Ogni scrittura è un esperimento
Non c’è scrittura che possa definirsi assertiva e perentoria, o assolutoria, benché per lo più si dia per scontato il contrario. Anche un incipit come questo, di fatto, rischia l’assertività e la perentorietà della proposizione: conviene allora presentarlo al lettore come un esperimento. Ogni frammento di scrittura, in realtà, vale come un vero e proprio esperimento.
Un semplice studio etimologico del sostantivo esperimento aiuta a fare un passo avanti. Dal greco sappiamo che esperimento è un termine composto in cui è fondamentale la componente pèira, che significa prova.
Ebbene, la prova sta alla base dell’esercizio della scrittura, in specie per chi, come lo studente che si accinge a preparare la tesi di laurea, non ha comprovata dimestichezza con l’ufficio più o meno quotidiano dello scrivere.
L’etimologia non è un ornamento erudito: sposta la questione. Se scrivere è mettere alla prova, allora il foglio bianco non è un compito da eseguire ma un esito incerto, e l’incertezza è precisamente ciò che genera ansia. Chi non ha ancora una dimestichezza comprovata non ha alle spalle prove superate a cui appoggiarsi: per lui ogni pagina è la prima.
In cosa consiste la prova? E perché è tale da generare l’ansia dell’approccio con il relatore di una tesi, con l’argomento stesso e infine con l’inizio, ovverosia con la pagina bianca?
Un caso: la tesi che non cominciava
Una volta venni richiesto di una consulenza per il caso di un paziente affetto da nevrosi ossessiva, spesso assalito dal pensiero ruminante di commettere atti nefandi e criminosi, prossimo a una vita sessuale frustrante e impersonale, il quale a causa di un radicato senso di disistima non riusciva a dare inizio alla propria tesi di laurea.
La paradossalità del caso volle che oggetto della tesi fosse uno studio di psicologia sociale. Guai a stressare il proprio equilibrio psichico con lo strumento dell’autoanalisi: tutti i quadri sintomatici che egli studiava venivano introiettati e trasformati in sintomi personali. Un vero e proprio circolo vizioso.
Vale la pena fermarsi sulla trappola, perché è perfetta nella sua circolarità. Studiare per la tesi produceva sintomi; i sintomi impedivano di scrivere la tesi; il non scrivere confermava la disistima che alimentava i sintomi. Ogni tentativo di uscirne per la via diretta, cioè studiando di più, stringeva il nodo.
Accettare l’angoscia invece di combatterla
Mi proposi, stando alle preziose lezioni di Horacio Etchegoyen (1990), di facilitargli la libera espressione dei processi mentali (Ibid., p. 63). Lo invitai ad accettare l’angoscia, cioè a usarla come risorsa dell’atto creativo.
Mi chiedevo solo in che misura fosse possibile introdurlo così rapidamente in un setting abbastanza definito. Il colloquio non si svolgeva nell’ambito di sedute psicoanalitiche, ma la consulenza di psicodinamica della scrittura imponeva, in presenza di una patologia chiara, per lo meno il ricorso ai fondamenti di un metodo integrato di psicologia dinamica. C’era poco da fare: bisognava fornirgli l’insight opportuno.
La mossa è controintuitiva e merita di essere notata. La richiesta ovvia sarebbe stata togliere l’ansia per liberare la scrittura; la proposta è l’opposto, cioè accettarla e trattarla come il carburante dell’atto creativo. Il presupposto è che l’angoscia davanti al foglio non sia un ostacolo alla creazione, ma la forma che la creazione assume prima di trovare parole.
La paziente di Jung e la dignità dell’atto produttivo
Ci è d’aiuto il caso di una paziente di Jung: una signora presentataci come colta e intelligente, colpita da grave isteria in seguito a una separazione traumatica dal marito e dal figlio.
L’episodio è questo: poco prima di una delle ordinarie visite cliniche del dottor Jung, la signora si coperse di escrementi dalla testa ai piedi per potersi mostrare all’arrivo del terapeuta vestita a festa. Tant’è che al primo contatto disse: Ti piaccio così? (Jung, trad. it. 2003).
L’evento si rivelò traumatico addirittura per il terapeuta, il quale solo dopo qualche anno appurò e dimostrò che l’origine del gesto sintomatico sarebbe stata da cercarsi nel fatto che gli escrementi costituiscono un primo e originario atto creativo dell’individuo vivente. Già il bambino manifesta per la produzione di escrementi una passione particolare.
Il collegamento è brutale ma coerente. Prima di saper fare qualunque altra cosa, il bambino produce: quello è il primo oggetto che esce da lui, che è suo, che gli adulti guardano, commentano e valutano. La signora, dicendo di essersi vestita a festa, non stava delirando: stava presentando al terapeuta la sua produzione, l’unica di cui in quel momento si sentiva capace, e stava chiedendo se andava bene. È esattamente la domanda di chiunque consegni un testo.
Che cosa hanno in comune escrementi, pagina bianca e ansia da tesi
Si potrebbe obiettare con una domanda: che hanno in comune la produzione di escrementi, la pagina bianca, l’ansia da tesi di laurea?
Il nostro intelletto si compone di immagini archetipiche, originarie, che compaiono direttamente nei nostri sogni ma che spesso ci sono estranee o non abbastanza note. Gli escrementi, per la dignità simbolica dell’atto produttivo, rappresentano una risorsa originaria tanto per la paziente junghiana affetta da grave isteria quanto per noi che ci affanniamo a dare un senso compiuto ai pensieri.
La vera prova consiste allora nel sapere utilizzare questa sovvenzione simbolica d’energia.
Il rimedio pratico: scrivere prima, legittimare dopo
Non si possiede l’incipit? Si metta per iscritto la prima immagine che sovvenga a proposito dell’ansia da tesi. Solo dopo aver dato luogo a questo primo atto si può accedere alla bibliografia di riferimento per legittimare l’immagine generata.
L’ordine delle operazioni è tutto, ed è il rovesciamento di quello che quasi tutti seguono. Di solito si legge per trovare qualcosa da dire, e si finisce per non dire nulla, perché nessuna quantità di letture produce da sola una frase propria. Qui si prescrive il contrario: prima l’immagine, che è propria e quindi non richiede autorizzazione, poi la bibliografia, che serve a legittimarla, non a generarla. La pagina bianca smette di essere bianca al primo gesto, e da lì in poi il problema cambia natura.
La Grande Madre e l’ansia da prestazione
Siamo tutti figli della Grande Madre (Neumann, 1978), la quale è protettiva e, insieme, avida e prevaricatrice. Le nostre immagini le appartengono e non se le lascia portar via facilmente.
Ci sono state tramandate testimonianze dei riti della Grande Madre, risalenti al periodo fra il IX e il VII secolo a.C. a Cogul, in cui gli uomini partecipanti venivano castrati a morsi, dopo essere stati usati come oggetto di sfogo sessuale. Non è casuale che ancora oggi il fenomeno dell’ansia da prestazione maschile venga considerato, soprattutto negli strati meno colti della popolazione, come sentimento d’inferiorità nei confronti della donna. Antichissimo retaggio.
Si vuole forse credere che le altre tipologie di ansia siano casuali?
La domanda retorica chiude il ragionamento e spiega il titolo. Strappare un’immagine alla Grande Madre per metterla sulla pagina è un atto che espone al rischio di castrazione: da qui il timore. Ma è anche, e nello stesso gesto, un atto di procreazione. Castrazione o procreazione non sono due esiti alternativi fra cui scegliere: sono le due facce dello stesso movimento, ed è per questo che la paura non se ne va.
Lo scrittore e l’identità frammentata
Lo scrittore, quando si accinge a scrivere, dà inizio a una rischiosa frammentazione della propria identità narrante. I volti dei personaggi sono i suoi volti. Le riflessioni epistemologiche sui temi dello scritto sono le sue riflessioni sull’esistenza.
L’identità frammentata è sfogo della memoria e si ricompone solo nell’atto finale, che è un po’ come andare a morire, perché prima o poi la pagina bianca ricompare e con essa l’incredibile frammentazione.
È una conclusione che non consola, e proprio per questo è onesta. Il blocco non si risolve una volta per tutte: finire un testo non insegna a non aver paura del successivo, perché la pagina bianca torna sempre, e ogni volta chiede di nuovo di frammentarsi. Quello che si può imparare non è a evitare l’angoscia, ma a riconoscerla come il segno che qualcosa sta per essere prodotto.
Domande frequenti
Perché scrivere una tesi genera ansia?
Perché scrivere è una prova, nel senso etimologico: esperimento viene dal greco e contiene pèira, prova. Chi non ha una dimestichezza comprovata con lo scrivere non ha prove superate alle spalle su cui appoggiarsi, e l’esito resta incerto. L’ansia investe allora l’intera catena: il rapporto con il relatore, l’argomento e infine l’inizio, cioè la pagina bianca.
Che cosa significa usare l’angoscia come risorsa?
Significa non tentare di eliminarla prima di scrivere, ma trattarla come carburante dell’atto creativo. Nel caso descritto, seguendo Etchegoyen, si trattava di facilitare la libera espressione dei processi mentali e di fornire l’insight opportuno, invece di combattere il sintomo: il paziente introiettava i quadri clinici che studiava, e ogni tentativo diretto stringeva il circolo vizioso.
Che cosa c’entra la paziente di Jung con il blocco dello scrittore?
Il suo gesto, coprirsi di escrementi e presentarsi al terapeuta chiedendo “ti piaccio così?”, trova spiegazione nel fatto che gli escrementi costituiscono il primo e originario atto creativo dell’individuo vivente, verso cui già il bambino mostra una passione particolare. È la stessa dignità simbolica dell’atto produttivo che è in gioco quando ci si affanna a dare senso compiuto ai pensieri.
Qual è il rimedio pratico contro il blocco della pagina bianca?
Rovesciare l’ordine: mettere per iscritto la prima immagine che sovviene a proposito dell’ansia da tesi e solo dopo accedere alla bibliografia, per legittimare l’immagine generata invece di cercarvi qualcosa da dire. Il primo atto rompe il bianco; le fonti arrivano dopo.
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