Uno spettacolo deve toccare l’anima
Uno spettacolo, per fare bene il proprio mestiere, deve smuovere le emozioni e le sensazioni delle persone, entrando in modo più o meno raffinato nella psicologia dello spettatore. Potremmo dire che penetra dentro come un alimento: magari per essere risputato con disgusto, ma di certo viene “morso”, assaggiato per i sapori emotivi e i colori psichici che fa risuonare.
Quando andiamo a uno spettacolo per goderne davvero, vogliamo essere lì, e non altrove, con tutta la nostra complessità. Lo sanno bene le decine di migliaia di persone che si commuovono a un concerto rock, mentre sembrano averlo dimenticato molti spettatori d’opera, che si comportano come partecipanti a un evento culturale e mondano, anziché come persone venute a “patire” qualcosa che tocca le corde dell’anima. Perfino gli appassionati, a volte, sembrano amare più la nostalgia del “bel tempo andato” che la vitalità viva che costituisce l’opera.
Il linguaggio del proprio tempo
Un paragone aiuta a capire il problema. Nessuno, oggi, reciterebbe una grande tragedia teatrale come si faceva un secolo fa. Non perché gli interpreti del passato non fossero straordinari, ma perché il teatro di parola usa, nel portare in scena una storia, il linguaggio del proprio tempo, e scandaglia l’anima del pubblico di oggi, non di quello di cinquanta o cento anni fa.
Ci si può allora chiedere perché lo spettacolo lirico debba “accontentarsi” di guardare al passato, accettando di apparire obsoleto nel modo di proporsi. Permettere alla voce umana di esprimere e suscitare emozioni attraverso l’azione combinata di musica, parola e recitazione è stata un’idea geniale, che non può ridursi a un insieme staccato di fatti, emotivamente slegati l’uno dall’altro. La lirica non è un museo di suoni belli: è un organismo vivo.
Sciogliere l'”indicibile”
Il cuore della questione è l’interpretazione. Chi ama la scena e la rappresentazione di storie intense può naturalmente scivolare dal desiderio di indagarne il mistero psicologico all’idea di una regia in cui il rapporto tra musica e testo diventa la sede possibile dell'”indicibile”, di ciò che le parole da sole non riescono a dire.
Il problema dell’interpretazione appartiene, certo, anche alla commedia e al dramma, e alla lunga ricerca su come staccare la parola scritta dalla pagina per trasformarla in “altro”, rispettoso del testo ma insieme autonomo. Nella lirica, però, il gioco si fa più duro, perché è proprio qui che si rischia, inavvertitamente, di non considerare le pulsioni e i sentimenti del pubblico, condannando una forma d’arte a morire per sfinimento.
Verdi, Puccini e l’anima dei personaggi
Eppure i grandi compositori sono stati anche grandissimi uomini di teatro. Hanno usato il testo e il sottotesto per definire l’anima complessa dei personaggi, e la musica per raggiungere i luoghi dove i contrasti si incontrano, dove i colori della psiche si frantumano e si ridefiniscono.
Ogni grande personaggio dell’opera è, a ben vedere, un intero mondo psicologico da esplorare. Un principe affascinante può essere anche un uomo che usa la propria seduzione per arrivare al potere, senza guardare in faccia nessuno. Un eroe geloso può essere anche un dannato che ha tradito le proprie origini e la propria anima. Un giovane principe può incarnare la vittima della ragion di Stato e, insieme, la fragilità di una mente in bilico. Sono figure fatte di Anima e Animus, di archetipi pulsanti, per usare il linguaggio della psicologia del profondo.
È un mondo che va esplorato, aiutando i cantanti a farlo vivere: a ritrovare, nelle proprie corde, e non solo in quelle vocali, le risonanze con tanta ricchezza psicologica. Perché la tecnica vocale, per quanto perfetta, non basta a dare vita a un personaggio.
La commedia è finita: verso la contaminazione
Oggi l’opera lirica chiede ai suoi interpreti di riconoscere, con forza, che non ci si può più nascondere nel passato, nella “bellezza asettica” dei timbri vocali, per non sporcarsi le mani con l’attualità psicologica delle storie che mette in scena. È una presa di coscienza necessaria: le grandi opere parlano di gelosia, potere, desiderio, fragilità, temi eternamente contemporanei, che meritano di essere restituiti al pubblico di oggi con verità.
Per questo l’opera cerca la contaminazione con altre discipline, come la psicologia, e con altre forme d’arte, come il cinema e i linguaggi video. Il momento in cui il cantante entra in contatto con il proprio personaggio è una splendida alchimia: la struttura della musica, la lettura del direttore d’orchestra e l’impostazione del regista confluiscono nel suo personale concetto di interpretazione, restituendo un risultato forgiato da quella sensibilità.
Sarà poi lui a portare davanti al pubblico la “nudità esistenziale”, il succo della propria psiche entrato in risonanza con il personaggio che vive acquattato in quinta. Solo allora i grandi ruoli dell’opera smettono di essere note ben scritte, orchestrazioni affascinanti o parole desuete, per diventare brandelli d’anima condivisi con chi ascolta. È questa la vera vita della lirica: non un reperto da conservare, ma un’esperienza da patire insieme.
Domande frequenti
Perché l’opera lirica rischia di “morire di sfinimento”?
Perché tende a rifugiarsi nel passato e nella sola bellezza dei timbri vocali, trascurando la psicologia e le emozioni del pubblico contemporaneo. Ridotta a evento culturale da vivere per dovere, perde il contatto vivo con lo spettatore che la mantiene viva.
Cosa c’entra la psicologia con l’opera?
Molto: i personaggi dell’opera sono interi mondi psicologici, fatti di passioni, contrasti e archetipi. Esplorarli con gli strumenti della psicologia aiuta i cantanti a dare loro verità e profondità, andando oltre la sola tecnica vocale.
Cosa significa che serve la “contaminazione”?
Significa che l’opera può rinnovarsi dialogando con altre discipline, come la psicologia, e con altre arti, come il cinema e i linguaggi video. Questo la aiuta a parlare al pubblico di oggi, restituendo l’attualità psicologica delle sue storie.
Qual è il ruolo dell’interprete?
È decisivo. L’interprete raccoglie la musica, la lettura del direttore e l’impostazione del regista nel proprio concetto personale, e porta in scena la “nudità esistenziale” del personaggio. È lui a trasformare le note in brandelli d’anima condivisi con il pubblico.
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