Azienda e Organizzazione

Il “Campo Demoscopico”

Come è stato osservato da più parti, spesso ci si riferisce all’opinione pubblica in modo prevalentemente allusivo, come ad un’entità implicita e data per scontata, che agisce da referente legittimante del potere politico o da garante della volontà popolare o addirittura da giudice inappellabile. Gli interrogativi che invece andrebbero posti sono riguardo ai referenti sociali che esprimono l’opinione pubblica – cioè i soggetti che la producono, la attivano, la orientano –, e come questi debbano essere distinti dagli interpreti o dai portatori dell’opinione stessa – i mediatori, i promotori, gli “opinionisti”. Inoltre dovremmo chiederci quali sono le arene e i canali attraverso cui si forma, si esprime, si modifica l’opinione pubblica.
Per interpretare pienamente il ruolo e le dinamiche dell’opinione pubblica nelle società della tarda modernità bisogna definire un ambito di ricerca sociologica mirato allo studio dell’opinione pubblica come “fatto sociale” distinto e oggettivato [1], che è immateriale, cognitivo e simbolico ma al tempo stesso concreto ed influente.
Dobbiamo introdurre in primo luogo un concetto specificamente dedicato a identificare l’ambito sociale di riferimento per l’insieme delle pratiche cognitive e simboliche che sono legate alla produzione, elaborazione e manifestazione delle dinamiche di opinione. Tale nozione prende il nome di “campo demoscopico” e serve appunto a identificare l’ambito, lo spazio sociale di formazione ed azione dell’opinione pubblica nelle attuali società .
L’opinione pubblica infatti è un processo di interazione e di comunicazione collettiva che si svolge in uno spazio sociale (la sfera pubblica), caratterizzato da numerosi referenti (individui, gruppi, pubblici), da apparati e organizzazioni (media, istituzioni, partiti, movimenti) e da sistemi cognitivi (valori, convinzioni, orientamenti, credenze) che entrano in competizione ed in confronto per produrre convergenza ed influenza al fine di promuovere consenso, fiducia, legittimazione o per suscitare dissenso, critica, delegittimazione.
Tale campo demoscopico è al tempo stesso una conseguenza della differenziazione sociale in quanto ambito in cui si attivano, si manifestano e si analizzano le dinamiche di opinione e si costituisce il processo di opinione pubblica, ma è anche e soprattutto un ambito sociale in cui i singoli attori competono sulla base di diverse posizioni e diversi patrimoni simbolici a disposizione, sia individualmente che collettivamente. Di conseguenza studiare l’opinione pubblica significa in primo luogo definire confini, le regole e i comportamenti di questo specifico ambito dell’interazione collettiva che definiamo “campo demoscopico” [2].
La principale caratteristica del campo demoscopico è la sua articolazione in varie componenti che riguardano sia i referenti (produttori o consumatori), i canali e gli apparati che ne promuovono o facilitano la formazione e la circolazione.
Cittadini e pubblici
Il primo fattore che lo determina è costituito dai cittadini in quanto pubblici; in questo ambito, tuttavia, la nozione di pubblico assume una valenza particolare: indica una forma specifica di aggregazione sociale che si costituisce a partire dall’emergere di un tema o di un problema che suscita interesse o genera conflitto. Inoltre i pubblici si costituiscono ormai sulla base dell’intera popolazione e a partire dalla pervasività dei mezzi audiovisivi, con la conseguenza che “per la prima volta l’intera popolazione delle società nazionali è diventata membro potenziale del ‘pubblico’”.[3] La principale conseguenza di questa evidenza empirica è che attualmente, nelle società della tarda modernità, non esiste un solo pubblico ma se ne possono individuare svariati, in parte sovrapposti e in parte distinti. Pertanto se da un lato questa moltiplicazione e differenziazione dei pubblici è una conseguenza dell’accresciuta complessità sociale, dall’altro permette di risolvere una contraddizione che è sempre stata alla base di idea stessa di opinione pubblica fin dalle origini: cioè se sia un prodotto elitario dissimulato per prodotto collettivo oppure se rappresenti addirittura l’orientamento dell’intera popolazione, anche di coloro che sono poco informati, poco interessati, poco attenti nella sfera pubblica.
Il primo elemento quindi da sottolineare è che all’interno del campo demoscopico non troviamo una sola dimensione di socialità (l’insieme di tutti i cittadini di una collettività) ma diverse e distinte forme di aggregazione – per numerosità, caratteristiche, interessi, orientamenti – che da sole non rappresentano di per sé l’opinione pubblica anche se sono co-protagoniste e compartecipi secondo ruoli e modalità diverse, della sua stessa formazione.
Élite e leader
La seconda componente costitutiva del campo demoscopico è costituito dalle èlite politico-istituzionali e dai leader: gli esponenti politici, i membri delle istituzioni, i rappresentanti di organizzazioni culturali e sociali che godono di legittimazione collettiva, le personalità più in vista della scena pubblica. Questi svolgono un ruolo decisamente attivo nel campo demoscopico: tematizzano i problemi, cercano di orientare ed influenzare il pubblico; non è certo l’unico settore della popolazione che produce opinioni ma è senza dubbio quello più interessato ed attrezzato per farlo. Tuttavia questi attori non sono solo portati ad influire ma sono anche sensibili ad essere influenzati. Essendo infatti l’opinione pubblica un processo a due vie, gli attori politico-istituzionali sono i protagonisti fondamentali al pari dei cittadini di questa competizione cognitiva e simbolica: l’opinione pubblica dunque è sempre il risultato non solo delle interazioni tra cittadini ma anche delle intermediazioni con le èlite, le leadership, gli attori in competizione per la conquista del consenso e della rappresentanza.
Vi è un ulteriore motivo per assegnare ai leader un ruolo costitutivo nell’avviare, orientare, tematizzare le issue che generano le dinamiche di opinione: essi appaiono gli attori più attivi e dotati per quanto riguarda la capacità di guidare, sostenere, promuovere dinamiche di opinione nei dibattiti collettivi; costituiscono uno degli snodi decisivi nelle diverse fasi di formazione delle opinioni stesse all’interno del campo demoscopico. Il leader quindi è un’entità centrale e strategica poiché contribuisce alla riduzione della complessità selezionando e rendendo “opinabili” problemi che vengono posti all’attenzione collettiva.
Infine, la stessa natura discorsiva e comunicativa del processo di opinione pubblica, mette al centro della riflessione gli attori politico-istituzionali: se il processo è in larga misura determinato da flussi comunicativi, il leader gode del vantaggio di avere, oltre che un ruolo politico, una posizione comunicativa preminente, perché sempre più deve ‘convincere’, ‘rassicurare’, ‘mobilitare’, ‘legittimarsi’. [4] In questo senso possiamo dire che nella nostra società ogni tipo di leadership è sempre fondamentalmente comunicativa, soprattutto nell’ambito della sfera pubblica, che comporta appunto la formazione dell’opinione pubblica. Questa però non deve essere vista come una manipolazione nei confronti della cittadinanza, ma deve essere interpretata piuttosto come conseguenza della nuova collocazione dell’opinione pubblica in uno spazio sociale che è più ampio della sfera pubblica stessa, proprio perché la stessa public opinion non è più solo il “tribunale della democrazia” [5], ma appare piuttosto la “posta in gioco” dello stesso processo democratico.
Media e agende
La terza componente fondamentale del campo demoscopico è costituita dai media. I mezzi di comunicazione di massa sono infatti un fattore determinante della formazione delle opinioni pubbliche, in ragione del ruolo che essi assumono sia come protagonisti (attori) sia come canali e portatori dell’opinione pubblica.
I media non sono soltanto un’arena entro cui si dipana il confronto pubblico tra opinioni individuali, ma sono in primo luogo un attore in senso stretto, al pari dei singoli cittadini, dei gruppi organizzati e degli attori politici, capace di produrre opinione e di partecipare all’interazione simbolica insieme alle altre componenti del campo stesso. Di conseguenza, la loro capacità di “fare opinione”, di favorire orientamenti e punti di vista, di fornire chiavi interpretative dei problemi di agenda, diventa una variabile strutturale dell’interazione comunicativa.
I media intervengono nel processo di formazione dell’opinione pubblica in quanto principale forma della comunicazione collettiva presente nelle nostre società. In secondo luogo i media sono promotori privilegiati dell’agenda politica, definendo così l’importanza dei temi da mettere al centro dell’attenzione e della discussione pubblica. Inoltre, i media audiovisivi, per le loro stesse caratteristiche espressive intrinseche, non richiedono neppure un alto livello di alfabetizzazione e istruzione: la stessa interazione mediata si presenta sotto nuove forme di “contatto personale” che di fatto si riavvicinano alla tradizione della comunicazione faccia a faccia.
Detto in altri termini i media sono parte integrante di quel processo di “agenda building, un processo collettivo in cui i media, il governo e la cittadinanza si influenzano reciprocamente” [6].
Oltre ad essere produttori di opinione, i media, compaiono anche nel ruolo di canali di comunicazione e di interazione collettiva. Infatti essi svolgono un duplice ruolo all’interno del campo demoscopico: per la loro stessa peculiarità, per la legittimazione sociale di cui godono, costituiscono lo scenario principale, il contesto prevalente entro cui sviluppiamo e confrontiamo le nostre opinioni.
A questa funzione tipicamente contestuale se ne aggiunge un’altra: i media danno visibilità alla realtà sociale e politica e quindi ne permettono l’accessibilità da parte della collettività.
Costituendo quindi una componente strategica nel campo demoscopico, soprattutto per la loro doppia appartenenza sia alla categoria dei produttori che a quella dei canali dell’opinione pubblica, essi non possono non incidere sia alla configurazione della sfera pubblica che sulla costruzione dei “dibattiti pubblici” che in essa circolano.
Consumi, opinioni pubbliche, identità sociale
Il sistema dei media filtra l’accesso alle forme simboliche e definisce anche un complesso di nuovi ed alternativi accessi a queste forme, che danno poi luogo alle opinioni. Per quello che riguarda i media elettronici, possiamo dire che da una parte essi strutturano la percezione alterandone la dimensione spazio-temporale, e mutando in determinate circostanze anche il processo di costituzione delle identità, e quindi anche delle opinioni. [7]
I comportamenti ed i consumi degli individui, sono fortemente condizionati dalla cultura in cui prendono forma. Il consumo quindi è profondamente intrecciato al contesto culturale in cui opera: i beni di consumo, in quanto parte visibile della cultura, permettono agli individui una maggiore coesione reciproca attraverso una struttura reticolare di significati, valori e categorie culturali comuni.[8] I rituali legati al consumo sono dunque un aspetto primario del sociale, perché consentono di dare ordine e senso ai confusi eventi che accadono nell’ambiente socioculturale. Il consumo simbolico, inoltre, permette di arrivare alla definizione di ciò che ha valore e rilevanza sociale rispetto a ciò che non ne ha: per questi motivi svolge una funzione di integrazione e di controllo sociale, influenzando i comportamenti degli individui e costruendo e perpetuando i rapporti sociali.
Il consumo e la domanda di beni viene quindi letta come espressione del bisogno di informazioni da parte degli individui: l’informazione è considerata il bene principale delle società contemporanee.
L’accesso all’uso di determinati beni, la partecipazione al loro consumo è un fattore indispensabile all’individuo per sentirsi in contatto con gli altri, per evitare la marginalizzazione e dunque possedere le informazioni fondamentali. Al di là della loro funzionalità materiale i beni fungono da strumenti per entrare a far parte di un gruppo sociale: il consumo, in questa prospettiva assume una funzione comunicativa, intesa come modo in cui gli individui dichiarano, caratterizzano, confermano la loro presenza nel mondo e la loro appartenenza sociale.
La differenziazione sociale, quindi, è dovuta a diverse possibilità di accesso, conoscenza e controllo dell’informazione: il consumo rappresenta uno dei modi privilegiati attraverso cui si definiscono i significati condivisi, e l’avvicinarsi alle fonti di informazione che lo determinano è l’obiettivo principale dell’individuo.
Il riferimento ed il contesto nel quale si realizzano tali interazioni – ed è fondamentale ricordarlo per il fine stesso di questo lavoro – è quello dell’industria culturale.
Si intende per industria culturale l’insieme degli apparati di produzione, distribuzione e consumo di beni culturali che, per quanto diversi nella qualità dei mezzi impiegati e dei pubblici a cui si rivolgono, funzionano in modi e forme integrate sino a comporre una sola macchina, un solo sistema complesso. La crescita economica e tecnologica dell’industria culturale si è configurata sin dalle proprie origini metropolitane come iniziale conflitto tra culture delle élites – legate alla tradizione e svincolate dalle leggi del mercato – e culture dei consumi, affermatesi con i primi processi di industrializzazione e standardizzazione.
La progressiva massificazione dei consumi, ovvia conseguenza dell’industrializzazione produttiva ed organizzativa del territorio e del sistema sociale, è la spinta decisiva verso una individualizzazione che si rapporta strettamente alle opzioni tecnologiche e che si confronta con la dimensione di massa della società e delle sue categorie di pensiero, i suoi valori politici, i suoi meccanismi di replicazione.
Il cinema vive la sua esperienza completamente all’interno di tali processi, collocandosi per molti versi allo snodo tra società industriale classica e la società novecentesca.
Possiamo sostenere che il cinema rappresenti l’acme della società dello spettacolo, portandone a compimento l’esperienza nata molto prima della possibilità tecnologica del dispositivo cinematografico, e testimoniata dalle mutazioni dei consumi culturali, dai nuovi bisogni legati all’immagine e all’immaginario.
Alla luce di queste considerazioni, nel capitolo seguente si cercherà di indagare l’oggetto-cinema da un punto di vista strettamente sociologico, per tentare di capire perché e in che misura il cinema possa essere annoverato tra quelle “istituzioni socializzanti” di rilevante importanza per l’individuo e per la collettività. A questo scopo, verranno analizzati innanzitutto gli studi di alcuni tra i più importanti sociologi del Novecento, che si sono dedicati alla sociologia del cinema, disciplina in continuo divenire, che ha acquisito nel corso degli anni, tratti distintivi propri.

Immagine di Claudia Maggini

Claudia Maggini

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