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I Rischi della Parentificazione

Breve Estratto

Ultimamente, per motivi personali (…sane e interessanti letture, fortuna che esistono ancora autori che, con le loro parole, riescono a illuminarti dentro…) e professionali, ho avuto modo di riflettere spesso e attentamente su un fenomeno forse poco conosciuto, ma tristemente attuale e, purtroppo, soprattutto, molto praticato: la “parentificazione” dei figli.
Per “parentificazione”(…la provenienza anglosassone è chiara…) si intende quel comportamento messo in atto da un genitore, o da entrambi, che vede, in maniera più o meno consapevole, il genitore scambiare il proprio ruolo con quello del figlio, il genitore farsi accudito e il figlio diventare accudente, indipendentemente dalla sua età, posto il fatto che non esiste un’età in cui sia giusto che questo accada.
Molto spesso, quasi sempre, anzi, questo comportamento appare evidente in situazioni familiari specifiche, quali:
Nascita di un fratellino/sorellina in casi in cui la madre non sia pronta e non sia un genitore accudente neanche per il primogenito.
Lutto per la perdita del coniuge.
Separazione/divorzio dal coniuge.
Come appare chiaro, tralasciamo volutamente di evidenziare che un figlio possa incorrere in questo con un genitore anziano o non autosufficiente: in questo caso, infatti, si potrebbe parlare di ciclo della vita, non certo di patologia… patologico sarebbe che non accadesse!
Nei sopra citati casi, per motivi vari e variabili da una situazione familiare all’altra, il genitore mette in atto una serie di comportamenti che, implicitamente, invitano il figlio, se non quando lo obbligano, a prendere il suo posto nella gestione familiare, perlomeno per quel che concerne lo svolgimento delle attività quotidiane, le decisioni da prendere, e via dicendo.
Nel caso in cui una madre “immatura” (…perché incorsa prematuramente nelle prima gravidanza, oppure perché non portata, per indole, ad essere madre, o, ancora, perché non ha mai smesso di essere figlia…) si trovi ad avere un secondo figlio, la tendenza sarà quella di trasformare il fratello o la sorella maggiore in un proprio surrogato, anche quando la differenza di età tra i figli sia minima; questo servirà a demandare al figlio primogenito la cura del secondogenito, investendolo, chiaramente di responsabilità oggettive eccessive anche per il bambino più intelligente e consapevole.
Ci troviamo, così, davanti a bambini, più spesso bambine, che vestono i fratellini al mattino, si preoccupano che lo zaino sia a posto, ne diventano i custodi a scuola, li seguono nei compiti e condividono, a volte loro malgrado, ogni momento libero con loro, tralasciando amicizie proprie, momenti di crescita alternati a momenti regressivi, il gioco, la richiesta di attenzioni per sé, i capricci, e così via…tralasciando, insomma, a loro volta, di essere bambini.
La madre, quindi, si permette di non pensare ai figli piccoli, certa che qualcuno di affidabile lo farà al posto suo e, quel che è peggio, sicura che questo qualcuno sia ben lieto di farlo: non vedendo, quindi, l’altro figlio, né come tale, né come individuo.
I padri, spesso, in questo, si mostrano conniventi, perché poco presenti e , a loro volta, felici che le cose in casa “vadano bene”…ma per chi?! Certo non per i figli più “grandi” che si ritrovano improvvisamente a dover rinunciare alla loro infanzia, alle loro debolezze, che cessano troppo presto, al contrario dei genitori, di essere figli.
Molto spesso queste madri soffrono di depressione sub acuta, sono persone irrisolte e fragili, cui è mancata una figura importante nella crescita, che, in qualche modo, subiscono la condizione genitoriale, e non sono debitamente supportati nell’affrontarla, specialmente quando i bambini sono piccoli.
Veniamo, ora, al secondo caso, quello del lutto… Evidentemente una persona che subisce la perdita del coniuge deve affrontare un enorme dolore, e, oltretutto, deve farsene carico anche per i figli, cui deve porgere l’evento con quanta più tenerezza e cautela possibile, per accompagnarli nella sua elaborazione in maniera adeguata…e se non lo fa?!
Mi duole dirlo ma, anche in questo caso, le statistiche ci dicono che questo comportamento viene messo in pratica, ahimè, perlopiù dalle vedove, anche se esiste una piccola percentuale di padri rimasti tragicamente soli che trasformano le figlie in una sorta di surrogato: delegano loro le faccende domestiche, le decisioni in merito a eventuali figli piccoli, riversano su di loro la disperazione in ogni sua forma o diventano, nei loro confronti, eccessivamente ansiosi, gelosi, possessivi…questo senza arrivare a situazioni borderline di incesto o di qualcosa che gli si avvicina molto.
Le madri vedove che incorrono nella parentificazione , lo stesso, trasformano i loro figli maschi in “ometti di casa” e le figlie in amiche/mamme/confidenti, spesso si cullano nella loro abulia per lungo tempo, decidendo, inconsapevolmente , si intende, di congelare il lutto per un tempo indefinito, affidando sé stesse e la casa, intanto, ai figli: inutile dire che un figlio che perda un genitore si trova ad accusare un colpo enorme e inaspettato, che richiederebbe, da parte di chi lo circonda e lo cura, di essere presente e responsabile per lui e delle sue emozioni.
Doversi prendere cura di qualcun altro, ma, non solo, addirittura di qualcuno il cui dolore è equiparato al loro, non permette ai figli di affrontarlo in modo adeguato: il rischio è quello, palese, di un’elaborazione del lutto che non avverrà nei tempi giusti, o che non avverrà affatto, con conseguenze, spesso, disastrose per la personalità del bambino, una volta adulto.
Prendiamo in esame il terzo esempio, quello della separazione tra i genitori; nella mia professione mi capita di incontrare due tipologie di genitori separandi: quelli che procrastinerebbero a oltranza il momento della verità ai figli, che piroettano rocambolescamente dal divano al letto alle 5 di mattina per non insospettirli, che inventano improvvise e reiterate trasferte lavorative mai avvenute prima, che diventano funamboli nella loro stessa vita, pur di non dire la verità…per senso di colpa, per paura, per istinto di protezione, per mille e altri motivi, tutti, dal loro punto di vista, validissimi.
Poi ci sono quelli, e qui veniamo a noi, che, al contrario, smaniano di raccontare ai figli ogni più sordido dettaglio, che anelano a mostrare la nuova casa, la nuova cameretta, sottolineando i numerosi vantaggi di avere tutto doppio ( sic!), e che, soprattutto, presentano a ripetizioni fidanzate e fidanzati e non risparmiano di parlare di ogni difetto del coniuge, per sminuirlo e portare i figli a schierarsi (…vi dice http:\\/\\/psicolab.neta la “sindrome da alienazione parentale”?!…ma qui è un’altra storia, sarà per un’altra volta…).
In quest’ultimo caso, non che il primo non sia degno di attenzione, il rischio di parentificazione è elevatissimo; non dimentichiamo che, come nel caso della perdita di un genitore, anche in questa situazione i figli si trovano a vivere un lutto e, per questo, meritano rispetto, e pudore, dei loro sentimenti; i figli, quando i genitori si dividono, chiedono solo due cose: di sapere la verità, nel senso di non essere presi in giro, e di sapere che l’amore che riceveranno sarà lo stesso che hanno sempre ricevuto. Punto.
Ai figli non interessa sapere chi ha torto o ragione, chi ha tradito chi, cosa è successo, e, sopra ogni cosa, non vogliono prendere le parti di nessuno né ergersi a giudici, per due motivi: primo, non possiedono gli strumenti per farlo, secondo amano entrambi, e non lo ritengono giusto.
Ora…portati alla vostra attenzione questi semplici esempi, a chi, come me, ha il privilegio di lavorare con le relazioni e le emozioni, viene da chiedersi: perché non è lampante per gli altri, come per me, che tutto ciò danneggia un bambino?! Che lo priva della possibilità di essere semplicemente un bambino, di fare i capricci, mettersi le dita nel naso, avere paura dei mostri nell’armadio e quant’altro?! Perché?!…
Perché molti genitori, oggi, sono stati bambini poco amati, poco “visti”, ieri, stanno ancora cercando una dimensione per sé stessi e non c’è posto per un altro bambino, figuriamoci due, già c’è il partner! Cosa fare?!..
Amare i bambini di oggi e proteggerli da tutto questo, perché diventino adulti, e genitori, consapevoli e attenti, aiutare le famiglie, i genitori, con gli strumenti necessari a supportare adeguatamente la grande avventura che è la vita, informare e formare all’amore e all’altro…ascoltare, parlare e capirsi, perché ognuno, a modo suo, possa ricoprire il proprio ruolo, non portando via niente a nessuno.

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