Di gruppi se ne sperimentano diversi nel nostro quotidiano: lo staff lavorativo, il gruppo di amici, il gruppo familiare, il gruppo sportivo e via dicendo. Ma cosa c’è di diverso del far parte di un gruppo terapeutico, di un gruppo Gestalt per esempio, che si incontra e si forma con un obiettivo diverso dalla professione, dall’amicizia, da una passione sportiva, ma per una scelta di ognuno dei membri di entrar in un cerchio che metta in gioco, muova e rielabori delle emozioni, dei vissuti, che sia lì per lavorare insieme a lavorarsi dentro?
Lavorare… un termine generico, usurato dal costante utilizzo che se ne fa in un gruppo gestaltico. “Vuoi lavorare su questo aspetto, su questo problema che hai dichiarato al gruppo?” Una domanda possibile da parte del conduttore di un gruppo gestaltico verso uno degli astanti. Ma che significa? Su cosa si lavora in Gestalt? Esistono numerosi, autorevoli testi sul tema della terapia gestaltica, del suo senso, della sua origine. Il suo fondatore, Pierce, ha copiosamente elargito preziose e chiare informazioni su questo. In Gestalt si lavora su ciò che c’è, sul qui e ora, sulla possibilità di sperimentare nuove forme di azione e non più di re-azione, nuove immagini di sé, si lavora su ciò che è rimasto inespresso e che può diventare manifesto, si rielaborano esperienze incomprese, emozioni stagnanti, si prova a liberarsi da antichi condizionamenti familiari o sociali. Ecco su cosa si lavora.
Nella segnaletica gialla dei lavori stradali una figura stilizzata è china e sta scavando con una sorta di vanga; lì sappiamo che è in corso un lavoro di ristrutturazione. Ecco un’analogia semplicistica ma esemplificativa: in Gestalt si avvia un processo di ristrutturazione di sé.
E lo si fa in maniera piuttosto accelerata, se sul serio ci si impegna ad andare a fondo. E l’impegno viene davvero sancito da un “contratto”, come ogni lavoro che si rispetti; un “contratto” simbolico in cui ci si assume la responsabilità verso gli altri di essere sinceri fino in fondo, di impegnarsi veramente, di rispettare l’anonimato dei membri del gruppo e delle loro storie. Il gruppo diventa il team, l’equipe, in cui ognuno ha il duplice incarico di essere lì per sé, ma non solo, anche per gli altri. E gli altri diventano il mondo in piccolo, in cui allenarsi ad essere qualcos’altro rispetto a quello che già conosciamo di noi, in vista dell’incontro/partita con la grande squadra, il grande mondo, quello fuori. Una palestra. Per crescere. Altro termine banale incomprensibile, logorato dal senso comune: crescere. Che significa?
Il termine Gestalt, che è l’altrettanto indefinito termine con cui si designano questi gruppi, ci viene incontro per una possibile risposta. Gestalt (dal tedesco) significa “forma”. Una nuova forma che non è data dalla semplice somma di nuove parti con le precedenti, che non si crea per accumulo di elementi, ma per una nuova e diversa visione d’insieme degli elementi a disposizione. I bambini il concetto di gestalt lo conoscono bene. E lo concretizzano ogni qual volta una forchetta e un barattolo diventano un tamburo, una sedia diventa un cavallo, la loro solita camera una nave pirata. Ci sono un pettine, uno specchio e una mela. Ecco che mi trasformo nella matrigna di Biancaneve. I bambini creano nuove forme di senso a partire da ciò che hanno a disposizione. Vivono gestalticamente si potrebbe dire. Colgono una diversa visione d’insieme delle cose, attribuendogli altri usi, altre possibilità. Non inventano, semplicemente ristrutturano il campo. Forse questo può essere il senso del termine crescita. La capacità di rielaborare i miei contenuti, le mie rappresentazioni, emozioni in una forma diversa. Darmi nuove letture, nuove possibilità, nuovi significati. Spesso dopo un’esperienza traumatica o dolorosa capita di dire: “Sono cresciuto, quest’esperienza mi ha fatto crescere”. Ma l’esperienza di per sé non “fa” niente è come il pettine accanto alla mela e allo specchio. Ciò che ha funzionato è il processo che si è innescato in seguito all’esperienza, un processo di ristrutturazione dei miei pensieri, valori, credenze, sentimenti, atteggiamenti. E a un certo punto “vedo” la matrigna di Biancaneve, fra quegli oggetti. Mi “vedo” cambiato fra lo scompiglio delle carte che si è generato, mi “vedo” cresciuto.
Alla luce di questo si potrebbe dire che in Gestalt si lavora per avviare un processo di crescita. Rimescolare le carte, per trarne una nuova configurazione…mica semplice quando le carte non son fatte di segni e figure astratte ma di segni e figure che mi rappresentano: padre, madre, fratelli, partner, figli, amici, lavoro, paure, convinzioni, ferite, abitudini, vergogne, dubbi, segreti. Giocarli diventa difficile. Provare a scomporli e a ristrutturarli in una nuova visione d’insieme, significa rischiare. Rischiare di vincere la partita in un modo inaspettato, impensato e forse temuto.
Finché la partita non la vinco mai, posso dire di esser sfortunato. Nonostante ogni volta mischi le carte, alla fine, mi toccan sempre quelle sbagliate! E continuo a giocare, allo stesso modo, con la stessa aspettativa, usando le stesse strategie. Perdo certo, soffro certo, ma se non altro l’andamento della partita lo padroneggio, lo conosco, solite mosse, familiari, niente azzardi, terreno sicuro, ingrato, doloroso, frustrante, ma sicuro. In Gestalt si entra in un processo insicuro, alla ricerca di diverse strategie. In Gestalt non sono le carte ad essere sbagliate bensì il mio modo di interpretarle ad essere sottoposto al processo. Partendo dalle carte che ho, da quello che c’è nella mia vita, mi impegno a rielaborarlo insieme al terapeuta e agli altri per scoprire una nuova Gestalt, una nuova forma che inneschi nuove mosse, nuovi modi di rappresentarmi e quindi di agire. Ma tutto ciò ripeto comporta un rischio. Iniziando a giocare le mie carte in modo diverso non conosco più l’effetto che produrranno, potrei per esempio accorgermi che quel gioco non mi piace più, desiderarne un altro. Corro il rischio di prendermi la responsabilità di fare nuove scelte, inaspettate per me e per chi mi sta intorno. Il rischio che le persone che mi circondano non mi riconoscano e mi ostacolino se cambio “gioco”. Ma è un rischio che vale la pena se la posta è la possibilità di crearmi un nuovo modo di essere e agire nel mondo. Un modo che mi appaghi di più, che, magari, non mi ero mai permesso di immaginare. Apro le porte del possibile.