Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Fragilità di Norma Jean

Dietro il mito di Marilyn Monroe c’era una bambina spaventata di nome Norma Jean. La celebre canzone che Elton John le dedicò, “Candle in the Wind”, ne coglie l’immagine perfetta: qualcosa che si brucia in fretta, con molto incanto e poco tempo. La sua storia, letta con gli occhi della psicologia, è l’esempio doloroso di […]

Psicolab — La Fragilità di Norma Jean
Dietro il mito di Marilyn Monroe c’era una bambina spaventata di nome Norma Jean. La celebre canzone che Elton John le dedicò, “Candle in the Wind”, ne coglie l’immagine perfetta: qualcosa che si brucia in fretta, con molto incanto e poco tempo. La sua storia, letta con gli occhi della psicologia, è l’esempio doloroso di come un’infanzia mancata e la privazione di una “base sicura” possano diventare una condanna che neppure la fama, la bellezza e la ricchezza riescono a riscattare.

Due creature in una sola donna

C’erano due creature in quella ragazza, e lei stessa lo ammetteva: una magnifica e sensuale, ammiccante e un po’ bambola; l’altra spaventata e addolorata, con un nome semplice e infantile, Norma Jean. Un nome semplice e un passato complicatissimo. Se fosse vissuta, oggi sarebbe un’anziana ex attrice con i suoi ricordi; ma nella sua storia si legge quasi subito una tragedia insita, un’anima non fatta per le lunghe strade.

Un’infanzia negata

Norma Jean Baker nasce il primo giugno 1926 in un ospedale per indigenti, da un padre incerto che, contattato una volta divenuta celebre, le oppose un silenzio per lei atroce. La madre Gladys soffre di depressione, i soldi mancano, e nemmeno la nonna, afflitta da turbe psichiche, è in grado di prendersi cura della bambina. Fino ai sette anni Norma viene cresciuta da una coppia religiosa e affettuosa che l’avrebbe anche adottata, se la madre assente non si fosse opposta.

Gladys la raggiunge solo una volta a settimana, senza gesti d’affetto, senza nemmeno spiegarle chi sia. Quando finalmente prova a prendersi cura della figlia in un piccolo appartamento, dopo pochi mesi le sue condizioni psichiche vacillano e viene ricoverata in ospedale psichiatrico: un destino ricorrente nelle donne della famiglia, e un terrore che avrebbe accompagnato Marilyn per tutta la vita, nella domanda “sono matta come loro?”. Comincia così un iter di orfanotrofi e famiglie affidatarie, con anche presunte molestie: nella girandola di case, Norma non fa nemmeno in tempo a creare legami.

La nascita di Marilyn

Affamata di stabilità e affetto, si sposa giovanissima con Jimmy, un ragazzo che le regala una parvenza di normalità. Ma in lei, che non era mai stata al centro di nulla, sta già nascendo un’altra persona, anzi un personaggio: una donna che invece non può che stare al centro dell’attenzione. Notata per la sua bellezza morbida e per un fascino etereo e un po’ svanito, inizia a lavorare come modella e frequenta il mondo dello spettacolo.

Tra questi incontra Johnny Hyde, un agente ricco e più anziano che le offre sicurezza. Alla sua morte, di fronte all’ennesima solitudine, Norma tenta il primo suicidio. Ma proprio da qui la sua carriera decolla: in pochi anni diventa la star più celebre del mondo. Non Norma, ovviamente, ma Marilyn. Ed è il caos.

Il vuoto dietro il successo

Amata, desiderata, considerata irresistibile, nel privato vive un’esistenza difficilissima. Si sposa brevemente ma intensamente con Joe Di Maggio, forse uno dei pochi ad averla sinceramente sostenuta, e poi con lo scrittore Arthur Miller, tra molte altre vicende sentimentali: aveva sempre bisogno di qualcuno accanto. Molti ne approfittarono, dagli insegnanti di recitazione agli pseudo-amici: pareva che non avesse gli strumenti per valutare chi le stava intorno. Si affidava totalmente, con disperazione, senza porsi domande.

Per anni in psicoanalisi, sempre più dipendente da barbiturici e alcol, sempre più incapace di reggere i ritmi delle produzioni, il suo declino è rapido quanto l’ascesa. L’incontro con i fratelli Kennedy segna l’inizio del mistero della sua morte. Viene trovata senza vita a soli trentasei anni. Suicidio o omicidio per ciò che sapeva, qualunque sia la verità, resta una fine tragicamente coerente con chi era: morta sola, bellissima e stanca.

Una lettura psicologica: l’attaccamento mancato

Si è sempre pensato a lei come a una creatura poco intelligente; leggendo le sue lettere si scopre invece che era soprattutto candida. Tutti coloro che l’hanno conosciuta raccontano che Norma aveva di sé un’idea misera, nessuna autostima, al punto che qualunque opinione altrui valeva per lei più della propria. Con un perenne senso di inferiorità e un bisogno di accettazione indescrivibile, “creò” Marilyn per essere finalmente amata. Ma diceva lei stessa: “amano Marilyn, non Norma”. E vestiva la pelle della bionda mozzafiato per entrare in quella figura adorata.

Chiaramente depressa e spesso ansiosa, con una lunga serie di sintomi psicofisici, moltiplicò negli anni i tentativi di suicidio. L’assenza di una vita stabile, la maternità mai raggiunta, le sostanze psicotrope: tutto si innestava su una mente già provata, rimasta senza quella “base sicura” che, come teorizzò lo psicoanalista John Bowlby con la teoria dell’attaccamento, è necessaria a ognuno. L’incapacità di stabilire un attaccamento accettabile, e una caduta così precoce, segnarono tutto il resto: non si sarebbe potuto recuperare, se non con una cura costante e una condivisione che non ebbe.

Il bisogno disperato dell’altro

Il suo modo di porsi potrebbe quasi suggerire i tratti di un disturbo dipendente di personalità: terrorizzata dalle decisioni, bisognosa di continua guida e sostegno, si affidava a chiunque. E chiunque, di solito, non è affidabile: divenne così preda di chi poteva trarne vantaggio. Ebbe persone che la amarono spontaneamente, ma Norma non si voleva e non sapeva accudirsi, perché non le era stato insegnato. Chiusa in circoli troppo grandi per lei, tra politica, potere e cinismo, appariva come una bambina, e tale in fondo si comportava: cristallina e ingenua fino a sembrare stolta, adesiva fino all’umiliazione.

Domande frequenti

Chi era Norma Jean rispetto a Marilyn?

Norma Jean Baker era il vero nome, e l’identità fragile e spaventata dietro il personaggio. Marilyn Monroe era la figura pubblica, sensuale e amata, che Norma “creò” per essere finalmente accettata. “Amano Marilyn, non Norma”, diceva lei stessa.

Cosa si intende per “base sicura”?

È un concetto della teoria dell’attaccamento di John Bowlby: la relazione stabile e protettiva con una figura di riferimento nell’infanzia, che permette di sviluppare autostima e sicurezza. La sua mancanza, come nel caso di Norma, può segnare profondamente tutta la vita.

Perché si affidava a persone che ne approfittavano?

Per un bisogno disperato di guida e accettazione, tratti che ricordano il disturbo dipendente di personalità. Terrorizzata dalle decisioni e priva di autostima, si affidava totalmente a chiunque, diventando facile preda di chi voleva sfruttarla.

Cosa insegna la sua storia?

Che fama, bellezza e ricchezza non compensano un’infanzia negata e la mancanza di sicurezza interiore. È un esempio di come le ferite dell’attaccamento precoce possano diventare una condanna, che solo cura e sostegno costanti avrebbero forse potuto lenire.

La parabola di Marilyn Monroe è, al di là del suo fulgore, l’esempio doloroso di come un’infanzia mancata possa diventare una condanna. Privata di una “base sicura” nel senso di Bowlby, Norma Jean crebbe senza autostima e senza la capacità di costruire attaccamenti stabili, affidandosi con disperazione a chiunque. Creò Marilyn per essere amata, ma continuò a sentirsi “una candela nel vento”. La sua storia ricorda che la sicurezza interiore non si compra con la fama: se non viene costruita nell’infanzia, la sua assenza può accompagnare, e ferire, per tutta la vita.
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