Cos’è il “campo demoscopico”
Spesso ci si riferisce all’opinione pubblica in modo allusivo, come a un’entità implicita che agisce da referente legittimante del potere politico, da garante della volontà popolare o da giudice inappellabile. Gli interrogativi che andrebbero posti riguardano invece i referenti sociali che esprimono l’opinione pubblica, cioè i soggetti che la producono, la attivano e la orientano, distinguendoli dai suoi interpreti e portatori, i mediatori, i promotori, gli opinionisti. E ci si dovrebbe chiedere quali sono le arene e i canali attraverso cui l’opinione si forma, si esprime e si modifica.
Per interpretare pienamente il ruolo dell’opinione pubblica nelle società della tarda modernità occorre studiarla come un “fatto sociale” distinto e oggettivato, immateriale, cognitivo e simbolico, ma al tempo stesso concreto e influente. Nasce così la nozione di “campo demoscopico”, che identifica l’ambito, lo spazio sociale in cui si formano e agiscono le dinamiche di opinione. L’opinione pubblica, infatti, è un processo di interazione e comunicazione collettiva che si svolge nella sfera pubblica, caratterizzato da numerosi referenti (individui, gruppi, pubblici), apparati e organizzazioni (media, istituzioni, partiti, movimenti) e sistemi cognitivi (valori, convinzioni, credenze) che entrano in competizione per produrre convergenza e influenza, promuovere consenso e legittimazione o suscitare dissenso e critica. Studiare l’opinione pubblica significa quindi definire i confini, le regole e i comportamenti di questo specifico ambito dell’interazione collettiva.
Cittadini e pubblici
Il primo fattore che determina il campo demoscopico è costituito dai cittadini in quanto pubblici. La nozione di pubblico assume qui una valenza particolare: indica una forma specifica di aggregazione sociale che si costituisce a partire dall’emergere di un tema o di un problema che suscita interesse o genera conflitto. Con la pervasività dei mezzi audiovisivi, i pubblici si formano ormai sull’intera popolazione, tanto che per la prima volta l’intera popolazione delle società nazionali è diventata membro potenziale del “pubblico”. Ne consegue che, nelle società della tarda modernità, non esiste un solo pubblico, ma se ne possono individuare molti, in parte sovrapposti e in parte distinti.
Questa moltiplicazione dei pubblici, conseguenza dell’accresciuta complessità sociale, permette anche di risolvere una contraddizione da sempre alla base dell’idea di opinione pubblica: se essa sia un prodotto elitario travestito da prodotto collettivo, oppure l’orientamento dell’intera popolazione, compresi i poco informati e i poco interessati. Il punto da sottolineare è che nel campo demoscopico non troviamo una sola dimensione di socialità, ma diverse forme di aggregazione, per numerosità, caratteristiche, interessi e orientamenti, che da sole non rappresentano l’opinione pubblica, pur essendone co-protagoniste secondo ruoli diversi.
Élite e leader
La seconda componente è costituita dalle élite politico-istituzionali e dai leader: esponenti politici, membri delle istituzioni, rappresentanti di organizzazioni che godono di legittimazione collettiva, personalità in vista della scena pubblica. Questi svolgono un ruolo attivo: tematizzano i problemi e cercano di orientare il pubblico; non sono l’unico settore che produce opinioni, ma quello più interessato e attrezzato per farlo. Tuttavia non sono solo capaci di influenzare, ma anche sensibili a essere influenzati: l’opinione pubblica è un processo a due vie, risultato non solo delle interazioni tra cittadini, ma anche delle intermediazioni con le élite e le leadership in competizione per il consenso.
Il leader è un’entità centrale e strategica perché contribuisce a ridurre la complessità, selezionando e rendendo “opinabili” i problemi posti all’attenzione collettiva. Inoltre, data la natura discorsiva e comunicativa del processo di opinione, il leader gode di una posizione comunicativa preminente: deve sempre più convincere, rassicurare, mobilitare, legittimarsi. Ogni leadership, nella nostra società, è fondamentalmente comunicativa. Questo non va visto come manipolazione, ma come conseguenza della nuova collocazione dell’opinione pubblica in uno spazio più ampio della sfera pubblica: la public opinion non è più solo il “tribunale della democrazia”, ma la “posta in gioco” del processo democratico stesso.
Media e agende
La terza componente fondamentale è costituita dai media, fattore determinante della formazione delle opinioni sia come protagonisti sia come canali. I mezzi di comunicazione di massa non sono solo un’arena in cui si dipana il confronto, ma un vero e proprio attore, al pari di cittadini, gruppi e attori politici, capace di produrre opinione. La loro capacità di “fare opinione”, di favorire orientamenti e fornire chiavi interpretative dei problemi, diventa una variabile strutturale dell’interazione comunicativa. I media sono inoltre promotori privilegiati dell’agenda politica, definendo l’importanza dei temi da porre al centro della discussione, e i mezzi audiovisivi, per le loro caratteristiche, non richiedono un alto livello di istruzione, presentandosi sotto nuove forme di “contatto personale” che riavvicinano alla comunicazione faccia a faccia.
I media sono così parte integrante del processo di agenda building, in cui media, governo e cittadinanza si influenzano reciprocamente. Oltre a produrre opinione, fungono da canali di comunicazione: per la loro peculiarità e per la legittimazione di cui godono, costituiscono lo scenario principale entro cui sviluppiamo e confrontiamo le nostre opinioni, e danno visibilità alla realtà sociale e politica, rendendola accessibile alla collettività. Grazie a questa doppia appartenenza, alla categoria dei produttori e a quella dei canali, incidono sia sulla configurazione della sfera pubblica sia sulla costruzione dei dibattiti pubblici.
Consumi, opinioni e identità sociale
Il sistema dei media filtra l’accesso alle forme simboliche e ne definisce di nuovi e alternativi, che danno luogo alle opinioni; i media elettronici strutturano la percezione alterandone la dimensione spazio-temporale, mutando in certe circostanze anche il processo di costituzione delle identità. Comportamenti e consumi degli individui sono fortemente condizionati dalla cultura in cui prendono forma: i beni di consumo, parte visibile della cultura, permettono una maggiore coesione attraverso una struttura reticolare di significati e categorie comuni. I rituali del consumo sono un aspetto primario del sociale, perché danno ordine e senso agli eventi dell’ambiente socioculturale, e il consumo simbolico definisce ciò che ha valore rispetto a ciò che non ne ha, svolgendo una funzione di integrazione e controllo sociale.
Il consumo e la domanda di beni vengono letti come espressione del bisogno di informazioni, considerate il bene principale delle società contemporanee: accedere a determinati beni è indispensabile per sentirsi in contatto con gli altri, evitare la marginalizzazione e possedere le informazioni fondamentali. Al di là della loro funzione materiale, i beni servono a entrare a far parte di un gruppo sociale, e il consumo assume così una funzione comunicativa, con cui gli individui dichiarano e confermano la propria appartenenza. La differenziazione sociale dipende dunque dalle diverse possibilità di accesso e controllo dell’informazione. Il contesto in cui tutto ciò avviene è quello dell’industria culturale, l’insieme degli apparati di produzione, distribuzione e consumo di beni culturali che, pur diversi, funzionano in modo integrato come un’unica macchina.
Il cinema come istituzione socializzante
La progressiva massificazione dei consumi, conseguenza dell’industrializzazione, spinge verso un’individualizzazione che si confronta con la dimensione di massa della società, i suoi valori e i suoi meccanismi di replicazione. Il cinema vive interamente all’interno di questi processi, collocandosi allo snodo tra la società industriale classica e quella novecentesca. Si può sostenere che il cinema rappresenti l’acme della “società dello spettacolo”, portando a compimento un’esperienza nata prima della stessa tecnologia cinematografica e testimoniata dalle mutazioni dei consumi culturali e dai nuovi bisogni legati all’immagine e all’immaginario. Da qui l’interesse a indagare il cinema da un punto di vista sociologico, per capire perché e in che misura possa essere annoverato tra le “istituzioni socializzanti” di rilievo per l’individuo e la collettività.
Domande frequenti
Cos’è il “campo demoscopico”?
È lo spazio sociale in cui si formano, si scontrano e si diffondono le opinioni. Comprende referenti (cittadini, gruppi), apparati (media, istituzioni, partiti) e sistemi cognitivi (valori, credenze) che competono per produrre consenso o dissenso. Studiarlo significa definire i confini e le regole dell’opinione pubblica.
Chi produce davvero l’opinione pubblica?
Non un solo soggetto, ma più componenti in interazione: i cittadini organizzati in “pubblici”, le élite e i leader politico-istituzionali, e i media. L’opinione pubblica è un processo a due vie, risultato delle interazioni tra cittadini e delle intermediazioni con chi compete per il consenso.
Che ruolo hanno i media nel campo demoscopico?
Un ruolo doppio: sono attori che producono opinione e insieme canali attraverso cui l’opinione circola. Definiscono l’agenda dei temi rilevanti, forniscono chiavi interpretative e costituiscono lo scenario principale in cui formiamo e confrontiamo le nostre opinioni.
Perché il consumo è legato all’opinione e all’identità?
Perché i beni non hanno solo una funzione materiale, ma comunicativa: dichiarano l’appartenenza sociale e danno accesso a significati condivisi e a informazioni. La differenziazione sociale dipende sempre più dalle diverse possibilità di accesso e controllo dell’informazione.
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