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Psicoterapia e Psicoanalisi

La Prospettiva Gestaltica di F.S. Perls

Io faccio la mia cosa, e tu fai la tua.
Non sono in questo mondo per esaudire le tue aspettative
come tu non sei in questo mondo per esaudire le mie.
Tu sei tu, ed io sono io,
e se per caso ci incontriamo, sarà bellissimo,
altrimenti, non ci sarà http:\\/\\/psicolab.neta da fare

(F.S. Perls, la preghiera gestaltica)
La psicoterapia della Gestalt nacque per opera di Frederik S. Perls che dal 1947, con la collaborazione di altri terapeuti, aveva elaborato, a livello clinico e teorico, un nuovo approccio psicoterapico, integrando vari movimenti di pensiero presenti a quell’epoca: gli studi sulla percezione e sui processi creativi della Psicologia della Gestalt, la teoria sull’auto-regolazione di Goldstein, la teorizzazione della corazza caratteriale di W. Reich, lo psicodramma di A. Moreno, la corrente filosofica e psicoterapica dell’Esistenzialismo.
Perls aderendo a un modello psicoterapeutico orientato in senso umanistico-esistenziale parte dal presupposto che il disagio, i sintomi che il paziente porta in terapia siano i segni della difficoltà di vivere propria della condizione umana. La visione che Perls offre dell’uomo è quella di un organismo in perenne tensione dialettica che oscilla costantemente tra molteplici bisogni e spinte biologiche, psicologiche e sociali. L’organismo di adopra al fine di mantenere un equilibrio omeostatico; ogni nuovo bisogno che sopraggiunge scuote l´equilibrio preesistente rendendo necessaria la ricerca da parte dell’organismo di risposte e azioni che permettano di raggiungere una nuova omeostasi. “tutta la vita è caratterizzata da questo gioco costante di equilibrio e squilibrio all´interno dell´organismo” (Perls, 1973).
Dunque l’organismo si trova in una condizione di perenne dinamismo. La malattia insorge quando il processo omeostatico fallisce e l´organismo, incapace di autoregolarsi, rimane troppo a lungo in uno stato di squilibrio. Ma come riesce l’organismo ad autoregolarsi fra una molteplice varietà di bisogni e di istanze? La tendenza dell´organismo è quella di autoregolarsi attraverso un meccanismo di figura-sfondo. In sostanza il bisogno più importante, che risulta in un dato momento il più urgente, emerge in primo piano diventando figura, mentre gli altri bisogni recedono sullo sfondo. E’ dunque l‘urgenza di uno dei bisogni a decretarne il suo primato e l’attivazione prioritaria dell’organismo verso la soddisfazione dello stesso. Contemporaneamente, la prevalenza di un bisogno sull´altro è determinata dal fatto che l´organismo umano si sviluppa unicamente in relazione all´ambiente per cui un bisogno tende a prevalere sugli altri in relazione al contesto, alla situazione circostante. Per esempio: in un dato momento emergono due bisogni, ho fame e allo stesso tempo sto scrivendo una relazione da consegnare al mio capoufficio. Se la situazione in cui mi trovo prevede che la relazione vada consegnata fra una settimana, è probabile che all’ora di pranzo decida di far prevalere la mia fame sul lavoro che potrò riprendere più tardi; ma se la consegna della relazione deve avvenire improrogabilmente entro il pomeriggio e ho ancora molto da scrivere è probabile che l’urgenza di finire il lavoro prevalga e, nonostante la fame, salti il pranzo.
Dunque non esistono bisogni (siano essi fisiologici, psicologici, sociali) che siano a priori più importanti. Ma esistono delle circostanze che li rendono a volte figura, a volte sfondo.
Inoltre non esistono due bisogni, che pur essendo opposti, siano inconciliabili. Prendiamo ad esempio due istanze psicologiche polarizzate come il contatto e il ritiro; vediamo come entrambi siano fondamentali nel garantire la sopravvivenza biologica e psicologica dell´individuo. Tuttavia, né il contatto né il ritiro sono di per sé buoni o cattivi, sani o patologici. Non è un “bene” scegliere il contatto e un “male” il ritiro o viceversa. Entrambe queste polarità servono all’individuo per mantenersi in equilibrio e in armonia, per mantenere l’omeostasi.
Perls propone una visione dell´esistenza globale e unitaria che è il risultato dell’interazione fra i contrari: “è necessario che ci sia un ritmo tra luce ed oscurità … la destra non esiste senza la sinistra.” (Perls, 1969a)
Qualsiasi dialettica che l’esistenza ci pone (appartenenza-individuazione, amore-odio, maschile-femminile, individuo-società, vittima-persecutore etc…) non prevede una scelta definitiva per l’uno o per l’altro polo, ma definisce una continua oscillazione che non è mai risolvibile ma che al contrario, evidenzia la necessità di potenziare entrambe le qualità. Perls dunque concepisce lo stato di salute (dell’individuo, della famiglia, della società) come una condizione in perpetuo divenire che non dovrebbe mai concludersi con lo “schieramento” da una parte dei poli, perché il rischio è la perdita dell’equilibrio e dunque la malattia. I problemi infatti nascono nel momento in cui cerchiamo di trovare delle “soluzioni” definitive. Quando ci troviamo in conflitto pensiamo che il modo per risolverlo consista nella scelta di uno dei due opposti, con l´esclusione dell´altro; “non accettiamo l´idea che questa lotta è una dialettica da vivere, non da concludere, fondamentale per la nostra esistenza e per il nostro stato di salute” (Morelli, 1997).
Per esempio, pensiamo che non si possa al contempo amare e odiare una persona e tendiamo ad assolutizzare i nostri sentimenti come se non potessimo tollerare che in realtà amiamo delle parti, mentre altre parti ci disgustano. “In genere non si ama una persona…Si ama invece una certa proprietà di questa persona…Si pensa di essere innamorati della persona totale, mentre in realtà altri aspetti della persona ci fanno schifo” (Perls, 1969a).
E’ a causa di questo misconoscimento della complessità, fatta anche di contrari, che incagliamo nel conflitto nevrotico “tutto o niente”: o ti amo, o ti odio, devo scegliere. Imparare a tollerare le proprie scissioni, i propri conflitti, le proprie ambivalenze è l’unica strada per restare vivi e sani ed è ciò che la terapia gestaltica cerca di promuovere. Si tratta di accettare che noi non siamo un singolo personaggio, ma una pluralità di personaggi che necessitano tutti di riconoscimento al fine di condurre un’armonica rappresentazione della nostra esistenza. La disintegrazione avviene nel momento in cui ci identifichiamo con una sola parte.
Una delle antinomie particolarmente problematiche che Perls considera come principale fonte di nevrosi è quella tra individuo e società. Da una parte l’individuo per maturare ed esprimere appieno il proprio potenziale dovrebbe, come abbiamo già detto, “vivere e considerare ogni istante come un istante a sé” (Perls, 1969a), fronteggiando le situazioni in modo diverso, attivando risorse e parti diverse di se, cercando ogni volta soluzioni creative. Dall’altro la società teme gli individui imprevedibili e ci spinge il più possibile ad assumere ruoli predeterminati e a semplificare la nostra complessità. L´individuo è spesso schiacciato dagli stereotipi imposti dalla cultura che accetta solo alcuni modi di essere. Continuamente le fantasie, i desideri e i sentimenti dell’individuo entrano in conflitto con le aspettative, le richieste della società, alla quale sente il bisogno di appartenere, per essere integrato e accolto nel gruppo. Sia che l’individuo assecondi soltanto i propri bisogni e fantasie individuali e si identifichi con esse, sia che aderisca totalmente alle richieste sociali, il risultato è la sua patologica scissione. Da una parte avremo i disadattati riconosciuti (criminali, psicopatici ecc..), dall’altra gli iperadattati, i nevrotici, che bloccano lo sviluppo del proprio potenziale e della propria intelligenza restando incagliati in definizioni dettate dall’alto. “Il pazzo dice: Io sono Abramo Lincoln. Il nevrotico dice: Vorrei essere Abramo Lincoln; ma la persona sana dice: Io sono io, e tu sei tu” ( Perls, 1969a).
L´alternativa che Perls propone, alla follia o ad un´iperadattamento altrettanto distruttivo, è rappresentata dal tentativo di integrare le diverse componenti ed antinomie. Per raggiungere questa integrazione occorre una maturazione dell’individuo che passa necessariamente dallo sviluppo e dall’affinamento della consapevolezza delle proprie emozioni, pensieri, sensazioni, desideri, dal confronto con l’ambiente circostante. Perls non si riferisce a una consapevolezza sensoriale istantanea, a qualcosa che può essere facilmente “acceso” partecipando a uno di quei seminari molto diffusi in America, soprattutto negli anni 70, che proponevano formule immediate per il raggiungimento della gioia, della crescita, dello sviluppo personale. ”Siamo entrati nell´epoca degli “accensori, di quelli che, come se si trattasse di premere un bottone, promettono guarigioni istantanee, consapevolezza sensoriale istantanea” (Perls, 1969a).
Il processo di crescita a cui Perls si riferisce è un processo che richiede tempo. Richiede di realizzarsi per quel che si è e non per quello che si dovrebbe essere (secondo le aspettative societarie) né per quel che si vorrebbe essere, secondo le aspettative personali idealizzanti: “Una rosa, è una rosa e una rosa. La rosa non ha nessuna intenzione di realizzarsi come canguro.” (Perls, 1969a). Ma, quel che si è, è qualcosa di estremamente complesso e articolato: significa da un lato accettare le contraddizioni che ci caratterizzano, riconoscere che non siamo qualcosa in assoluto, ma che in noi albergano personaggi diversi, emozioni ambivalenti, desideri e bisogni a volte scomodi o indesiderabili; contemporaneamente significa riconoscere che noi viviamo necessariamente in relazione a ciò che sta fuori di noi, all’ambiente, agli altri, che siamo una parte del tutto, e che solo sviluppando una visione d’insieme del contesto riusciremo a trovare soluzioni intelligenti e sane. “Siamo sempre qualcuno in relazione a qualcosa” (Morelli, 1997); la consapevolezza è un faro che illumina e vivacizza questa incorruttibile tensione dialettica fra noi e gli altri, fra l’individuo e la società. “La consapevolezza di per sé può essere curativa. Dato che con una piena consapevolezza si diventa autoconsapevoli dell’autoregolazione dell’organismo, si può lasciare che l’organismo prenda in mano la situazionesenza interferire, senza interrompere: della saggezza dell’organismo ci si può fidare. Di contro a questo atteggiamento troviamo l’intera patologia dell’automanipolazione, del controllo ambientale e via dicendo, che interferisce con i sottili meccanismi dell’autoregolazione dell’organismo” (Perls, 1969a).
QUI E ORA, COME SEI: I PRINCIPI GESTALTICI
Ma come si diventa ciò che si è?
La nevrosi, come vuole Perls, è il risultato della ipermanipolazione dell’individuo di se stesso e dell’ambente circostante, del suo costante controllo sui suoi comportamenti, bisogni, pensieri, desideri. L’individuo nevrotico non sa com’è ma sa come vorrebbe o dovrebbe essere e fa di tutto per raggiungere il proprio ideale di sé uscendone costantemente frustrato e lamentevole.
Dentro di lui si agitano “due pagliacci”, come Perls li chiama, quello del persecutore e quello della vittima. Il persecutore è il nostro personaggio autoritario e saccente, colui che ci ripete continuamente cosa dovremmo o non dovremmo fare, cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa è convenevole e cosa indecente. E’ il Super-Io freudiano che ci manipola con richieste seguite da minacce di catastrofe: “Se non lo fai, allora…non sarai amato, non andrai in paradiso, morirai” (Perls, 1969a). La vittima è l’altra parte di noi che ci manipola difendendosi, scusandosi, piangendo, lamentandosi. E’ quella che ci fa dire: “Domani lo farò…”, “Non ce la faccio proprio…non ci riesco”, “io ho fatto del mio meglio”, e via dicendo.
Il persecutore è il genitore, la vittima il bambino, e questi due pagliacci, indispensabili l’uno all’altro, controllano la nostra esistenza lottando per prendere il controllo della situazione. Ogni ideale perfezionistico che inseguiamo ci da poi l’opportunità di rimproverarci, di boicottarci, di dirci che proprio non ce la facciamo. E così, dietro l’ammirevole tentativo di automiglioramento si nasconde il gioco preferito del nevrotico, quello dell’autopunizione: “Se la persona cerca di adempiere le richieste perfezionistiche del persecutore, il risultato è un esaurimento nervoso, cioè la fuga nella pazzia. Che è uno degli strumenti della vitima” (Perls, 1969a)
Per questo Perls sostiene che un compito fondamentale della psicoterapia sia quello di scoraggiare nel paziente la ricerca del cambiamento a tutti i costi. Perchè questo significherebbe nient’altro che rinforzare il gioco della nevrosi del paziente sostenendo il gioco distruttivo dell´automiglioramento, del cambiamento programmato che molto spesso è alla base della richiesta di terapia attraverso interpretazioni, consigli, sostegno, accettazione incondizionata.
Spesso il paziente arriva in terapia con l’aspettativa di eliminare i suoi difetti, i suoi limiti, per guarire dalla sua impotenza e disperazione. E spesso si aspetta che il terapeuta abbia la ricetta per renderlo migliore, diverso; insomma si aspetta di trovarsi di fronte un nuovo genitore, un nuovo Super-io, saggio e potente che abbia la scienza per “trasformarlo” in qualcos’altro da quel che è.
Al contrario, come dice Perls, il compito della psicoterapia non è quello di eliminare l’angoscia del paziente, la sua ansia, i suoi limiti e imperfezioni, bensì di promuovere un processo di integrazione che consiste nel riconoscere e integrare i propri lati “oscuri”. Il processo di integrazione prende le mosse dall’iniziale comprensione e accettazione delle parti di noi che meno ci piacciono e che tentiamo di “fare fuori” a tutti i costi per diventare sempre più bravi, più buoni, più efficienti, più potenti e via dicendo.
Lo stato di salute e di benessere risulta dalla possibilità di tollerare la dialettica dei contrari la quale, come abbiamo già detto, è una condizione da vivere e non da modificare a tutti i costi. Il fatto di essere plurali e molteplici ci spaventa quasi che non riuscissimo a capire chi siamo e avessimo bisogno di imboccare una scelta definitiva che poi si rivela anch’essa fonte di angoscia perché non tiene conto delle altre dinamiche che si agitano in noi. Il paziente di solito si “incastra” in ruoli fittizi: il bravo ragazzo, lo studente modello, il marito ideale etc., pur di essere amato, approvato e di evitare le aspettative catastrofiche che immagina si verificherebbero a causa del suo comportamento non adattato. “Il risultato di questa fuga da se stesso è la nevrosi, la psicosi, ma anche la rigidità emotiva, l´adattamento passivo e conformista alla società” (Morelli, 1997). Manipolerà se stesso e gli altri, cercherà in ogni modo il sostegno ambientale al fine di evitare la responsabilità dei propri atti e il dolore del vivere: “nutriamo tutta una serie di aspettative catastrofiche […] con le quali ci impediamo di vivere, di essere […] queste fantasie ci impediscono di assumerci quei ragionevoli rischi che sono parte integrante della crescita e della vita”(Perls, 1969a).
Correre il rischio, secondo Perls, significa restare aperti, pronti e ricettivi di fronte alle situazioni in cui ci troviamo, concedendoci di agire e di rispondere in modo autentico, non dettato dalla maschera che ci protegge. Spesso per esempio, diciamo di sì continuando a fare i “bravi ragazzi” anche quando intimamente vorremmo dire di no, perché questo comporterebbe il rischio di essere rifiutati o abbandonati, rischio che gran parte degli individui preferisce evitare pagando il prezzo del sacrificio e dell’insoddisfazione. “Meglio camminare su questa terra come dei mezzi cadaveri, che vivere pericolosamente, e capire che questo vivere pericolosamente è molto più sicuro di questa vita di assicurazioni, di sicurezza priva di rischi, che viene scelta dalla maggior parte di noi” (Perls, 1969a). Ma se non corriamo il rischio non ci apriremo mai nuove prospettive. Per cui rischiare significa porsi in una “situazione di equilibrio fra le aspettative catastrofiche e quelle anastrofiche. Bisogna vedere tutti e due lati della cosa. Potreste vincere, ma potreste anche perdere” (Perls, 1969a).
Questa non garanzia della felicità e del successo ci spaventa a tal punto che continuiamo a non assumerci la responsabilità della nostra vita. Ci neghiamo quei sentimenti, emozioni, intuizioni che ci permetterebbero nuovi modi di essere nel mondo, ma dei quali ignoriamo, e perciò paventiamo, l’imprevedibile effetto futuro.
La terapia della Gestalt non si propone di fornire conforto, consolazioni, consigli, “istruzioni per l’uso”, risposte esistenziali né tantomeno di aiutare il paziente ad essere più efficiente per riadattarsi, o adattarsi meglio, alla società. Quello che promuove invece è una crescita in termini di maggiore adesione e adattamento a se stesso affinché inizi ad interagire con l’ambiente, non sulla base di ruoli fittizi o socialmente desiderabili, bensì attraverso bisogni e modalità riconosciuti come propri. Riprendendosi la responsabilità della propria vita il paziente riacquista la capacità di autosostenersi: “Il fine della terapia consiste nel far sì che il paziente non dipenda dagli altri, e scopra fin dal primissimo momento che può fare molte cose, molte più cose di quelle che crede dipoter fare” ( Perls, 1969a).
Secondo Perls, affinché il paziente si riappropri del proprio potere, è necessario che diventi consapevole dei propri comportamenti, compresi gli aspetti disarmonici e contraddittori: “se ti assumi la responsabilità di quello che stai facendo, del modo in cui produci i tuoi sintomi, del modo in cui produci la tua malattia, del modo in cui produci la tua esistenza – al momento stesso in cui entri in contatto con te stesso – allora ha inizio la crescita, ha inizio l´integrazione” (Perls, 1969a).
Assumersi la responsabilità della propria vita significa accettare le nostre “sfumature”, anche le più “grigie”, inquietanti e imbarazzanti, significa riuscire ad ironizzare sui propri difetti ed errori: ” amico non aver paura dei tuoi errori. Gli errori non sono peccati. Gli errori sono modi di fare qualcosa di diverso, forse nuovo in senso creativo. Amico non pentirti dei tuoi errori. Siine fiero. Hai avuto il coraggio di dare qualcosa di te stesso” (Perls, 1969b).
Per questo Perls concepisce la psicoterapia come spazio-tempo in cui iniziare a contattare le proprie contraddizioni. In Gestalt si tende ad intensificare piuttosto che ridurre l´ansia, lo stress, le frustrazioni, cercando di facilitare il riconoscimento, il contatto e l’espressione di quelle emozioni, stati d’animo ansiogeni e dolorosi che in genere cerchiamo di fuggire o “aggiustare”. Il terapeuta non alimenterà la fantasia del paziente che ci possa essere qualcuno al mondo in grado di aiutarlo e di consolarlo. Al contrario gli impartirà delle piccole frustrazioni in modo che il paziente attivi le proprie risorse, impari a tollerare anche le sensazioni negative e riesca a trovare delle risposte personali senza le rassicurazioni del terapeuta. Imparare a camminare da soli significa cadere e sperimentare che si è in grado di rialzarsi senza ricorrere al sostegno esterno.
Da quanto detto, emerge come la terapia gestaltica sia una terapia esperenziale più che interpretativa. Essa focalizza l’attenzione sul presente, per cui i problemi che il paziente presenta in terapia, anche se possono derivare da esperienze o traumi appartenenti al passato, sono presi in considerazione solo nella misura in cui interferiscono con la realtà attuale del paziente. In terapia viene chiesto al paziente di prestare attenzione a quel che sente qui ed ora, di diventare consapevole dei suoi gesti, della sua respirazione, delle sue emozioni, dei suoi atteggiamenti, dei suoi pensieri. Questa attenzione all’esperienza presente, a ciò che sento e che sono qui ed ora permette di distogliere il paziente dalle sue razionalizzazioni, ruminazioni, idealizzazioni, gli consente di andare oltre alle rappresentazioni stereotipate di sé, ancorandolo al contatto con ciò che veramente gli sta accadendo.
Viene scoraggiata la “dietrologia” ovvero l’interpretazione, la ricerca delle cause di ciò che esperisce. Per questo Perls, considera la relazione fra paziente e terapeuta come autentica di per sé; egli non nega che il transfert rappresenti la riattivazione di copioni relazionali esperiti in passato dal paziente, ma non è interessato a questo aspetto dal punto di vista clinico, bensì alla sua manifestazione attuale nel setting. L’interpretazione del transfert, secondo Perls, allontana l’individuo dalla ricchezza delle sue esperienze di vita, anhttp:\\/\\/psicolab.netando la potente forza dell’azione e dei sentimenti presenti. All’interno del setting dunque, il paziente proverà delle emozioni per il terapeuta che devono essere trattate di per sé, come ora si manifestano, al fine di poter intervenire sulle distorsioni e poter operare dei cambiamenti concreti. Le opportunità di crescita nascono dalle dinamiche presenti e il lavoro per giungere a una soluzione avviene nella realtà fra paziente e terapeuta. Per esempio, se il paziente è arrabbiato col terapeuta, potrebbe essere importante sapere, come egli vive e accetta questo sentimento ora e cosa intende farne. In Gestalt dunque “viene enfatizzata la fiducia nel flusso naturale della relazione, senza costringere tale flusso in connessioni simboliche con il passato e senza andare aldilà del fatto, verso qualsiasi fattore psicologico che possa spiegare il suo comportamento attuale….Il pericolo di assegnare preventivamente un significato alle esperienze è che si potrebbe dare forma a ciò che è ancora in processo e indurre comportamenti subordinati al significato, stabilendo solo un’altra base per un comportamento stereotipato “ (Polster, 1973).
Mentre la psicoanalisi cerca simboli nel passato del paziente che illuminino la relazione terapeutica attuale, la prospettiva gestaltica crede che la relazione terapeutica presente produca di per sé dei simboli che sono valide affermazioni e che si estendono oltre i limiti della relazione terapeutica. Dunque l’esperienza presente, è in grado di produrre nuove rappresentazioni di sé e del mondo che, assumendo la qualità di simboli, vengono proiettate anche al di fuori del setting terapeutico promuovendo un cambiamento nella vita quotidiana del paziente. Questo accento sul presente come fonte di nuovi simboli, nuove rappresentazioni che possono, senza debiti col passato, agire da qui in poi, nel futuro del paziente è l’aspetto peculiare della psicoterapia di Perls.

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Laura Cioni

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