Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Human Capital: the Ultimate Oxford Handbook

Trattare la formazione delle persone come un investimento, e non come un costo, ha cambiato il modo in cui si governano le imprese e le politiche pubbliche. È stata una conquista analitica reale: che porta però con sé un’ambiguità mai del tutto risolta. Di cosa si parla Con l’espressione capitale umano si indica l’insieme di […]

Psicolab — Human Capital: the Ultimate Oxford Handbook
Trattare la formazione delle persone come un investimento, e non come un costo, ha cambiato il modo in cui si governano le imprese e le politiche pubbliche. È stata una conquista analitica reale: che porta però con sé un’ambiguità mai del tutto risolta.

Di cosa si parla

Con l’espressione capitale umano si indica l’insieme di competenze, conoscenze e caratteristiche personali impiegabili in attività produttive, insieme agli assetti organizzativi e alle reti di relazioni che le rendono più efficaci.

L’espressione veicola due idee collegate: che le capacità di chi lavora siano un fattore determinante della produzione, e che le risorse destinate a istruzione, formazione e costruzione dei gruppi possano essere analizzate con gli stessi strumenti usati per gli investimenti in impianti e attrezzature.

Cosa sostituisce

Il testo lo spiega con chiarezza: le teorie economiche più antiche impiegavano il concetto più grossolano di forza lavoro, assumendo che si trattasse di una risorsa facilmente reperibile e sostituibile.

Il cambiamento di prospettiva nasce da una constatazione pratica: le competenze sono determinanti per la nascita e la crescita delle imprese, e trovarle adeguate alle necessità del mercato è tutt’altro che semplice.

Va sottolineata una precisazione del testo, perché è la più utile: le competenze non coincidono con i titoli di studio, ma con la possibilità concreta di contribuire alle esigenze di ricerca, sviluppo e produzione.

Ne discende una conseguenza che raramente viene tratta: se ciò che conta è la competenza e non il titolo, allora le procedure di selezione basate quasi esclusivamente sui titoli stanno misurando l’indicatore sbagliato.

L’origine

La cosiddetta rivoluzione del capitale umano prende avvio attorno alla metà del Novecento, con gli studi di tre economisti (tra cui due futuri premi Nobel) attivi nel cuore della disciplina, non ai suoi margini.

Il testo osserva giustamente che non si trattò di una posizione critica o esterna al mondo dell’impresa: fu una riflessione pragmatica, secondo cui gli investimenti in istruzione e formazione sono decisivi per la salute di un sistema economico.

Perché la provenienza conta

Perché spiega la sua efficacia pratica.

Un argomento a favore dell’istruzione formulato in termini di diritti convince chi già lo condivide. Lo stesso argomento formulato in termini di rendimento dell’investimento entra nelle decisioni di bilancio.

È il motivo per cui questa teoria ha inciso sulle politiche pubbliche di molti Paesi più di qualunque appello di principio: ha tradotto la formazione in una grandezza confrontabile con altre voci di spesa.

L’ambiguità di fondo

Qui va aggiunto ciò che il testo non affronta, perché è il punto su cui il dibattito è più vivo.

Descrivere le capacità di una persona come capitale è una metafora potente, e come tutte le metafore potenti orienta il pensiero anche dove non dovrebbe.

Il capitale ha proprietà precise: si accumula, si deprezza, produce un rendimento, può essere dismesso se non rende. Applicate alle persone, queste proprietà suggeriscono conclusioni che nessuno enuncia ma che agiscono comunque, che una persona valga in proporzione a ciò che rende, e che chi rende meno costituisca un investimento fallito.

C’è poi una differenza sostanziale che la metafora nasconde: il capitale fisico appartiene all’impresa, le competenze appartengono alla persona e se ne vanno con lei.

Questa asimmetria genera il problema pratico più noto del settore: nessuna impresa vuole formare qualcuno che potrebbe andarsene, e questo produce un sottoinvestimento collettivo in formazione, con il risultato che tutte le imprese cercano competenze che nessuna ha contribuito a costruire.

Il volume presentato

Si tratta di un manuale accademico pubblicato nel 2011 da un editore universitario britannico, di quasi settecento pagine, curato da due studiosi con esperienza sia accademica sia consulenziale, con oltre cinquanta contributi.

L’aspetto distintivo è l’ampiezza disciplinare: filosofia, diritto, economia, sociologia, strategia, governo d’impresa, antropologia, comportamento organizzativo, gestione del personale, relazioni industriali, psicologia.

L’opera è organizzata in cinque parti: la natura del concetto e il suo rapporto con altre forme di capitale; il ruolo nelle diverse teorie dell’impresa; la relazione con l’efficacia organizzativa; le interdipendenze con risorse finanziarie, fisiche e informative; e infine gli scenari futuri, con attenzione alle differenze territoriali.

La parte più interessante

È probabilmente la quarta, dedicata alle interdipendenze.

Affronta un punto che la formulazione individualistica del concetto tende a oscurare: le competenze di una persona rendono in misura molto diversa a seconda del contesto in cui sono collocate.

La stessa persona, con le stesse capacità, produce risultati diversi in organizzazioni diverse: a seconda degli strumenti disponibili, delle informazioni che riceve, delle persone con cui lavora e del margine di azione che le viene lasciato.

Ne discende un’osservazione che vale per qualunque impresa: gran parte di ciò che viene attribuito alla qualità delle persone dipende dalle condizioni in cui lavorano. E le condizioni, a differenza delle persone, si possono modificare.

Le due esigenze pratiche

Il testo indica due necessità che discendono da questa impostazione: valutare l’efficacia degli investimenti nel lungo periodo e monitorare l’efficienza degli interventi di sostegno alle competenze.

Sono corrette, e vale la pena segnalare la difficoltà che comportano: gli effetti della formazione si manifestano con ritardo e sono difficili da isolare da altri fattori.

È precisamente la ragione per cui questa voce viene tagliata per prima nelle fasi difficili: il taglio produce un risparmio immediato e visibile, mentre il danno arriva più tardi e nessuno lo attribuisce a quella decisione.

Domande frequenti

Cosa significa capitale umano?

L’insieme di competenze, conoscenze e caratteristiche personali impiegabili nella produzione, con l’idea che le risorse destinate a formarle siano analizzabili come un investimento e non come un costo.

Le competenze coincidono con i titoli di studio?

No, ed è la precisazione più utile: coincidono con la possibilità concreta di contribuire alle esigenze di ricerca, sviluppo e produzione. Le selezioni basate quasi solo sui titoli misurano l’indicatore sbagliato.

Qual è il limite della metafora del capitale?

Suggerisce che una persona valga in proporzione a ciò che rende. E nasconde un’asimmetria: il capitale fisico appartiene all’impresa, le competenze appartengono alla persona e se ne vanno con lei.

Perché la formazione viene tagliata per prima?

Perché i suoi effetti si manifestano con ritardo e sono difficili da isolare: il risparmio è immediato e visibile, il danno arriva più tardi e nessuno lo attribuisce a quella decisione.

La forza di questa impostazione sta nell’aver tradotto la formazione in una grandezza confrontabile con altre voci di bilancio: un argomento sui diritti convince chi già lo condivide, un argomento sul rendimento entra nelle decisioni. Ma la metafora del capitale porta con sé due insidie, suggerisce che una persona valga quanto rende, e nasconde che le competenze appartengono alla persona e non all’impresa, il che spiega il cronico sottoinvestimento in formazione. Resta l’osservazione più utile del volume: gran parte di ciò che si attribuisce alla qualità delle persone dipende dalle condizioni in cui lavorano, e le condizioni si possono cambiare.
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