la dimensione onirica è di per sé fuori dal tempo: passato presente e futuro si mescolano in maniera completamente arbitraria. Nel raccontare il sogno al presente invece se ne ricostruiscono sceneggiatura, scene e scenografia; alcune immagini sono in figura, altre sullo sfondo, come in una vera e propria sequenza teatrale. Ritessendo la storia emotiva, o rivivendone anche solo alcuni frammenti, il sognatore in una seduta efficace (complice anche una buona relazione terapeutica) può sperimentare un insight, quell’intuizione utile ad indicare la via.

Allison è assolutamente costretta ad agire nel presente; la sua lettura deve farsi subito azione. E per quanto Joe possa aiutarla, l’esperienza notturna è tutta elaborata in solitudine. Non esiste relazione terapeutica, se non all’interno di sé stessa. Quando l’intuizione arriva, però, la sua tensione e la nostra finalmente si allentano. Non esistono neppure libere associazioni, né tanto meno decodifiche, bensì uno scambio profondo tra l’inconscio e la coscienza a dir poco seducente.

Perls sosteneva inoltre che i sogni, soprattutto quelli piacevoli, altro non sono se non situazioni inconcluse. Di bei sogni in Medium neanche a parlarne; però, sì, Allison spesso conclude ciò che il sogno ha lasciato aperto, riscrivendo quel finale che dopo un po’ di batticuore, ci soddisfa.

Sulle premonizioni, poi, sulle doti medianiche di Allison Dubois, quella del telefilm e quella del reale, è difficile dire; anzi, è meglio tacere.

Non è facile la vita di Allison, come sempre non è facile seguire la propria missione. A volte a lei sembra sfuggire la ragione di un simile dono, il perché sia stata scelta, ma le immagini notturne sono imperiose; aspettano subito una risposta, e lei agisce per il bene di chi le chiede aiuto; lo fa con un tocco lieve, che si traduce per gli altri in forte potere trasformativo.

Non è facile neanche accettare l’evidenza a proposito delle tre figlie, eredi delle stesse identiche doti, ancora informi, ma con segnali inequivocabili. Il quotidiano della famiglia Dubois sa essere ugualmente lieto: si chiacchiera, si scherza, ci si prende benevolmente in giro; le ragazzine litigano come tutte le sorelle del mondo, i genitori mettono pace e si dedicano ai capricci adolescenziali della più grande, ai compiti di matematica della seconda, alla visita medica della bambina più piccola.

L’ambientazione diurna è sempre chiara; i personaggi, tutti biondi, si muovono in uno spazio luminoso, accogliente, e la coppia vive i suoi momenti di intimità (non solo sessuale) in una stanza da letto che è luogo di confidenza, di confessioni, di una rasserenante ricerca di autenticità.

La vita scorre serena. Come nella vita vera però ci sono momenti di crisi, e il licenziamento di Joe non è un problema da poco. Allison vive l’opportunità di scoprire in sé doti pratiche fin qui del tutto inesplorate, insospettate. Lei, la sensitiva, che sempre si affida all’intuito, si scopre attiva e razionale. Lui, volitivo e ottimista, diventa lagnoso e ne ha tutte le ragioni. Ma nell’ultima puntata, per fortuna, tutto si risolve e Joe viene premiato con un ingaggio da capogiro.

Il telefilm (a parte il fascino dei sogni), ha il pregio di raccontarci una coppia credibile, nella sua non credibilità. Di indicare un modello a cui potersi un poco avvicinare. Altro che uomini che vengono da Marte e donne da Venere! Lui razionale e lei intuitiva, perfettamente complementari, ma mai irrigiditi, sanno con naturalezza cambiare, e attingere a risorse inaspettate se la vita lo richiede.

Di Allison poi amiamo il dono di lasciare fluire la vita, il suo agire sempre per il bene della verità, ma soprattutto per il bene degli altri e, perché no, anche la sua bella fisicità; quei pochi chili in più che ce la rendono più cara e meno irreale.

Ma perché scrivere di Medium ora che la serie televisiva è interrotta? Perché ha lasciato un segno, perché un po’ ci manca, ma anche perché speriamo la possiate ritrovare su Internet o in dvd: un bel suggerimento per le tante, innumerevoli serate di intollerabile deserto televisivo.

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Margherita Fratantonio

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