Elton John fu probabilmente il suo più arguto analista: perennemente sul lettino, questa drammatica e mitica donna non fu mai così chiara come nelle parole della canzone a lei dedicata – Candle in the wind, un’immagine perfetta e precisa.
Oggi lei avrebbe ottantuno anni – un’età discreta, ma non così longeva per i canoni attuali.
Sarebbe un’anziana e pacifica ex attrice (magari non un mito, poichè avrebbe fatto in tempo a decadere e sparire dagli schermi), con i suoi ricordi fulgidi e invidiabili, magari persino un pò serena.
Ma nella storia della sua vita si legge quasi subito quella tragedia insita, quell’anima non fatta per lunghe strade – qualcosa che si brucia in fretta, con molto incanto e poco tempo.
C’erano due creature in quella ragazza e lei stessa lo ammetteva: una magnifica e sensuale, ammiccante e un pò bambola e l’altra, quella spaventata e addolorata.
Che aveva un nome scordato, semplice e infantile: Norma Jean.
Un nome semplice e un passato complicatissimo.
Norma Jean Baker nasce il primo giugno 1926, in un ospedale per indigenti da padre piuttosto incerto (sembra fosse un impiegato che poi l’attrice arrivò a contattare una volta divenuta celebre, ottenendo un silenzio per lei atroce).
La madre Gladys è inquieta e ha problemi di depressione, i soldi mancano e nemmeno la nonna, Della, afflitta da turbe psichiche, è in grado di curare la bambina.
Fino a sette anni viene cresciuta da una coppia religiosa e affettuosa che prende bimbi in affido e sarebbe anche stata adottata da loro, se l’assente mamma non si fosse opposta.
Gladys raggiunge Norma solo una volta a settimana, senza alcun gesto d’affetto, senza nemmeno spiegare alla piccola chi lei sia. Eppure, una volta iniziata la scuola, Norma viene portata a vivere in un appartamentino – la prima volta che Gladys ha da prendersi cura realmente della figlia, se non fosse che dopo pochi mesi le sue condizioni psicologiche vacillano.
Viene rinchiusa in ospedale psichiatrico, fatto piuttosto usuale nelle donne della famiglia e terrore che poi avrebbe accompagnato Marilyn lungo tutto il suo percorso (“Sono matta come loro?”).
E’ da qui che inizia l’iter di orfanotrofi e famiglie affidatarie, con anche delle presunte molestie sessuali; ciò che è certo è che nella girandola di case che si trova momentaneamente ad abitare, Norma non fa nemmeno in tempo a creare dei legami.
Il risultato è che, già affamatissima di stabilità e d’affetto, si sposa giovane con Jimmy, un sano ragazzone americano che le regala una parvenza di ‘normalità’.
Ma già in lei, che mai era stata al centro di http:\\/\\/psicolab.neta, sta nascendo un’altra persona, un personaggio anzi.
Una donna che invece non può che stare al centro dell’attenzione.
Notata per la sua bellezza prosperosa e morbida e per quell’impalpabile fascino etereo e un pò svanito, inizia a lavorare come modella fotografica.
Comincia a frequentare e conoscere nomi dello spettacolo e proprio tra questi incontra Johnny Hyde, un attempato e ricchissimo agente che le offre di sposarla, per darle quella comodità e sicurezza che le mancano. Lei, malgrado il primo matrimonio sia terminato, non vuole ingannare l’uomo, ma gli è sinceramente affezionata e quando questi muore, di fronte ad altra solitudine, tenta il suo primo suicidio.
Da qui, però, la sua calliera decolla e si ritrova, in pochi anni, a essere la più celebre star del mondo – non Norma, ovviamente, ma Marilyn.
E’ il caos.
Amata, ricercata, trovata oltremodo seducente, nel privato l’esistenza è difficilissima: si sposa brevemente, ma intensamente con Joe Di Maggio (forse uno dei pochi ad averla sinceramente appoggiata) e poi con l’intellettuale scrittore Arthur Miller – e diverse altre vicende sentimentali, perché aveva sempre bisogno di qualcuno accanto a lei.
Molti furono coloro che ne approfittarono: dagli insegnanti di recitazione agli pseudo-amici, pareva che la donna non avesse i mezzi per valutare chi aveva accanto.
Si affidava, totalmente e con disperazione, senza porsi domande.
Per anni in psicoanalisi, sempre più dipendente da barbiturici e alcool, sempre più incapace di seguire i ritmi serrati delle produzioni, il suo declino è rapido quanto l’ascesa.
Incontra i fratelli Kennedy – e qui nasce il mistero della sua morte.
Diverse volte tenta di togliersi la vita, alcuni suoi ricoveri, motivati con problemi fisici, sembrano invece legati al deteriorarsi psichico.
Incredibilmente disarmata, ammirata nel mondo quanto piccina dentro di sè, viene trovata morta appena trentaseienne – è fatto noto.
Suicidio, omicidio per ciò che lei sapeva (frequentava i Kennedy, frequentava esponenti della criminalità), qualunque sia la realtà dell’epilogo, è comunque una fine adeguatissima a chi lei era : morta sola, nuda, bellissima e stanca.
Si è sempre pensato a lei come a una creatura poco intelligente – invece leggi delle sue lettere e scopri che era più che altro candida.
E se questo candore era in parte recitato, era per altro verso assai vero.
Tutti coloro che l’hanno conosciuta hanno sostenuto che Norma aveva di sè un’idea misera, nessuna autostima, al punto che qualunque altra opnione che non fosse la propria per lei valeva ben più del suo punto di vista.
Con un perenne senso di inferiorità e un bisogno d’accettazione indescrivibile, ha fatto nascere Marilyn per essere qualcuno di amato – ma non era comunque Norma.
“Amano Marilyn, non Norma”, diceva – ed era vero.
Allora vestiva la pelle sexy della bionda mozzafiato e così entrava in lei, in quella adorata.
C’è, nella sua epopea, un che di commovente e tristissimo: un corpo magnifico, un viso angelico, ricchezza e fama – ma nemmeno uno stralcio di quell’equilibrio senza il quale si può sostenere l’urto con il vivere.
Chiaramente depressa e sovente ansiosa (con una quantità inenarrabile di sintomi psicofisici), i suoi tentativi di suicidio aumentano negli anni: l’assenza di una vita stabile, la maternità che non riesce a raggiungere, le sostanze psicotrope, tutto si innesta su di una mente naturalmente provata, rimasta senza quella ‘base sicura’ (Bowlby) a tutti necessaria.
L’incapacità di stabilire una qualunque forma di attaccamento accettabile, questa caduta così prematura, hanno segnato tutto il resto a venire – non si sarebbe potuto recuperare, se non con una costante cura e con una condivisione che non ha avuto.
Di fronte alle pressioni di un tale successo, che sarebbero risultate complicate anche a un carattere più forte, una Norma Jean arranca.
Il suo modo di porsi potrebbe quasi suggerire una diagnosi di disturbo dipendente di personalità: terrificata dalle decisioni, bisognosa di continua guida e sostegno, si affidò a chiunque – e Chiunque non è usualmente affidabile.
Divenne preda di quanti da lei potevano trarre vantaggio – inevitabile anche questo.
Ebbe diverse persone che l’amarono spontaneamente – ma Norma non si voleva, non si accudiva, non le era stato insegnato.
Quindi tutto fu inutile.
Chiusa in circoli e circostanze eccessivamente grandi per lei (la politica, il potere, l’arguzia e il cinismo), appariva come una bambina – e tale era e si comportava.
Cristallina e ingenua fino a parere quasi stolta, adesiva fino all’umiliazione, Norma realmente aveva attraversato i giorni come una ‘candela nel vento’.
Marilyn Monroe, al di là del fulgore, è il tipico e penoso esempio di come un’infanzia mancata, violata e negata possa divenire una condanna costante.
Tutta un’esistenza a cercare quel calore inizialmente mancato, quel sostegno che da dentro non si poteva costruire, in lei.
Così disperatamente bisgonosa di, da voler divenite una diva – ma non è bastato.
Marilyn è morta giovane donna.
Norma è morta che era ancora bambina.