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Mente

Il Giardino di Limoni di Eran Riklis

La storia di una donna. Un’ Antigone moderna, se potesse definirsi moderno ciò che sta avvenendo ancora oggi tra palestinesi e israeliani. Lei è Salma, interpretata dall’attrice Hiam Abbass, di cui abbiamo parlato a proposito dell’Ospite inatteso.

Lì era una donna che sacrificava tutto, anche l’amore, per amore del figlio; lì il suo volto era intenso ed espressivo al punto che il professore Vale non poteva fare a meno di innamorarsene. Di lei il regista Eran Riklis dice: “Sono sicuro che vi innamorerete dell’attrice protagonista. È una persona fantastica, speciale che ti coinvolge per la sua grande umanità”.

Nel viso e nella luce degli occhi è il fascino sofferto di Hiam Abbas. “Sulle linee del volto e sull’indicibile inconsistenza materica degli sguardi si manifestano e si nascondono i linguaggi dell’anima”, afferma Eugenio Borgna ne L’arcipelago delle emozioni.

Ed è vero. Tanto più quando il volto si presenta per quello che è, senza riaggiustamenti, né sofisticherie. Proprio per questo la grande Anna Magnani diceva ai truccatori di lasciarle le rughe, conquistate faticosamente una per una. Hiam Abbas è nata nel 1960; ha quarantotto anni e non ne dimostra né uno di meno né uno di più.

E’ bello vedere una donna che porta disinvoltamente la propria età, così abituati oramai a maschere e rifacimenti. Sarebbe giusto lasciare le maschere al carnevale o ai percorsi di psicodramma, strumenti potentissimi di espressione del Sé.

Le maschere, quelle vere, non nascondono, ma rivelano, coprono per poi svelare, ci ha insegnato Mario Valzania, professore nella scuola di Metodi d’azione; le definisce “oggetti con un valore simbolico universale che le trascende e che le attraversa”. Nella vita di tutti i giorni però e anche nel cinema è meglio poter leggere sul volto tutti i segni degli anni e del tempo interiore che lo hanno lentamente reso così com’è, degli sguardi e delle carezze ricevuti o di sguardi e carezze desiderati.

Dei desideri di Salma, la protagonista del film, sapremo più avanti . Per ora la vediamo seduta a tavola dopo un appuntamento mancato con la figlia e il genero. Aveva preparato per loro, ma è costretta a mangiare da sola. Il marito la guarda, ci guarda, dalla foto appesa a una parete spoglia di questa casa, povera ma dignitosa, che ha tutta la sua bellezza nella vista sugli alberi di agrumi. E’ morto per il troppo lavoro anni prima e lei è rimasta con i limoni che sono le sue radici, e l’unica sua fonte di guadagno.

Finché non arriva il nuovo vicino, sfortunatamente proprio il ministro della Difesa israeliano, che vuole a tutti i costi abbattere gli alberi: un’insidia di probabili spie e minacce di ogni tipo. Salma non cede e porta il suo caso in tribunale, appoggiata dal giovane avvocato che si appassiona alla sua causa prima, e molto presto a lei.

Tutto fa presupporre che la sua sia una battaglia persa, come sempre quando ci si oppone al potere, e che potere, poi, in questo caso! Non importa: lei va avanti con la determinazione di chi sa che, perdendo, perderebbe la sua stessa ragione di vita. E’ una battaglia che solo l’amore esclusivo può combattere, in questo coraggio molto simile all’amore materno.

Salma però non è veramente sola; c’è una donna che l’osserva dalla casa di fronte attraverso il giardino che le separa : è la moglie del ministro, che prova curiosità impotente all’inizio e poi un’ attenta solidarietà, a mano a mano che i confini naturali del giardino si fanno sempre più invalicabili per la stupidità degli uomini: prima una rete e poi addirittura un muro, fatti erigere dal marito sempre più paranoico a mano a mano che l’escalation dello scontro sale.

La vera minaccia per lui non è più il giardino, ma la sua stessa immagine indebolita da una povera vedova che comincia ad accentrare su di sé l’opinione pubblica. E non si accorge, nella sua paranoia, che Salma, solo con il suo esempio, sta per portargli via il bene più prezioso: la moglie!

Le due donne che si sono osservate per tutta la narrazione senza mai parlarsi alla fine si incontrano da vicino e una di fronte all’altra finalmente si sorridono davanti alla testimonianza dei giornalisti.

Era stata una vicinanza segreta la loro, a dispetto di tutti i confini; una vicinanza segreta che ora si svela, quando la moglie del ministro capisce la lezione inconsapevole della sua dirimpettaia (quante volte nel cinema e nella letteratura ci si è confrontati con la finestra di fronte!!!).

L’insegnamento, in questo caso, è quello di andare a fondo nella difesa del proprio bisogno e, per la donna più giovane, anche quello di non fingere più che i suoi desideri siano gli stessi che gli altri hanno diligentemente confezionato per lei.

Dei desideri di Salma invece abbiamo già accennato all’inizio. Il giovane avvocato Zaid manifesta una certa attrazione per lei e la vediamo finalmente sciogliere i capelli, civettare allo specchio con i gioielli tenuti nascosti, chissà da quanto tempo, nella federa di un cuscino, colorare labbra e viso; non tanto, quel poco che basta a dare leggerezza alla sua espressione, bella sì, ma indurita dalla fatica dell’ esistere.

L’avvocato è però davvero troppo giovane per lei; troppo modeste le origini e la quotidianità di Salma. Lui sembra sincero, anche se forse il motivo che lo lega a lei è quello suggerito da Calvino nel Cavaliere inesistente: “Così sempre corre il giovane verso la donna: ma è davvero amore per lei a spingerlo? O non è amore soprattutto di sé, ricerca d´una certezza d´esserci che solo la donna gli può dare?”.

Salma si ritroverà ancora sola, sola ma non disperata; fa un falò dei vestiti del marito, pronta a ricominciare. L’ultima, ultimissima scena ci regala l’immagine di lei che vaga lentamente per il giardino con una tunica amaranto; l’abito e il portamento sono da tragedia greca e la grazia di questa figura femminile che dopo un primo piano esce di scena è a dir poco toccante.

Alla fine di questa narrazione restano vive le immagini dei limoni. Il regista commenta la sua scelta: ”Si tratta spesso il tema della devastazione del territorio e dello sradicamento degli olivi. Io però volevo usare una pianta differente, sempre molto presente nella nostra terra, ma che non desse, con la sua presenza, una connotazione così forte e pesante. Il limone è una pianta semplice e leggiadra, dai frutti bellissimi ma che praticamente non si possono mangiare e soprattutto non è carica del significato morale e storico che ormai viene dato all’olivo”.
Ma i limoni sono piante speciali. Lo aveva già capito Montale nella poesia che ne porta il nome. Soprattutto quando i gialli dei limoni “ci si mostrano……”, quando proprio ci si offrono (“da un malchiuso portone”, a Milano, dove il cielo si vede solo tra i cornicioni, quando la luce si fa “avara e amara l’anima”). E’ allora che “le trombe d´oro della solarità” ci “scrosciano in petto le loro canzoni”. Gli alberi di limoni di Montale sono simbolo di ciò che è semplice, essenziale, vero.
Anche il giardino di Salma si fa metafora dall’inizio alla fine di una condizione esistenziale. Finché gli alberi sono verdi e si ripete il ciclo dei raccolti, non c’è niente da temere. Ce la si fa, anche se a fatica.

Sradicarli significa interrompere con brutalità il ciclo vitale, sradicare una parte del sé, essere violentati nella più intima essenza. Struggente la scena in cui i limoni abbandonati cadono dai rami e lei, come una madre che sente i figli in pericolo, si sveglia al mattino con lo sguardo rivolto all’agrumeto. Quasi inevitabile un flashback nel quale lei, bambina, è sulle spalle del padre e sfiora i limoni con la velocità e la leggerezza di una giostra.

Camminiamo spesso anche noi attraverso il giardino (giardino, luogo dell’anima, è troppo scontato, ma è spontaneo dirlo). E in una qualunque sala cinematografica della gelida Milano, sentiamo, insieme a Montale, che “il cuore si sfa” davanti agli alberi di limoni che ci vengono offerti.

Emblemi del dramma individuale, ma anche dell’assurdo conflitto, della guerra che, come tutte le guerre, si riproduce e continua a riproporre tutta la sua incomprensibilità.

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Margherita Fratantonio

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