Cosa porta il terapeuta nella stanza
La domanda di fondo (“cosa ha in mente il terapeuta quando incontra una famiglia?”) è centrale per definire su cosa si basa la relazione terapeutica. Quasi tutti gli approcci psicoterapeutici hanno tentato di rispondere, vedendo in questo “bagaglio interiore” o un pericolo da tenere sotto controllo o una risorsa da valorizzare.
In una prima approssimazione, possiamo dire che il terapeuta porta con sé nella stanza molte cose insieme: le teorie e i modelli appresi, le caratteristiche del ruolo che deve sostenere, ma anche l’insieme delle idee su se stesso, sulle persone che ha di fronte e sulla realtà, idee che derivano tanto dalla formazione quanto dalle esperienze personali. È attraverso l’interazione di tutti questi elementi che nasce quello stile personale che permette di costruire la relazione.
Dalla “scatola nera” alle risonanze
Il movimento sistemico, nato negli anni Sessanta con un approccio comunicazionalista e interventi brevi, ha attraversato una vera evoluzione nel modo di concepire la relazione terapeutica: quello che si descrive come il passaggio dalla prima alla seconda e terza cibernetica.
All’inizio prevaleva un’idea precisa: il terapeuta doveva astenersi da qualsiasi coinvolgimento personale. Da questa posizione esterna al sistema, come osservatore neutrale, individuava le regole e le dinamiche della famiglia. L’esperienza emotiva del terapeuta andava tenuta a “rispettosa distanza”.
La scoperta del coinvolgimento
Questa visione, però, si scontrò con la realtà. Osservando famiglie con situazioni particolarmente complesse, alcuni studiosi notarono che, nonostante tutti gli sforzi per mantenere il distacco, l’esperienza emotiva del terapeuta era intensissima. Impossibile ignorarla. Da una concezione unidirezionale del rapporto terapeutico, i terapeuti relazionali arrivarono così a valorizzare il legame profondo tra il sistema osservato e quello osservante.
È il grande cambiamento di prospettiva: il terapeuta non è più fuori dal sistema, ma dentro di esso. Con un’immagine efficace, terapeuta e famiglia sono come “nello stesso letto”: qualsiasi movimento di un componente si trasmette inevitabilmente a tutti gli altri, terapeuta compreso. L’osservatore, insomma, fa parte di ciò che osserva.
Le “risonanze” secondo Elkaim
Un contributo particolarmente prezioso è quello di Mony Elkaim, che ha valorizzato l’autoreferenzialità del terapeuta come risorsa. Secondo Elkaim, nei contesti terapeutici ogni membro del sistema tende a “modellare” gli altri affinché confermino la propria visione del mondo, costruita attraverso le esperienze passate. E (punto delicatissimo) anche i temi che il terapeuta giudica importanti spesso riflettono elementi del suo passato.
Per descrivere questo fenomeno, Elkaim elabora il concetto fondamentale di risonanza: quelle particolari aggregazioni che nascono dall’intersezione di elementi comuni a persone o sistemi diversi. Come gli oggetti materiali possono iniziare a vibrare sotto l’effetto di una certa frequenza, così i vissuti dei membri del sistema terapeutico possono “risuonare” per un fattore comune. I sentimenti evocati in ciascuno, cioè, hanno un significato e una funzione rispetto al sistema in cui emergono.
Ne deriva un’indicazione pratica potente. Quando un sentimento lo colpisce in modo particolare, il terapeuta dovrebbe porsi domande come: “Questo sentimento mi è familiare? Che cosa mi ricorda? Quanto è importante questo elemento per la famiglia?”. Sono domande che permettono di trasformare il proprio vissuto emotivo in un ponte verso la famiglia, anziché in un ostacolo.
Il coinvolgimento come strumento di cambiamento
In questa nuova prospettiva, il coinvolgimento diventa lo strumento principale del terapeuta per produrre cambiamento e favorire l’apprendimento di modelli alternativi di relazione. Come sosteneva anche Carl Whitaker, la condizione essenziale per il buon esito della psicoterapia è proprio la risonanza che il terapeuta sperimenta accogliendo dentro di sé l’emozione e il dolore della famiglia.
È una rivoluzione di senso: ciò che un tempo era considerato un rischio da neutralizzare (l’emotività del terapeuta) diventa la chiave stessa della cura. Il terapeuta sistemico non è un tecnico distaccato, ma una persona che si lascia toccare, consapevolmente, da ciò che accade nella stanza, usando le proprie risonanze come una bussola per comprendere e accompagnare. Riconoscere e “usare” il proprio coinvolgimento, senza esserne travolti, è oggi una delle competenze più raffinate e preziose del lavoro terapeutico.
Domande frequenti
Cos’è la relazione terapeutica in ambito sistemico?
È il legame che si costruisce tra terapeuta e famiglia, oggi considerato non come un rapporto neutrale ma come un sistema di cui il terapeuta stesso fa parte. Il terapeuta porta nella stanza teorie, ruolo ed esperienze personali, e il suo coinvolgimento diventa parte attiva del processo di cura.
Come è cambiata la visione del terapeuta nel tempo?
All’inizio la terapia sistemica vedeva il terapeuta come osservatore esterno e neutrale, che doveva tenere le emozioni a distanza. Con l’evoluzione verso la “seconda e terza cibernetica” si è capito che l’osservatore fa parte del sistema osservato, e che il suo coinvolgimento è inevitabile e prezioso.
Cosa sono le “risonanze” secondo Elkaim?
Sono aggregazioni che nascono dall’intersezione di elementi comuni tra i membri del sistema terapeutico. Come oggetti che vibrano a una certa frequenza, i vissuti di ciascuno possono “risuonare” per un fattore condiviso. Riconoscerle aiuta il terapeuta a comprendere la famiglia e a costruire un ponte con essa.
Perché il coinvolgimento del terapeuta è utile?
Perché, invece di essere un ostacolo, è lo strumento principale per produrre cambiamento. La risonanza che il terapeuta sperimenta accogliendo emozioni e dolore della famiglia è, secondo autori come Whitaker, condizione essenziale per il buon esito della psicoterapia.
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