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Jung Room: Vite Svelate dalla Camera da Letto

Fotografare camere da letto senza chi le abita. L’assenza della persona non è un limite del progetto: è ciò che lo rende interessante, perché uno spazio dice cose che il suo proprietario non direbbe. Nota d’archivio. La mostra si è tenuta a Prato dal 2 al 14 aprile 2011: sede e date non sono più […]

Psicolab — Jung Room: Vite Svelate dalla Camera da Letto
Fotografare camere da letto senza chi le abita. L’assenza della persona non è un limite del progetto: è ciò che lo rende interessante, perché uno spazio dice cose che il suo proprietario non direbbe.
Nota d’archivio. La mostra si è tenuta a Prato dal 2 al 14 aprile 2011: sede e date non sono più attuali. Il testo ne discute l’impostazione.

Il progetto

La mostra, ospitata in uno spazio pubblico per i giovani gestito dal Comune, raccoglieva fotografie di camere da letto di ragazzi e ragazze della città: residenti, ma anche studenti e lavoratori arrivati da altrove.

La scelta compositiva era netta: nelle immagini le persone non compaiono. Compare soltanto il loro spazio.

I proprietari delle stanze non erano però semplici prestatori di ambienti: partecipavano scegliendo per le didascalie frasi, parole o versi in cui si riconoscevano, e mettendo a disposizione alcuni oggetti personali che andavano a comporre una raccolta collettiva.

Il titolo giocava sull’assonanza tra la parola inglese per «giovane» e il cognome dello psicoanalista svizzero, con un rimando dichiarato alla coppia conscio-inconscio: la parte visibile dello spazio e l’assenza fisica di chi lo abita.

Perché l’assenza funziona

È la scelta più efficace del progetto, e vale la pena spiegare il motivo.

Quando una persona viene fotografata, sa di esserlo. Assume una posa, regola l’espressione, si presenta. Il ritratto restituisce in buona parte l’immagine che qualcuno vuole dare di sé.

Uno spazio abitato no. È il risultato di centinaia di decisioni minime prese senza pensare a un osservatore: dove appoggiare le cose, cosa tenere in vista, cosa non buttare mai. Nessuna di quelle scelte è stata compiuta per comunicare qualcosa, ed è per questo che comunicano.

C’è anche un effetto sul modo di guardare: davanti a un ritratto si valuta una persona, davanti a uno spazio vuoto si ricostruisce. Lo spettatore diventa attivo, e la scena chiede attenzione al dettaglio invece di offrire un giudizio immediato.

Il limite da riconoscere

Va detto che l’assenza non elimina la costruzione: elimina solo la posa esplicita.

Chi acconsente a far fotografare la propria stanza sa cosa sta accadendo, e con ogni probabilità riordina, sposta, nasconde qualcosa. La ricostruzione dello spettatore, poi, dice molto anche di chi la compie: proiettiamo su uno spazio ciò che sappiamo riconoscere.

Ciò non toglie valore al progetto, ma consiglia di leggerlo per quello che è: un ritratto indiretto, non un accesso privilegiato alla verità di qualcuno.

La stanza come luogo di confine

L’intuizione più solida è la scelta del soggetto.

Per un giovane, la camera è spesso l’unico spazio su cui esercita un controllo pieno all’interno di una casa decisa da altri. È il luogo dove si sperimenta un’identità prima di portarla fuori, e dove convivono tracce di età diverse: oggetti dell’infanzia accanto a scelte recenti.

La partecipazione degli studenti fuori sede aggiunge un elemento significativo. Una stanza in affitto in una città non propria è uno spazio provvisorio, che va reso proprio in fretta e con pochi mezzi: quali oggetti si portano da casa, cosa si attacca alle pareti, quanto si investe in un luogo che si sa temporaneo.

Sono decisioni che raccontano il modo in cui si abita una transizione, ed è probabilmente lì che il progetto trova il suo materiale migliore.

Le didascalie e gli oggetti

La scelta di far accompagnare le immagini da frasi selezionate dai proprietari, e di raccogliere oggetti personali in uno spazio comune, introduce un secondo livello.

Va notato che le due modalità sono opposte per natura.

La stanza fotografata è involontaria: dice ciò che dice senza intenzione. La frase scelta è invece completamente intenzionale: è l’immagine che la persona vuole dare di sé.

L’accostamento produce così il confronto più interessante possibile: quello tra come qualcuno si racconta e come appare quando non si sta raccontando. Non è chiaro se il progetto lo avesse cercato deliberatamente, ma è ciò che rende la formula più ricca di una semplice raccolta di immagini.

Lo spazio privato dentro quello pubblico

L’intento dichiarato di ricostruire un ambiente privato dentro una sala espositiva pubblica è coerente, e produce un effetto particolare.

Chi visita si trova in una posizione ambigua: sta guardando stanze di persone reali, che vivono nella stessa città, con il consenso di chi le abita. È osservazione autorizzata, ma resta osservazione, e proprio questo disagio lieve è parte di ciò che il progetto mette in scena.

Una nota sul riferimento psicoanalitico

Il rimando al pensiero junghiano è, va detto, più un gioco linguistico che un impianto teorico: l’accostamento tra la parte visibile della stanza e l’inconscio è suggestivo ma non ha uno statuto interpretativo.

Non è un difetto (il titolo è un titolo) ma è opportuno non leggere le immagini come se fornissero accesso a contenuti profondi. Uno spazio dice come una persona organizza la propria vita quotidiana: già molto, e verificabile.

Domande frequenti

Perché fotografare una stanza senza la persona?

Perché chi viene ritratto sa di esserlo e si presenta, mentre uno spazio è il risultato di scelte minime compiute senza pensare a un osservatore. Proprio per questo comunicano.

Cosa rende speciale la camera di un giovane?

È spesso l’unico spazio su cui esercita controllo pieno in una casa decisa da altri: vi si sperimenta un’identità prima di portarla fuori, e vi convivono tracce di età diverse.

Perché conta il caso degli studenti fuori sede?

Perché una stanza in affitto è uno spazio provvisorio da rendere proprio in fretta e con pochi mezzi. Cosa si porta da casa e quanto si investe in un luogo temporaneo racconta il modo di abitare una transizione.

Le immagini rivelano la verità di una persona?

No, e conviene non leggerle così. Chi acconsente riordina, e chi guarda proietta ciò che sa riconoscere. Si tratta di un ritratto indiretto, che dice come qualcuno organizza la propria vita quotidiana.

La scelta di togliere le persone dalle immagini è ciò che rende il progetto interessante: un ritratto restituisce l’immagine che qualcuno vuole dare di sé, uno spazio è fatto di centinaia di decisioni prese senza pensare a un osservatore. E il soggetto è ben scelto, perché la camera di un giovane è spesso l’unico luogo su cui esercita controllo pieno, tanto più quella provvisoria di chi studia lontano da casa. Il confronto più ricco nasce però dall’accostamento con le didascalie scelte dai proprietari: la stanza è involontaria, la frase è intenzionale, e insieme mostrano come qualcuno si racconta e come appare quando non si sta raccontando.
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