Stefano è un bambino di 6 anni, viene accompagnato dai suoi genitori per un colloquio in quanto il bambino rifiuta di andare a scuola. Entra nella stanza a testa bassa. La madre inizia a parlare con enfasi spiegando i motivi di richiesta dell´incontro.
Stefano, seduto su una sedia, agita freneticamente le gambe e presenta sul volto imbronciato un leggero rossore, quindi alza gli occhi al cielo come se dovesse osservare il soffitto e li abbassa fissando il pavimento nel momento in cui la madre esprime il suo disappunto nei suoi riguardi in quanto non vuole ascoltarla e l’aggredisce. “Chiudi il becco” risponde il bambino mentre la madre sconcertata sta per inferirgli uno schiaffo per farsi rispettare.
Al di là del setting terapeutico, quante volte assistiamo a scene di questo tipo dove la comunicazione tra il genitore e il figlio è esasperata, aggressiva, dove non c’e’ la possibilità di guardarsi negli occhi, di esprimere serenamente le proprie idee, di prestare più attenzione quanto l’altro sta comunicando.
Quante volte si parla e si risponde in maniera veloce come se dentro il cervello ci fosse una Forza inefrenabile che comunque deve poter difendere le proprie ragioni?
E quante volte dopo l’incontro-scontro, quando si disattivano i processi neurofisiologici automatici del nostro cervello che hanno generato una cattiva comunicazione, ci sentiamo in una condizione mentale diversa, e…. proviamo dispiacere ed inquietudine per quanto è accaduto?
Oggi non si può più parlare di voler stare bene, di capire i propri figli, di rapportarsi con il genitore in maniera serena, con libertà, con gioia se non si comprende cosa accade nel proprio cervello, se non si conosce lo strumento per cui pensiamo, agiamo, amiamo e soffriamo fin da dalla più tenera età?
Pensate per un attimo che ognuno di noi, genitore e figlio, quotidianamente e senza averne pienamente coscienza sperimenta se stesso sulla base della diversa funzione dei due emisferi cerebrali che formano il cervello in toto: nell’emisfero sinistro del cervello si strutturano le risposte automatiche che perchè tali non sono mai depositarie di verità mentre la capacità di rimanere collegati sostanzialmente con la realtà oggettiva di quanto il cervello percepisce e rielabora dipende dai processi neurofisiologici dell’emisfero destro che identifica sempre la qualità di ogni tipo di informazione.
Fin da piccoli ci hanno istruito ad usare la mano destra e la mano sinistra, a camminare “dritti” , ad usare l’occhio destro e quello sinistro in maniera corretta, oggi la Neuropsicofisiologia spiega come si può guidare il cervello (emisfero destro e sinistro) affinchè ogni essere umano, genitore e figlio, possa sviluppare nei lobi frontali e prefrontali l’ individualità della propria coscienza, la sola in grado di favorire una crescita evolutiva.
L’intervento psicoeducativo con Stefano
Primo passo è quello di “correggere” la modalità attraverso cui il bambino e la madre stanno interagendo dando loro coscienza dell’inefficacia della comunicazione per entrambi i loro cervelli.
Sollecito Stefano ad una riflessione sul suo rifiuto a guardare negli occhi:
“gli occhi sono come due finestrelle del cervello dove c´è Stefano con tutta la sua intelligenza e saggezza, come posso conoscere Stefano se chiude le finestre?” Il bambino si dimostra interessato a recepire quanto gli sto dicendo e ad alzare lo sguardo verso di me. Invio informazioni gratificanti tipo: “I tuoi occhi sono luminosi e trasmettono tanti messaggi positivi ( rinforzo positivo all´azione del momento)
E´ necessario mantenere con il bambino un aggancio visivo affinchè egli possa continuare ad attivare l´attenzione necessaria (funzione della corteccia prefrontale) per una gestione corretta di se stesso da parte del suo Io – Individualità cosciente, bloccando le risposte automatiche di evitamento (Emisfero cerebrale sinistro). .
Sulla frase “Chiudi il becco” invito Stefano ad osservare attentamente (richiamo dell’ Io cosciente – attivazione aree frontali e prefrontali) e quindi a verificare se la mamma avesse veramente un becco (identificazione oggettiva della realtà).
Il bambino incuriosito dalla mia richiesta sorride: in realtà poi dirà “il becco lo hanno solo gli uccelli, mentre la mamma ha la bocca”.
“Qual è la funzione della bocca?” aggiungo io e il bambino:”mangiare, parlare, respirare” (identificazione obbiettiva della funzione per cui la bocca esiste)
Il bambino si rende conto che ha risposto alla madre con frasi fatte tipiche dei film di azione (che a lui piacciono molto) e memorizzate in modo acritico mentre poteva esprimere con parole sue il proprio pensiero originale.
Con questa consapevolezza Stefano scopre che anche la stessa scuola che ha sempre rifiutato ha una sua ragione di esistere non legata alle regole e agli imperativi della madre e delle insegnanti ma finalizzata esclusivamente a potenziare la sua conoscenza per far esprimere sempre di piu’ il suo Io cosciente attraverso identificazione oggettiva ed obiettiva della realtà.
Intervento psicoeducativo con la madre.
La madre si evidenzia molto preoccupata del rifiuto di suoi figlio nei confronti della scuola, del non rispetto verso di lei nei suoi interventi a tal punto che è costretta a picchiarlo per ottenere qualche risultato (premi e punizioni) mentre il fratello maggiore è secondo le sue parole diverso da lui perchè è bravo e sta ad ascoltare: informazione che può indurre alla competizione (risposta automatica dell’emisfero cerebrale sinistro) e alla disistima di sè (disattivazione dell’Io cosciente)
Mi rivolgo alla madre invitandola a domandarsi se nel momento in cui interviene con Stefano è serena o inquieta. Le spiego che quanto dice al bambino è sempre sostanziato da una energia che può essere propositiva o colpevolizzante e negativizzante per lui.
Inoltre la invito a riflettere sulla reale motivazione che la spinge ad intervenire con forza su suo figlio. La donna prende coscienza che la scuola per lei è un motivo importante in quanto succube dell’aspettativa di buona prestazione scolastica sul figlio (condizionamento culturale),
al di là da quello che il bambino pensa della scuola.
Di conseguenza la madre ha compreso come modificare la propria comunicazione impositiva: “Devi fare i compiti ecc.” con frasi propositive e costruttive “Che ne pensi se ora facciamo i compiti?” Sei stanco? sollecitando nel bambino una partecipazione anche decisionale che lo richiama alla sua soggettività.
Inoltre, aggiungerà, che ha iniziato a “sentirsi” diversa, con una capacità di ascoltarsi dentro ancor prima di parlare ed agire, in grado, quindi, di bloccare la sua “inquietudine” indotta dalle sue memorie (condizionamenti), di essere più vigile a modificare i propri condizionamenti ed aspettative, di capire le reali cause del disagio di suo figlio, e, di conseguenza, di favorirlo nella risoluzione dei suoi problemi.
E’ possibile migliorare? Si. La consapevolezza di avere nel cervello un Io che può gestire le informazioni in arrivo elaborate diversamente dai due emisferi cerebrali ci consente di essere protagonisti nel relazionarsi con chiunque, e di riconquistare la gioia di una comunicazione efficace.