Che cosa ha in mente il terapeuta quando incontra una famiglia?
La domanda principale che mi sembra importante per definire su che cosa si basa la relazione terapeutica riguarda: “che cosa ha in mente il terapeuta quando incontra una famiglia?”. Le risposte possono essere molteplici, in quanto quasi tutti gli approcci psicoterapici hanno tentato di rispondere a questa domanda, vedendo in questo o un pericolo da tenere sotto controllo o una risorsa da poter utilizzare al meglio.
In una prima approssimazione possiamo considerare che il terapeuta porta con sé nella stanza della terapia con teorie, modelli elaborati ed appresi, caratteristiche e stereotipi del ruolo che deve sostenere, ma anche l’insieme delle idee su se stesso, sulle persone che si trova di fronte e sulla realtà che derivano sia dalla formazione che dalle sue esperienze personali. In sintesi, il terapeuta per produrre quel particolare stile e approccio personale che permette la costruzione della relazione, agisce su una serie di elementi.
Dalla “scatola nera alle risonanze”
Il movimento sistemico, partito negli anni sessanta da un approccio prettamente comunicazionalista e basato su interventi brevi e finalizzati, ha attraversato, sul tema della relazione terapeutica, le rapide del passaggio dalla prima alla seconda e terza cibernetica. Muovendo da una concezione che implicava nella conduzione del colloquio, da parte del terapeuta, la necessità di astenersi da qualsiasi coinvolgimento personale e, da questa posizione esterna al sistema, egli ne individuava le risonanze e le regole.
Questo accadeva in quanto si riteneva che l’esperienza emotiva del terapeuta dovesse essere tenuta a “rispettosa distanza per l’impatto che ne derivava”; ma Schaffer e Wyne (Loriedo, 2005) osservarono che, in famiglie con pazienti schizofrenici, nonostante i tentativi per mantenere un elevato grado di distacco emotivo e di impegno tecnico” l’esperienza emotiva del terapeuta era particolarmente intensa. Quindi partendo da una concezione unidirezionale del rapporto terapeutico, i terapeuti relazionali sono pervenuti alla valorizzazione del nesso che lega il sistema osservato e quello osservante (Malagoli-Togliatti e Cotugno, 1998).
Negli ultimi anni si è approdati ad una nuova visione focalizzata sul sistema terapeutico, la grande attenzione alla relazione terapeutica ha permeato gli interventi di coloro che hanno scritto la storia della terapia familiare, che hanno portato ad immettere il terapeuta all’interno del sistema osservato. Keeney (Lodi, Rosa e Tarantini, 2000) definisce la “cibernetica della cibernetica” il modo di inclusione e partecipazione dell’osservatore nel sistema. In questa visione si può inserire anche il pensiero di Ackerman, il quale, partendo da una formazione psicodinamica, interviene nei sistemi familiari con tecniche strutturali, considerando che il terapeuta e la famiglia è come se fossero “nello stesso letto”, ossia che qualsiasi movimento di un componente del sistema si trasmetta inevitabilmente a tutti gli altri.
Un limite della prospettiva della seconda cibernetica, che ha permesso lo sviluppo della terza fase di questa, riguarda il fatto che considera i sistemi senza alcun riferimento all’ambiente che li circonda, i confini del sistema restano intatti e non ha esterno, sono completamente autoreferenziali.
Particolarmente interessato all’autoreferenzialità è stato Elkaim (1999), che ha puntato sull’importanza dell’utilità e dei vantaggi dell’autoreferenzialità dei terapeuti, inaugurando un nuovo filone di pensiero con conseguenze pratiche importanti. Infatti, secondo Elkaim, nei contesti terapeutici ciascun membro dei sistema può cercare di modellare gli altri in modo che le visioni del mondo, che emergono come risultato di esperienze passate ripetute, vengano confermate. Sempre secondo Elkaim i temi che il terapeuta valuta come importanti spesso riflettono elementi dei suo passato. A tal proposito elabora un tema a mio avviso fondamentale, quello di risonanza per descrivere quelle particolari aggregazioni costituite dall’intersezione di elementi comuni a individui diversi o sistemi umani. Le risonanze nascono dalle reciproche costruzioni della realtà dei membri del sistema terapeutico: “…questi elementi sembrano risuonare come risultato di un fattore comune, nello stesso modo in cui gli oggetti materiali possono cominciare a vibrare sotto l’effetto di una data frequenza” (Elkaim, 1999). Questo perché , seguendo il pensiero di Elkaim, i sentimenti evocati in ogni membro del sistema terapeutico hanno un significato ed una funzione rispetto al sistema nel quale emergono. Quindi secondo l’autore, il terapeuta nel momento in cui è cosciente che un sentimento lo colpisce particolarmente si dovrebbe porre domande del tipo: “ questo sentimento mi è familiare? Che cosa mi ricorda? Quanto è importante questo elemento per la famiglia?”. Queste domande permettono così di costruire un ponte con la famiglia.
In questa nuova prospettiva, anche Whitaker (1990) sostiene che il coinvolgimento deve essere considerato lo strumento principale del terapeuta nel produrre cambiamento e l’apprendimento di modelli alternativi di relazione. Infatti, anche lui concorda con la concezione per cui la condizione essenziale per il buon esito della psicoterapia è la risonanza che il terapeuta sperimenta in risposta all’introiezione dell’emozione, del dolore, della pazzia della famiglia.