Relazioni

Abbiamo un Figlio… e poi?

Avere un figlio.
Uno degli atti più antichi e naturali dell’essere umano.
Allevare un figlio. Un atto in continua trasformazione storico-sociale.
Essere genitori.
Una difficoltà sempre più grande.
Le variabili che conducono una coppia, dalla gioia della nascita alla tragedia della quotidianità, sono molteplici e tutte molto complesse.
Cosa fare allora, quando il mondo delle favole si trasforma in quello dell’orrore?
Direi che, prima di correre il più lontano possibile (in modo anche soltanto emotivo) da quel piccolo esserino che tanto amiamo e tanto ci confonde, sarebbe opportuno (af)fidarsi ad una persona capace di darci un sostegno reale: la Doula.
Chi è la doula?
È una madre, che si mette al servizio di un’altra madre.
Questa la definizione più lineare col suo significato semantico.
Ma non è solo questo.
Perché nell’assetto sociale dell’Italia del 2010 non può bastare solo questo. E le cronache ce lo ricordano con una frequenza purtroppo sempre maggiore.
La Doula è passata (preferibilmente ma non necessariamente) dall’esperienza della maternità; dall’acquisizione dunque di tutte quelle vibrazioni, percezioni, paure, fobie, incertezze, emozioni, estasi che soltanto un ventre e due braccia ricolme del proprio figlio possono donare.
Ma per essere Doula e poter realmente (o, come piace tanto alla società occidentale dire, Oggettivamente), aiutare una neo coppia genitoriale è fondamentale allineare il proprio vissuto personale a conoscenze più approfondite relative all’evento nascita.
Da qui una preparazione sotto un profilo psicologico relativo ai tre protagonisti di tale evento: madre, padre, figlio/a (o più figli).
Una conoscenza specifica delle tecniche relative i primi approcci con il neonato: allattamento, lettura del pianto, la nanna…e da lì come raggiungere il rilassamento di tutta la famiglia, conoscere al meglio la preparazione del bagnetto, la posizione della nanna, l’uso e la gestione dei tiralatte e del latte in polvere…etc.
Importante avere una conoscenza base dei segnali di benessere e/o malessere a livello psicologico e fisico del neonato e della madre, i due protagonisti più delicati sotto certi punti di vista durante il primo periodo di assestamento.
Ed infine, ma non meno importante, una Doula deve fare una rielaborazione del proprio vissuto di madre. Questo perché lavorare con altre madri riattiva nella doula le esperienze da lei passate e rischia di confondere se stessa con chi ha di fronte. Per far sì che questo non accada, è fondamentale che abbia compreso il proprio cammino e sia in grado di separarlo da quello della madre che ha davanti, di modo da offrire il più possibile un servizio di sostegno reale e proficuo.
Detto questo è però necessario sottolineare come la Doula non possegga competenze mediche che appartengono invece ad altre figure professionali importanti ed insostituibili quali l’ostetrica, il ginecologo ed il pediatra.
È invece auspicabile una stretta collaborazione con tali professionisti, soprattutto in quei casi in cui la puerpera od il bambino, od entrambi i genitori mostrino difficoltà importanti a livello psicologico e/o fisico.
Quando lavoro come doula o come maestra d’asilo la difficoltà più evidente di molte famiglie (esplicitata o meno dai genitori) è il senso di solitudine.
I primi 40 giorni sono fondamentali per il ripristino di un buon equilibrio familiare.
È il periodo che ci vuole alla donna per rientrare nella sua veste di donna e madre, ed è quello che ci vuole al bambino per apprendere i primi ritmi. E credo che sia il tempo limite di sopportazione che un uomo medio possa avere prima di entrare in uno stato di confusione totale (!).
Ci tengo a ricordare che una famiglia è composta, generalmente, anche dalla figura del padre e che, non solo è compito della doula tenerlo sempre a mente, ma anzi, deve anche riuscire a collocarlo il più velocemente possibile nell’immaginario attivo del nuovo nucleo familiare.
Le donne che si conquistano le pagine dei giornali con atti violenti nei confronti dei figli, sono quasi sempre donne con un compagno vicino; almeno sulla carta. Fondamentale quindi riappropriare l’uomo del suo ruolo fin da subito.
Ecco perché allora il lavoro della Doula si rende ancora più complesso e delicato, perché lei non è una terapeuta familiare e non può intervenire in profondità nelle dinamiche di coppia o nelle problematiche psicologiche di uno solo dei suoi componenti.
È però quella che può dare dei campanelli d’allarme attraverso la lettura dei segnali di disagio evidenti. È quella che può condividere le paure e le ansie che percorsi paralleli (tipo psicoterapie) possono suscitare. Come può più semplicemente essere colei che viene a prendere un caffè una o due volte a settimana prima e/o dopo la nascita del bambino, e che è lì, pronta ad ascoltare ogni parola esca dal cuore,quella che spesso non si ha il coraggio di dire neppure a se stesse: “…piange così tanto che avrei voglia di picchiarlo..” ; “sono così stanca che vorrei scappare da questa casa…” ; “…sono una madre orribile perché vorrei che questo non fosse mio figlio…” e così via.
La Doula è colei che ascolta, che non giudica, che a volte parla e che più spesso allunga un fazzoletto. È colei che accoglie e lenisce così il senso di solitudine: quel velo, che quando si posa sopra gli occhi ed il cuore di una coppia di genitori non le permette di vedere le meravigliose fatiche che si possono superare.

Immagine di Ilaria Gheri

Ilaria Gheri