La forma di spettacolo sicuramente “italiana” per eccellenza è l’opera lirica, nata a Firenze e poi uscita per il mondo.
Eppure proprio l’Italia ne sta perdendo l’essenza e il contatto, avendola relegata nell’ambito dell’evento culturale, che si propone quindi più per un dovere storico che per una sentita necessità d’espressione.
Uno spettacolo (per fare il proprio mestiere e farlo bene) deve smuovere le emozioni, le sensazioni della gente, entrando in maniera più o meno raffinata dentro la psicologia dello spettatore.
Potremmo dire che può penetrare dentro come un alimento, magari per essere risputato con disgusto, ma sicuramente viene morso a causa dei sapori emotivi e dei colori psichici che fa risuonare.
Quando si va ad uno spettacolo con l’intento di fruirne vogliamo essere lì (e non altrove), ed esserci con tutta la nostra complessità. Lo sanno benissimo i 70mila che si bevono l’anima in uno stadio per Vasco (Rossi), mentre non lo sanno più gli spettatori d’opera che si comportano come dei partecipanti ad un evento cultural-mondano non come coloro che sono lì a “patire” un qualcosa che tocca le corde dell’anima.
I melomani stessi amano più la necrofilia, il bel tempo andato, che la carne e il sangue vivo che costituiscono l’opera lirica. Nessuno oggi reciterebbe “Amleto” non soltanto come si faceva ai tempi di Kean, ma neanche come veniva fatto ai tempi di Renzo Ricci.
Questo non perché Ricci o Kean non fossero bravi, ma semplicemente perché il teatro di parola usa nello schizzare sulla scena il linguaggio del proprio tempo e scandaglia l’anima di quel pubblico, non di quello di cinquanta o cento anni prima.
Ci si domanda perchè lo spettacolo lirico debba “contentarsi” di guardare al passato, accettando di essere obsoleto nel modo di proporsi al pubblico.
Permettere alla voce umana di esprimere e suscitare delle emozioni attraverso l’azione combinata di musica, parola e recitazione, è stata un’idea geniale che non può ridursi ad un insieme staccato di fatti, emotivamente prescindibili l’uno dall’altro.
Avendo amato direi da sempre la scena e la rappresentazione di storie scatenanti, è stato naturale per me divenire una psicologa desiderosa d’indagare il mistero dell’interpretazione e una regista d’opera che trova nel rapporto tra musica e testo la possibile sede dell’“indicibile”.
Naturalmente il problema dell’interpretazione appartiene pure alla commedia, al dramma e alla lunga ricerca su come staccare la parola scritta dalla pagina, trasformandola in “altro”, rispettoso ma nello stesso tempo autonomo.
Nella lirica però… il gioco si fa duro, perché è qua che inavvertitamente si cerca di non considerare le pulsioni e i sentimenti del pubblico, rischiando di veder morire per sfinimento una forma d’arte.
Eppure Puccini e Verdi sono stati grandissimi uomini di teatro, oltre che musicisti, ed hanno usato il testo e il sottotesto per definire l’anima complessa dei personaggi e la musica per andare nei luoghi dove s’incontrano i contrasti, dove i colori della psiche si frantumano e si definiscono.
Calaf può essere un Principe dal fascino strabordante ma anche un uomo che usa la propria virilità per arrivare al potere, senza guardare in faccia nessuno. Otello può essere un geloso ma anche un dannato per aver tradito la propria razza e la propria anima. Don Carlo l’Infante vittima della ragion di stato di Filippo II ma anche il giovane borderline alle prese con la propria fragilità mentale.
Un mondo quindi, di Anima e di Animus, di archetipi pulsanti. Un mondo che deve essere esplorato, aiutando i cantanti a farlo vivere ritrovando nelle proprie corde (e non soltanto le vocali) le risonanze con tanta ricchezza psicologica.
Oggi l’opera lirica chiede ai suoi operatori di affermare con violenza “La commedia è finita! Non possiamo più nasconderci nel passato, nella bellezza asettica dei timbri vocali per non sporcarci le mani con l’attualità psicologica delle nostre storie”.
Per questo l’opera vuole la contaminazione con altre discipline, come la psicologia appunto, e con altre forme d’arte, come il cinema o le tante forme video.
Il momento nel quale il cantante entra in contatto col suo personaggio è una splendida alchimia. La struttura della musica, la linea scelta dal direttore d’orchestra, l’impostazione del regista, confluiscono dentro il suo personale concetto d’interpretazione restituendo un risultato forgiato da quella sensibilità.
Sarà lui poi a portare di fronte al pubblico la nudità esistenziale, il succo della sua psiche entrata in risonanza con l’Altro che vive acquattato in quinta. Allora Otello, Canio, Tosca, Turandot non saranno più note ben scritte, affascinanti orchestrazioni, parole interessanti o desuete ma brandelli d’anima condivisi con il pubblico.

Immagine di Maria Serena Gragnani

Maria Serena Gragnani

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