Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

La Percezione del Rischio nei Luoghi di Lavoro

Le aziende applicano le normative e investono nella prevenzione, eppure gli incidenti sul lavoro (specialmente quelli mortali) restano numerosi. Uno dei fattori determinanti è spesso trascurato: la scarsa percezione del rischio da parte di chi lavora. Eliminare del tutto la probabilità di incidenti è impossibile, ma ridurli attraverso una vera cultura del rischio è un […]

Psicolab — La Percezione del Rischio nei Luoghi di Lavoro
Le aziende applicano le normative e investono nella prevenzione, eppure gli incidenti sul lavoro (specialmente quelli mortali) restano numerosi. Uno dei fattori determinanti è spesso trascurato: la scarsa percezione del rischio da parte di chi lavora. Eliminare del tutto la probabilità di incidenti è impossibile, ma ridurli attraverso una vera cultura del rischio è un obiettivo alla portata di ogni organizzazione.

Che cos’è il rischio

Il rischio è l’eventualità di subire un danno, connessa a circostanze più o meno prevedibili. Dipende sia dalla frequenza con cui il danno può verificarsi, sia dalla gravità delle conseguenze, ed è legato tanto a eventi lavorativi comuni quanto a situazioni straordinarie e imprevedibili. Proprio per questo i rischi vanno studiati e conosciuti: identificati, stimati e mantenuti sotto controllo. È impossibile eliminarli del tutto dai processi di lavoro, ma è possibile ridurli fino a rendere il rischio residuo accettabile.

In molte realtà organizzative persiste ancora un atteggiamento di passività di fronte alla possibilità di un incidente. Lo dimostrano le difficoltà quotidiane nel far usare i dispositivi di protezione o nel far rispettare l’ordine prestabilito di certe operazioni. Superare questa passività, trasformandola in comportamenti attivi attraverso il coinvolgimento di tutti, è il primo passo.

La sicurezza non è solo un calcolo probabilistico

Un principio va tenuto sempre presente: la sicurezza assoluta non esiste. L’obiettivo è duplice: avvicinare il più possibile a zero la probabilità dell’evento e, insieme, portare al massimo la sensibilità del lavoratore verso quel rischio. Perché la sicurezza non è solo un calcolo di probabilità: è anche percezione della situazione in cui ci si trova.

Accade spesso, infatti, di sottostimare o sovrastimare il rischio, proprio perché non basta una formula matematica: entra in gioco il fattore umano, individuale e di gruppo, che va studiato e valutato. Diverse ricerche mostrano, per esempio, che la percezione del rischio è più alta quando riguarda noi stessi rispetto a quando riguarda gli altri. Un altro elemento decisivo è la stanchezza, non solo fisica ma anche mentale: più siamo affaticati, meno riusciamo a concentrarci e a percepire l’ambiente circostante. Per le lavorazioni ad alto rischio, questo impone uno studio accurato dei tempi e delle pause.

Gestire il rischio: formazione, informazione, addestramento

Per ridurre davvero il rischio bisogna gestirlo, e la gestione passa da tre leve: formazione, informazione e addestramento. Gli incidenti, infatti, accadono spesso per un difetto di abilità, di conoscenza o di comportamento. Intervenire su questi tre fronti significa costruire, all’interno dell’azienda, una “cultura del rischio” e, ancor più, una “cultura della percezione del rischio”.

Introdurre un cambiamento culturale richiede tempi lunghi e investimenti significativi da parte di tutta l’organizzazione. I fattori che influenzano la percezione del pericolo sono molti (età, genere, livello di istruzione, contesto sociale, interessi, grado di conoscenza del pericolo) e la meta finale di ogni intervento è far coincidere il rischio reale con quello percepito, anche se è un traguardo difficile: più il rischio è alto, più deve aumentare l’attenzione.

L’informazione deve essere bidirezionale

Un fattore determinante della prevenzione è l’informazione, che deve essere sempre bidirezionale. I lavoratori devono avere occasioni per individuare tra loro i rischi e comunicarli ai responsabili; l’azienda, dal canto suo, deve aggiornare e comunicare i rischi presenti nelle attività. È fondamentale la valutazione congiunta tra lavoratori e responsabili, soprattutto di fronte a situazioni nuove o impreviste: guasti, calamità, nuove attrezzature.

Il punto di partenza è un’attenta analisi statistica degli incidenti passati. Poi occorre scomporre l’attività nelle singole procedure operative, per evidenziare non solo i rischi ma anche le difficoltà dei lavoratori a percepirli o a mantenere un’attenzione costante. Ogni procedura andrebbe analizzata in modo analitico, con l’aiuto di professionisti specializzati che coinvolgano tutti (dai dirigenti all’ultimo operatore) e ne valutino i rischi espliciti e impliciti, riportando poi i risultati ai singoli gruppi di lavoro.

Analizzare le procedure e i profili individuali

Un metodo efficace prevede colloqui condotti da uno psicologo del lavoro con ogni persona coinvolta in una procedura. Un colloquio in parte guidato, per far emergere le professionalità possedute (anche non strettamente legate a quel lavoro), le aspettative e le criticità percepite. Dal confronto con il diagramma di flusso della procedura emergono non solo i rischi, ma anche gli specifici bisogni formativi di ciascuno: un vantaggio doppio, perché fa risparmiare risorse all’azienda e riduce l’esposizione al rischio per i lavoratori.

Per ogni lavoratore, al momento dell’assunzione, andrebbe redatto un profilo (poi periodicamente aggiornato) da confrontare con i processi in cui opererà, per far emergere bisogni formativi e rischi. Attenzione anche a una trappola comune: pensare di avere la situazione sotto controllo solo perché si fa quel lavoro da molto tempo senza incidenti. È una falsa sicurezza. Senza un intervento preliminare di sensibilizzazione, qualsiasi formazione sulla prevenzione ottiene pochi risultati.

Lavoratori stranieri e precari

Un capitolo a parte riguarda i lavoratori stranieri e precari, esposti a rischi maggiori. Per chi non padroneggia la lingua, i cartelli che segnalano pericoli o spiegano l’uso in sicurezza delle apparecchiature risultano spesso incomprensibili. Pesano anche differenze culturali e condizioni di vita che comportano stress e stanchezza continua. I lavoratori precari o a tempo determinato, inoltre, corrono rischi più alti perché spesso non vengono formati adeguatamente, per mancanza di tempo e di risorse.

La resilienza dell’organizzazione

Un’azienda è un sistema complesso in interazione con l’ambiente, in equilibrio precario tra staticità e flessibilità. Da qui il concetto di resilienza: la capacità reattiva e adattiva di un sistema di fronte a un evento imprevisto. Una situazione nuova obbliga l’azienda a flessibilità e creatività, ma anche a una revisione quasi immediata delle procedure di sicurezza. Perché ciò sia possibile, occorre aver costruito in anticipo la capacità dei lavoratori di collaborare per riconoscere i nuovi rischi.

I sistemi resilienti condividono alcune caratteristiche:

  • impegno dei dirigenti di alto livello;
  • una cultura giusta, cioè capacità di analisi a tutti i livelli;
  • cultura dell’apprendimento organizzativo;
  • consapevolezza;
  • prontezza, cioè attenzione anche ai segnali deboli che emergono dal sistema;
  • flessibilità;
  • consapevolezza di operare spesso sul limite del rischio.

I tre livelli dell’agire: skill, rule, knowledge

Di fronte alla realtà agiamo su più livelli. Il primo è quello dell’abilità (skill): l’automatismo. Il secondo è quello della regola (rule): riconoscere la situazione attraverso un’osservazione cosciente, più lento, perché il rischio va prima identificato come tale. Il terzo è quello della conoscenza (knowledge), che implica interpretazione e valutazione del rischio.

Nel primo livello l’errore non è intenzionale né prevedibile, perché legato a comportamenti automatici; negli altri due si tratta invece dell’applicazione errata di una regola o dell’attuazione cosciente di un comportamento che esce dalle regole. Gli incidenti nascono spesso da una serie di piccoli segnali deboli sistematicamente ignorati, finché uno di questi meccanismi fallisce. Occorre allora percepire il rischio, capire se si possono applicare regole note o se ne servono di nuove, e comprendere subito quando fermarsi. Nulla di tutto ciò è affidato al caso: è il risultato di una cultura specifica sui rischi.

Investire nella sicurezza conviene

Al di là di ogni valutazione etica, va fatto comprendere alle aziende (soprattutto a quelle medio-piccole) che investire nella sicurezza significa anche risparmiare. Un ambiente di lavoro sicuro e sereno è ormai riconosciuto come essenziale per livelli produttivi di qualità. Ogni incidente, al contrario, si paga a prezzi altissimi: in vite umane o gravi invalidità, ma anche in termini di clima aziendale e di fiducia dei lavoratori, con pesanti ripercussioni sulla produzione. La lotta agli incidenti sul lavoro, in fondo, è prima di tutto un fattore di civiltà e di rispetto della persona.

Domande frequenti

Cos’è la percezione del rischio?

È la consapevolezza soggettiva del pericolo presente in una situazione lavorativa. Non coincide sempre con il rischio reale: tendiamo a sottostimarlo o sovrastimarlo. La meta della prevenzione è far coincidere il rischio percepito con quello reale, perché agire in sicurezza significa percepire i rischi che si stanno correndo.

Come si gestisce il rischio in azienda?

Attraverso formazione, informazione e addestramento, poiché gli incidenti nascono spesso da difetti di abilità, conoscenza o comportamento. Serve inoltre un’informazione bidirezionale, l’analisi delle procedure di lavoro, profili aggiornati dei lavoratori e una vera cultura della percezione del rischio costruita nel tempo.

Perché stranieri e precari sono più a rischio?

I lavoratori stranieri incontrano barriere linguistiche che rendono incomprensibili i cartelli di sicurezza, oltre a differenze culturali e condizioni di vita stressanti. I precari e i lavoratori a tempo determinato, invece, spesso non ricevono una formazione adeguata per mancanza di tempo e risorse.

Cosa significa “organizzazione resiliente”?

È un’azienda capace di adattarsi rapidamente agli eventi imprevisti, rivedendo subito le procedure di sicurezza. Richiede impegno dei dirigenti, cultura dell’analisi e dell’apprendimento, consapevolezza, prontezza ai segnali deboli e flessibilità, con la consapevolezza di operare spesso sul limite del rischio.

Gli incidenti sul lavoro restano numerosi anche dove si applicano le norme, perché manca spesso la percezione del rischio. Il rischio non si elimina, ma si gestisce: la sicurezza assoluta non esiste, e la sicurezza non è solo calcolo probabilistico ma anche percezione. Le leve sono formazione, informazione e addestramento, con un’informazione sempre bidirezionale e l’analisi accurata delle procedure. Attenzione alla falsa sicurezza dell’abitudine, alla stanchezza e alla maggiore esposizione di stranieri e precari. Un’organizzazione resiliente si adatta agli imprevisti e coglie i segnali deboli, agendo sui livelli skill, rule e knowledge. Investire nella sicurezza conviene: riduce i costi, migliora il clima e la produttività. Ma è soprattutto un fattore di civiltà e di rispetto della persona.
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