L’arrivo dell'”alieno”
Un raggio di luce illumina la stazione dei treni di Manhattan e un uomo con gli occhiali scuri appare come dal nulla, proprio mentre sta avvenendo uno scippo. Viene fermato dalle guardie e, poiché fornisce solo risposte bislacche (“vengo da un altro pianeta, noi non utilizziamo bagagli”), viene immediatamente pre-diagnosticato come “individuo mentalmente disturbato” e trasferito allo Psychiatric Institute di Manhattan. Qui l'”alieno”, che dice di chiamarsi Prot, incontra uno degli psichiatri dell’istituto, il Dottor Powell. Tra i due si instaurerà una relazione che condurrà entrambi a un percorso terapeutico e insieme umano, intriso di riflessioni non banali sulla vita dell’uomo sulla Terra e sulla psichiatria “moderna”.
Poco prima di incontrare il nuovo paziente, nella scena del vetro unidirezionale, in cui il Dottor Powell può vedere Prot ma non viceversa, si ha la sensazione che Prot percepisca l’altro al di là dei cinque sensi. Forse è proprio in questo momento che avviene l’identificazione tra i due: visiva per il Dottor Powell, che può vedere Prot, e “sensitiva” per Prot, che sembra “sentire” il dottore al di là del vetro. Nello studio, Powell esordisce con un “si accomodi”, e Prot risponde “si accomodi, curiosa espressione”, come se, invece di essere invitato a sedersi, avesse ricevuto l’ordine di riparare un pezzo non funzionante.
La sensibilità del terapeuta e l’etichetta psichiatrica
“Lei sa perché è qui?”, chiede Powell. “Mi credete pazzo”, risponde Prot, per poi continuare con argomentazioni piuttosto solide sul suo pianeta d’origine, K-PAX, e sulle modalità con cui è arrivato fin qui; il dottore ammette di essere confuso dalle sue parole. Poco dopo vediamo Prot socializzare agevolmente con gli altri “diversi” dell’ospedale, ricordando il nome di ognuno. L’equipe che si occupa del “caso Prot” mostra invece un approccio ben diverso: uno dei professionisti propone la diagnosi di “psicosi di livello 1” senza nemmeno aver incontrato il paziente e, non contento, suggerisce di usarlo come cavia per sperimentare un nuovo farmaco, dimostrando tutta la sua mancata sensibilità.
Il Dottor Powell, al contrario, conferma la natura psicodinamica del suo approccio conducendo il dialogo verso il tema della famiglia e delle relazioni familiari. “Su K-PAX non ci sono famiglie come qui sulla Terra: i figli vengono seguiti da tutta la comunità, e i processi riproduttivi sono dolorosissimi”, dice Prot. Intanto continua a socializzare con i pazienti dell’istituto: ognuno di loro ha una storia interessante da raccontare, se si sceglie di ascoltarla davvero. E Prot ascolta davvero, così loro si aprono e ne emerge la logica sottesa alla loro diversità.
Investire sulla relazione
Ascoltare davvero una storia significa avere il coraggio di investire sulla relazione con il paziente. Il Dottor Powell punta proprio sulla relazione con Prot, andando ben oltre il setting psichiatrico ortodosso, tanto da essere redarguito dal suo capo per questa determinazione. È come se paziente e terapeuta si fossero scelti per vivere un’esperienza che va al di là degli schemi e della ragione apparente, per cercare insieme, attraverso la psiche conscia e inconscia del terapeuta, una parte mancante di sé. L’indagine di quei misteriosi movimenti che tanto condizionano la nostra vita psichica è una necessità inalienabile per chi voglia davvero mettere mano a una certa sofferenza mentale.
Prot insiste che su K-PAX non ci sono famiglie, non parla volentieri dell’argomento, e Powell intuisce che questo aspetto potrebbe nascondere qualche sorpresa: “su K-PAX niente governo e niente leggi, non ce n’è bisogno perché lì ognuno si regola da sé”. È ipotizzabile che sia stata proprio la rinuncia a una certa umanità, forse connessa al tema della famiglia, ad aver consentito a Prot di sopravvivere a un qualche evento traumatico, e il dottore sembra determinato a scoprirne la natura.
Il guaritore e la data del ritorno
Powell ritiene Prot uno degli psicotici più convincenti che abbia mai conosciuto e vuole andare fino in fondo, cercando di scalfire quello che sembra un magnifico muro difensivo. Con le sue conoscenze formidabili, intanto, Prot sorprende un gruppo di astrofisici dimostrando di sapere molto di astronomia, e comincia a intervenire positivamente sulla vita degli altri pazienti, dando a tutti lezioni di psichiatria. Il suo agire ricorda la praticità dello sciamano, del guaritore delle culture “altre”, a torto considerato da noi occidentali un cialtrone o un primitivo da civilizzare. Si scontra per questo con Powell: “va bene interessarsi agli altri pazienti, ma non convincerli di poterli guarire”. E Prot: “tutti gli esseri sono capaci di guarire da soli, su K-PAX lo sappiamo tutti”.
Prot è sicuro di sé e disarmante, perché i suoi argomenti hanno una coerenza interna. Per questo tutti gli credono quando annuncia che il 27 luglio, alle 5:51 del mattino, tornerà su K-PAX utilizzando un raggio di luce. Powell ha un’intuizione: in base ai dettagli forniti, ritiene che cinque anni prima, proprio il 27 luglio, possa essere accaduto “qualcosa di terribile” nella vita del paziente. Ma il tempo stringe, e per superare quella possente struttura difensiva deve sfruttare ogni occasione d’indagine.
La festa in famiglia e la crisi
Powell organizza la festa del 4 luglio in famiglia e fa in modo che Prot sia presente, per vedere l’effetto che gli fa avere a che fare con una famiglia “normale”. Accade anche il contrario: Prot indaga sulla vita del dottore e scopre che non dialoga da tempo con il figlio di primo letto (“medico, cura te stesso”). Alla moglie di Powell, Prot dice: “suo marito mi vuole insegnare l’importanza dei legami biologici”; e quando lei gli chiede se ha una famiglia, risponde “noi non abbiamo famiglie su K-PAX”, rimettendosi subito gli occhiali. Poi accade qualcosa di imprevisto: dell’acqua schizzata da un diffusore automatico fa scattare qualcosa in Prot, che ha una crisi violenta, come se volesse proteggere la figlia del dottore dall’acqua. Chiuso il rubinetto, Prot si calma e dimentica immediatamente la crisi, in una vera e propria rimozione. Powell nota inoltre che Prot spingeva sua figlia sull’altalena come qualcuno che l’aveva già fatto altre volte in vita sua.
L’ipnosi e la rivelazione del trauma
Il tempo sta per scadere e per agire occorre saperne di più. Powell propone a Prot di farlo regredire sotto ipnosi. “Perché hai scelto di salvare proprio lui?”, gli chiede la direttrice, stanca delle stravaganze del paziente. “Non lo so, forse perché sento che lui ha scelto me”, risponde. Sotto ipnosi si delineano due personalità: Prot, l’alieno che va e viene da K-PAX, e l'”amico” terrestre, di cui il dottore fatica a ottenere informazioni. “Come si chiama la moglie del tuo amico?”; Prot cede, con la voce che si spezza: “Sara”. “E la figlia?”; “Rebecca”. È poco, ma è qualcosa.
Costretto dal tempo, Powell tenta di impattare direttamente il ricordo del trauma: “vai al 27 luglio del 2000, cosa succede?”. “Arrivo sulla Terra mentre il mio amico sta cercando di uccidersi, perché è successo qualcosa di terribile; non posso dirtelo, perché sapresti qualcosa che neanche lui vuole sapere”. Prot ha una crisi ma non ne esce molto altro. Tornando a casa, però, Powell trova la tessera mancante e, senza esitare, prende l’aereo per indagare sul posto. Dallo sceriffo di Santa Rosa scopre il passato dell’amico di Prot, Robert Porter, il cui cognome è quasi l’anagramma di “Prot”. Alla casa di Robert emerge una verità dai contenuti emotivi micidiali: Robert era tornato a casa proprio mentre l’assassino uccideva la moglie e la figlia. Dopo aver ucciso il balordo, era andato a morire gettandosi nelle acque gelide del fiume. Come si fa a rimanere interi in casi come questo?
La cura e il finale ambiguo
Powell torna a casa tardissimo e, aprendo la porta, posa gli occhi su un mondo nuovo: insieme alla porta si apre anche il suo cuore, perché ritrova la sua famiglia viva e vegeta. Prot ha guarito anche lui? Alla moglie che chiede spiegazioni, il dottore dice con la voce spezzata: “ho trovato quello che stavo cercando, era meglio di no”. Alla vigilia del viaggio, i due si salutano. “Invita tuo figlio per Natale”, è il consiglio di Prot, che aggiunge: “mi mancherai, Dottor Powell”. “Tu e Robert siete la stessa persona”, incalza il dottore. “Questo è palesemente assurdo, non sono neanche umano; ammetterò la possibilità di essere Robert Porter se tu ammetti la possibilità che io venga da K-PAX”, risponde Prot, con alta reciprocità. E chiude: “ora che hai trovato Robert, per favore abbi cura di lui”.
Il raggio di luce giunge in perfetto orario e Prot se ne va, lasciando Robert catatonico: nessuno dei pazienti riconosce più in lui il loro Prot. Le ultime immagini sono dedicate al Dottor Powell che si prende amorevolmente cura del suo paziente, gli parla e lo coccola. Sindrome da personalità multipla o qualcosa di ben più misterioso e irrazionale? Il film è strutturato in modo che entrambe le opzioni possano valere.
Domande frequenti
Di cosa parla il film “K-PAX”?
Racconta di Prot, un uomo che sostiene di venire dal pianeta K-PAX, ricoverato in un istituto psichiatrico, e del rapporto con il Dottor Powell, che sceglie di prenderlo sul serio. Dietro la fantascienza, il film affronta trauma, dissociazione e il valore della relazione terapeutica.
Prot è un alieno o un uomo traumatizzato?
Il film mantiene volutamente l’ambiguità. Emerge la storia di Robert Porter, un uomo che ha perso moglie e figlia in modo tragico, ma Prot non ammette mai del tutto di essere lui. Le due letture, dissociazione o origine aliena, restano entrambe possibili.
Qual è la critica alla psichiatria contenuta nel film?
Il film contrappone chi etichetta il paziente e propone di usarlo come cavia a chi, come il Dottor Powell, investe sulla relazione e sull’ascolto. Suggerisce che la cura autentica passa dalla comprensione della persona, non dalla sola diagnosi.
Che ruolo ha il trauma nella storia di Prot?
Il trauma della perdita violenta della famiglia è al centro della vicenda. La “fuga” su K-PAX e la negazione delle famiglie appaiono come difese che hanno permesso a Robert di sopravvivere a un dolore altrimenti insostenibile.
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