Psicoterapia e Psicoanalisi

Discendenze Familiari e Salute Mentale

I resoconti provenienti dalla terapia della famiglia, che lavora contemporaneamente con genitori e figli, mettono in evidenza come i bambini siano attenti osservatori delle questioni profonde dei genitori. Ricercano nei loro occhi la conferma continua di essere amati e sono disposti a tutto pur di non perdere questo amore: “Mamma tu devi essere felice, perché così dopo sono felice anch’io” dice una bambina preoccupata per le pene della madre .
I bambini hanno come delle antenne con cui riescono a percepire le emozioni di chi si prende cura di loro e da cui dipendono, sono in grado di assorbire gli stati d’animo più intimi dei genitori, di cui loro stessi hanno meno consapevolezza e farli propri. Si trovano così a gestire pesi che non comprendono, ma avvertono il dovere di farlo poiché ne va della loro sopravvivenza e diventano così alleati fedeli dei genitori. Il bambino, in base alle informazioni che raccoglie intorno a sé, tende a costruirsi una storia della vita familiare, su come è venuto al mondo, su come si strutturano i rapporti affettivi. Di fronte ad un genitore psicotico crede a quanto gli viene detto, anche ai suoi deliri, poiché il figlio non mette mai in discussione i genitori. Il loro potere, la loro forza, il loro sapere, i loro discorsi e il suo amore verso di essi restano forti, comunque essi siano: “tanto più i genitori sono folli, malvagi, persecutori, più sono idealizzabili, idealizzati, anche se in forma negativa” .
Il bambino nasce in un ambiente e ha quello come punto di riferimento a cui conformarsi, lo considera l’unico modello possibile, non ha la consapevolezza che invece è solo un modello.
Tutte le relazioni genitori-figli sono influenzate dallo schema di comportamento interiorizzato dai genitori precedenti, dai desideri rimasti inappagati, da ciò che non è andato bene o ha fatto soffrire e che i figli non dovranno subire. L’illusione iniziale che sostiene i genitori è che nella nuova relazione si riescano magicamente a ricucire le ferite del passato. Il rapporto col figlio viene caricato di aspettative e gli si chiede, già prima che nasca e possa esprimere la sua personalità, di riscattare gli “errori”dei nonni. “Uno dei più brutti Natali della mia vita è stato da bambina di quattro o cinque anni . Io desideravo tantissimo un cavallo a dondolo che mi piaceva molto ed ero sicura che l’avrei ricevuto almeno per Natale. Invece quel giorno sotto l’albero mi sono trovata un costosissimo regalo tutto inscatolato, un trenino elettrico con tanto di rotaie, scambi, stazioni e così via. Mio padre l’ha montato con grande entusiasmo e ci ha giocato per tutta la mattinata. Era il regalo che lui avrebbe voluto avere da bambino. Io lo guardavo giocare e dovevo anche far finta di essere contenta, ma sentivo le lacrime che mi colavano in gola e un gran freddo al cuore.”
La trasmissione psichica influisce in modo determinante nella definizione del Sé molto di più del patrimonio genetico. Tutto ciò che il figlio sperimenta nella vita in comune con i genitori, attraverso le cose dette e non dette, i gesti, le modalità di comportamento, entra a far parte della sua memoria e va ad incidere profondamente nella strutturazione della sua personalità. Nella vita quotidiana, fatta di piccoli rituali, sta la memoria della famiglia, memoria indispensabile a creare il senso di continuità del gruppo (Montagano, Pazzagli, 1989)
I messaggi non verbali, comportamentali e gestuali incidono grandemente nella formazione del bambino. Questi “legge” e registra quotidianamente le azioni dei genitori e soprattutto nei casi di incongruenza tra parole e fatti, di fronte ai silenzi o ai vuoti del non detto, tenta di darsi delle risposte da solo:
Michal, una bambina di sette anni, figlia di un ebreo sopravvissuto al campo di concentramento, metteva in atto stati di assenza dai quali usciva senza poi ricordarsi che cosa fosse successo…..Una spiegazione arrivò quando il padre raccontò a fatica di essere finito in un ghetto all’età di sette anni e dopo poco di essere stato trasportato nel campo di concentramento. Qui aveva cominciato a mettere in atto stati di assenza, come strategia per affrontare la drammatica situazione; tale modalità era rimasta anche in età adulta come difesa per non entrare in contatto con i terribili ricordi. Nessuno aveva mai raccontato niente a Michal, ma la piccola percepiva l’immensa tristezza del padre e le sue strane assenze, aveva avvertito che qualcosa non andava quando la madre le afferrò la mano e rimase immobile di fronte ad un poliziotto che stava camminando per la strada. In questa atmosfera di non detto, Michal immagazzina e rielabora, concludendo che è suo dovere farsi carico del fardello del padre nell’illusione di renderglielo più leggero, perché lo ama e vuole esserne riamata.
Non sono necessarie storie di sofferenza nella famiglia affinché il figlio si faccia carico del disagio dei genitori. Quanto il bambino respira nell’ambito familiare influisce sulla strutturazione di elementi di personalità per imitazione o per opposizione alla cultura familiare e va a costituire il suo carattere, il suo essere nel mondo.
Freud (1921) parla di “identificazione” come forma più primitiva di attaccamento affettivo ad un’altra persona, che fa da supporto ad una trasmissione intersoggettiva e si attua quando, per una comunanza affettiva, un Io si appropria di un tratto inconscio di un altro Io. Il bambino trova in uno dei genitori l’oggetto d’amore e attraverso l’identificazione, che prende il posto della tendenza erotica inibita, l’Io assorbe alcune caratteristiche dell’oggetto amato ed arriva ad assimilarne i sentimenti. L’identificazione porta a trattare l’oggetto come parte integrante dell’Io proprio del soggetto. Ne “L’introduzione al narcisismo”(1914) Freud spiega che i genitori fanno rivivere attraverso il figlio il loro narcisismo, ossia l’amore per il proprio Io, basato sull’illusione di essere centro e padrone del mondo. Dunque nel figlio trova supporto quell’immortalità dell’Io negata dalla realtà. In suo favore tutte le leggi della civiltà devono essere sospese, i privilegi, a cui i genitori hanno da tempo rinunciato, con lui tornano ad essere rivendicati: morte, malattia, rinunce al godimento, restrizioni imposte dalla volontà personale non devono valere per lui. Il bambino può restare prigioniero degli ideali narcisistici dei genitori, a seconda della loro difficoltà ad elaborare la separatezza del figlio come entità psichica a se stante. La logica del narcisismo è regolata dall’equivalenza dell’Io (tutto ciò che mi appartiene) con il piacere e del non-Io (tutto ciò che non mi appartiene) con il dispiacere: quindi tutto ciò che provoca piacere sarà attribuita all’Io, ciò che porta dispiacere ad un non-Io. Il narcisismo del genitore si appropria dell’identità positiva del figlio (processo di appropriazione) e contemporaneamente espelle nel bambino tutto ciò che rifiuta di se stesso (processo di intrusione): “tutto ciò che merita di essere amato sono io benché venga da te”, mentre “ciò che riconosco proveniente da te, il figlio, lo odio; caricherò su di te tutto ciò che non accetto in me: tu, il figlio, sarai il mio non-Io” . Attraverso il processo di intrusione il genitore consegna al figlio il suo non-Io, tutto ciò che rifiuta di sé. Secondo Kaes l’atto del trasferire trova esistenza in se stesso, come azione di buttare su un altro apparato psichico ciò che il soggetto stesso non riesce più a mantenere dentro di sé. Non è tanto rilevante il contenuto, quanto il bisogno fondamentale di trasmettere. La trasmissione non è dunque legata ad un messaggio esplicito ma al modo di dire e non dire dei genitori (Kaes, 1995). L’identificazione fa tacere i desideri del bambino che vengono messi in secondo piano. Il figlio, “per la propria sopravvivenza psichica, perde il libero accesso all’interpretazione del proprio psichismo e resta assoggettato a ciò che i genitori dicono o tacciono. ” . La disidentificazione appare come l’unica condizione di liberazione del desiderio.
I genitori, a loro volta, sono stati vittime della struttura narcisistica di altri genitori che li ha condizionati, abbiamo a che fare con qualcosa che si ripete nelle generazioni. Quindi lo spazio psichico del bambino viene limitato e non è libero di svilupparsi, il suo Io è caratterizzato da una “scissione”: da una parte si identifica con la logica narcisistica dei genitori e si adatta alle loro richieste implicite, dall’altra si sente stretto in panni che non gli appartengono ed è costretto ad indossare. Il tempo non è più quello lineare, dove ogni elemento rimane storicizzato ad un dato momento: nel figlio si fissa una storia che appartiene al passato ma che tramite lui torna attuale, il tempo si fa circolare e si concretizza un eterno presente.
Se il bambino sperimenta un genitore soddisfatto della propria identità, può darsi che metta in atto una identificazione ripetitiva di quanto viene mostrato, se invece percepisce che il genitore mostra come facciata un “falso Sé”, dietro cui si celano ambizioni frustate, può identificarsi con questo aspetto nascosto. Se poi nel corso della vita il figlio non riesce a realizzare le ambizioni dei genitori, la delega può passare alla generazione successiva. (Byng-Hall, 1998). Scrive Racamier: “ciascuno ha il proprio tributo da pagare al dolore psichico, al lutto degli amori e delle illusioni, e per ciascuno che non osa farsene carico, ci sarà qualcun altro che dovrà farlo al posto suo” .

Il genogramma, è una tecnica di ricostruzione della mappa familiare attraverso le generazioni, che mira a far prendere coscienza alla persona di quelli che sono i valori, i vincoli affettivi, gli apprendimenti, i sistemi relazionali, interiorizzati dall’infanzia e che fanno da sfondo alla vita presente, influenzandone le scelte.
Il soggetto assorbe, senza una sua adesione volontaria, soprattutto ciò di cui non si parla, attraverso divieti, rituali, abitudini: tutto ciò prende forma dentro di lui e vi resta in maniera indiscussa e invariabile. Solo se viene riportato a livello di coscienza, il soggetto può rendersi conto dell’alta influenza che questo patrimonio ha nella sua vita. Fino a quando, come scrive Kaes, la disidentificazione permette di restituire la storia come appartenente al passato.
Il grosso dilemma del bambino sta nell’avere a che fare con due parti contemporaneamente presenti in lui: una desiderosa di essere se stessa e di seguire le proprie istanze vitali, l’altra costretta a modellarsi secondo certe richieste, in quanto “anello di una catena a cui è assoggettata senza la partecipazione della sua volontà”. Chiara ama gli animali, i fiori,i giochi di fantasia ma viene costantemente frenata in questo suo slancio vitale dalla madre che veste in modo austero, conduce una vita piena di doveri, severa e priva di tenerezze, infastidita dalle normali frivolezze della figlia…..emerge, con un semplice calcolo della terapista, che la madre è rimasta incinta prima del matrimonio, andando contro precise regole morali della famiglia. Questo enorme senso di colpa l’ha indotta a permeare tutta la sua vita di austerità e doveri, a crearsi e a rimandare un’immagine di donna integerrima e di conseguenza ad inibire la spinta naturale al gioco e alla spensieratezza della figlia. Un “piano” mirato a celare accuratamente il segreto, impedendo anche il calcolo più elementare. La figlia, quando di colpo si rende conto di questa verità, ha immediatamente un’altra immagine della madre che assume ora contorni più umani e quest’esperienza le apre un nuovo scenario di vita.
Secondo Kaes, il soggetto è costituito di una parte “tributaria del funzionamento proprio dell’Incoscio nello spazio intrapsichico”del soggetto stesso e di una parte determinata dalla “catena delle generazioni” che lo precedono, “i cui soggetti ci tengono e ci mantengono come i servitori e gli eredi dei loro sogni di desideri irrealizzati”. Il gruppo, di cui il bambino entra a far parte, predispone e consegna al nuovo venuto “segni di riconoscimento e di richiamo, assegna dei posti, presenta degli oggetti, offre dei mezzi di protezione e di attacco, traccia delle vie di realizzazione, segnala dei limiti, enuncia degli interdetti” .
In un’ottica evolutiva tali meccanismi sono molto importanti perché come afferma Freud:
“Se i processi psichici di una generazione non si prolungassero nella generazione successiva, ogni generazione dovrebbe acquisire ex-novo il proprio atteggiamento verso l’esistenza, e non vi sarebbe in questo campo nessun progresso e in sostanza nessuna evoluzione” . I figli dunque rappresentano per i genitori la seconda possibilità, la speranza della concretizzazione di quanto loro non sono stati in grado di fare. Il figlio percorre dunque un terreno già battuto, alcuni ostacoli sono già stati eliminati e il suo cammino sarà meno faticoso. Laddove, però, chi l’ha preceduto non è riuscito a liberare la strada, chiede a lui di trovare la soluzione innovativa e ridare vigore alla famiglia oppure continuare a mantenere l’ostacolo, secondo le modalità utilizzate dalla famiglia.
Secondo la teoria transgenerazionale di Boszormenyi-Nagy (1973), ogni famiglia composta da due coniugi e dei figli non finisce in se stessa, dal momento che dietro il padre e la madre, c’è un lascito dalle rispettive famiglie di origine, verso cui viene mantenuta una forma di devozione. La creazione di un nuovo nucleo sarà tanto più difficile quanto più forte è il senso di appartenenza alla famiglia di origine che ostacola l’accettazione di altre discendenze. La questione va comunque a ricadere sui figli o perché coinvolti in una situazione di scelta tra le due discendenze o perché costretti a subire l’influenza di una linea che prevale sull’altra. I miti familiari rappresentano un insieme di storie che la famiglia racconta di sé e agli altri che si trasmettono lungo le generazioni. I miti sono emotivamente carichi, forniscono una versione della realtà e danno vita ai segreti familiari, agli assunti morali, a concezioni del futuro, a prescrizioni su come i membri di quella famiglia devono vivere. Il mito determina la coesione, ma per essere preservato, devono essere limitati i margini di scelta individuali a spese di alcuni membri della famiglia (Bertrando, 1997).
Angelo viene ricoverato in preda ad una crisi delirante acuta….i suoi test non risultano però compressi. Il padre richiede pressantemente terapie efficaci affinché il figlio possa quanto prima tornare a studiare (ha appena iniziato l’università). Dalla terapia familiare emerge che il padre era emigrato venti anni fa da Palermo insieme alla moglie ed era riuscito a trovare un impiego alle poste a Milano. La moglie aveva sofferto di tale decisione, lontano dalla terra natale e dalla famiglia, era diventata malinconica, legandosi profondamente al primogenito Angelo. Questo era il nome del nonno, considerato un eroe di guerra e tale nome richiede ad Angelo di continuare a dare lustro alla famiglia attraverso la laurea e una libera professione, più di quanto aveva fatto il padre.…Angelo dunque è chiamato a portare avanti il mito della discendenza patrilineare. La madre invece nutre risentimento per questo mito, lo considera responsabile delle sue pene, dal momento che senza quel genitore eroico il marito non avrebbe mai ottenuto il posto a Milano. Angelo non sente come sua la strada dello studio e odia il suo nome…. sente la necessità di rimanere leale alla madre, che per anni gli ha ripetuto quanto fosse stato gravoso accettare le scelte del marito. Per Angelo studiare vuole dire accettare le condizioni poste dalla discendenza e fare un grave torto alla madre, non a caso la sua prima crisi avviene all’imminenza del primo esame universitario .
I miti consegnano ai membri della famiglia ruoli legati ai debiti e ai crediti intergenerazionali, ciascuno prima di nascere viene caricato di conti irrisolti dalle generazioni precedenti:
Maria Teresa è una bella donna di 35 anni dai lineamenti fini e dal bel portamento, il suo abbigliamento eccessivamente trasandato contrasta con i suoi modi aristocratici. Dal genogramma emerge la storia di donne (la nonna prima, la mamma dopo e poi lei) che hanno scelto di amare degli uomini senza il consenso della famiglia di origine. Scelta che in ben tre generazioni ha comportato lo sposarsi e l’unirsi ad un uomo contro il volere dei genitori, determinando la “scomunica”e l’esclusione dalla famiglia. Si è creata così una sorta di tradizione della “trasgressione”che parallelamente ha portato con sé la “maledizione”: la nonna muore dando alla luce la figlia della vergogna, la madre rischia la stessa sorte ma si salva, Maria Teresa abortisce. La storia di questa donna appare improntata all’espiazione di una discendenza matrilineare, prigioniera di sensi di colpa che non le appartengono direttamente….rimane invischiata in una sorta di determinismo familiare, senza riuscire ad apportare delle varianti personali. A diciotto anni, decide di seguire un uomo con un lavoro in Tanzania e rimane con lui per sei anni, i suoi genitori non sono d’accordo con una scelta così affrettata, tentano di dissuaderla, ma lei fugge. Quando la storia finisce e lei torna a casa, la madre è morta in un incidente d’auto e il padre poco dopo d’infarto, Maria Teresa rimane convinta che i suoi non l’abbiano mai perdonata e la sua vita diviene costellata di relazioni con uomini destinate a terminare.
La vita familiare nelle generazioni ha sempre a che fare con obblighi che non si possono attribuire semplicemente a quelli tra le persone con cui c’è relazione, ma sono obblighi legati a linee dinastiche. Le eredità emotive, la prevalenza nel figlio dell’una o dell’altra discendenza, l’idea di “tara ereditaria”che rende cattivo un ramo e buono l’altro, esistono più o meno occulte. Una famiglia è sempre popolata di molte più persone di quante possano essere fisicamente presenti in quel momento. (Bertrando, 1997).
Boszormenyi –Nagy e Spark (1973) parlano di “lealtà invisibili”come parte integrante dei rapporti familiari contraddistinti da regole diverse da quelle dei rapporti della società. La lealtà familiare non indica una disposizione individuale, ma una forza sistemica, funzionale al mantenimento del gruppo mutigenerazionale. Un invisibile tessuto di aspettative lega tutti i suoi membri e trova fondamento nella consanguineità, nel mantenimento della vita biologica, nella discendenza e nel merito guadagnato. L’interiorizzazione delle aspettative influenza la struttura psicologica dell’individuo e crea il cosiddetto “computo individuale” che permea le esperienze, le sensazioni, i pensieri, i desideri del soggetto. Tale computo diventa coercitivo quando il membro, più o meno consapevolmente, sacrifica la sua esistenza a interessi e scopi non derivanti dalla sua individualità, ma dalle priorità di altri. La componente dell’obbligo è molto importante perché in caso di inadempimento porta con sé il senso di colpa, funzionale alla conservazione del sistema familiare. Da solo però il senso di colpa non è in grado di mantenere a lungo l’equilibrio del gruppo perché causa troppa sofferenza; un sistema basato invece sulla lealtà può far leva sul senso del dovere e l’ impegno, risultando molto più efficiente. Gli impegni di lealtà derivano da un senso di devozione nei confronti del genitore o della sua immagine interiorizzata: la ricompensa per le premure, la cura e l’amore viene saldata dai figli seguendo gli impegni aspettati, vivendo all’altezza delle aspettative e trasmettendo la cultura familiare alla prole. Diventare genitore permette di ripagare il senso di colpa per la slealtà verso gli obblighi filiali allentati e di configurarsi nel ruolo di “creditore” che consegna ad un nuovo “debitore” il sistema valoriale e normativo. Quando rimane la sensazione di dover ancora qualcosa alla famiglia di origine, è più facile accettare la lealtà verso gli obblighi genitoriali, nonostante il sacrificio personale che comporta, piuttosto che essere leali verso se stessi e concedersi il diritto al piacere.
Esiste nelle famiglie un bilancio invisibile che contabilizza gli obblighi passati e presenti e influenza la consegna di ruoli e di aspettative secondo quella che è l’etica dei rapporti e il senso di giustizia costituitesi in seno alla famiglia. Per etica non si intende qui l’insieme dei precetti morali della società o i criteri universali su ciò che è giusto o sbagliato. Si intendono piuttosto prescrizioni e norme esclusive della famiglia, comprensibili solo da essa. L’etica fa riferimento al singolo e alla sua coscienza, è la forza che lo induce a rispettare obblighi, limitazioni del piacere e doveri morali perché funzionale alla conservazione dell’equilibrio dell’equità. Tale equilibrio deriva da continue negoziazioni: ogni membro deve tenere in considerazione gli interessi degli altri membri, ma contemporaneamente ha diritto a che gli altri tengano in conto il suo benessere,
La giustizia è quel bilancio costituitosi storicamente, che impegna il soggetto nella dinamica relazionale del reciproco dare-avere e contribuisce alla formazione di obblighi dell’intero gruppo. La giustizia deriva dall’equilibrio della reciprocità: è tendenza umana attendersi una giusta ricompensa ai propri contributi e dovere una giusta ricompensa ai benefici ricevuti dagli altri. La reciprocità implica il bilancio di quanto è andato pari e quanto è rimasto ancora in spareggio nelle diverse generazioni, porta a definire il sistema dei meriti, ma causa anche lo sfruttamento: un membro che riporta successi può farlo a scapito di un altro che per qualche motivo rimane indietro. Lo sfruttamento non deriva tanto da un’intenzionale volontà di sfruttare, quanto dalla forma che assumono i rapporti ravvicinati. La patologia o lo status di capro espiatorio trovano spesso fondamento nella condivisa lealtà al sistema di merito da parte di tutta la famiglia. Sono posizioni che si acquistano in base a configurazioni relazionali per mezzo di una forza sovraindividuale che induce le persone a lasciarsi sacrificare “in onore” alla catena multigenerazionale di obblighi e di indebitamento. Nessuna delle parti però è realmente libera: chi gode il successo può portarsi dietro il senso di colpa per la parte svantaggiata, mentre chi ricopre una posizione subalterna deve lottare per uscirne o deve soffrire se la accetta. Ci sono due tipi di sfruttamento: quello da persona a persona per cui un membro sfrutta più o meno nascostamente un altro attraverso il non dare o il prendere senza reciprocità, oppure quello strutturale derivante dalle caratteristiche del sistema che vittimizza entrambi i soggetti. Lo sfruttamento comunque non è quantificabile, è solo il soggetto, vittima di tale situazione, che può darne una misura e che lo vive più o meno intensamente a seconda delle relazioni. Il bambino non è in grado di opporsi al suo sfruttamento, spesso non ne diventa cosciente fino a che genitore sperimenta il risentimento verso i propri genitori. Chiunque percepisca di essere stato sfruttato e ferito, cercherà di risarcire il danno riportato, nei modi che trova più accessibili. Tutti i suoi rapporti, emotivamente significativi, saranno utilizzati proprio allo scopo di ottenere i meriti negati e caratterizzati da uno sfruttamento pari alla misura in cui è stato avvertito. Secondo il principio della “contabilità girevole”, i conti irrisolti tra una persona e un accusato originario non si esauriscono nel http:\\/\\/psicolab.neta ma tendono a interporsi tra questa persona e una terza persona, usata come mezzo per pareggiarli.
La patogenesi risiede nella fissazione in uno squilibrio relazionale per anni rimasto immutato che induce a perdere fiducia e speranza nel mondo. Non è tanto lo squilibrio a creare problemi, quanto il suo protrarsi nel tempo, la continua negazione della reciprocità che prende forma come realtà psicologica e si consolida in atteggiamenti e comportamenti. Delinquenti, paranoici, psicotici, assassini, osservati da un punto di vista multigenerazionale, sono individui alle prese con la gestione di un squilibrio tra sfruttamento, senso di colpa, voglia di vendetta.
Il bambino nasce munito di una grande riserva di fiducia, funzionale alla sua sopravvivenza, i genitori sono responsabili del fatto che sia alimentata o al contrario depauperata. La “parentificazione” è quel processo per cui il figlio deve rimediare alle mancanze dei genitori che lo impoveriscono delle risorse di fiducia, visto che spetta a lui dare senza ricevere. Può creare meno dolore psichico la perdita di un genitore se il figlio ne mantiene un’immagine amata e rispettata, piuttosto che la situazione di un figlio con un genitore sfruttante e manipolativo, costretto a riabilitare la sua immagine. Il figlio intrappolato nel senso di lealtà da una parte e dalla negazione della reciprocità dall’altra, vive un dare unilaterale che nel tempo lo impoveriscono, a cui può reagire con atti di slealtà o con la creazione di un capro espiatorio in un altro rapporto come il matrimonio. Quando permane il bisogno di essere amato, apprezzato, approvato, la persona tenderà a ricercare costantemente “surrogati genitoriali” che possano colmare tale privazione. Rabbia, risentimento, delusione nei confronti degli oggetti d’amore primari, possono essere proiettati sulla moglie, sul marito o sui figli come rivincita di un trattamento ingiusto durato anni. Ma non è solo la mancanza a causare dolore, anche un eccesso di amore, come nel caso di genitori molto disponibili ed oblativi, disposti ad ogni sorta di sacrifici, può generare nel figlio un debito che non riuscirà mai ad estinguere diventando causa di un enorme senso di colpa.
Paradossalmente proprio nella famiglia, che è l’ente deputato a promuovere il processo di crescita, il figlio può trovare più difficoltà nel perseguire l’autonomia, poiché il raggiungimento di questa è diametralmente antitetico alla lealtà verso la famiglia. Come sostiene Bowen , il processo di differenziazione implica progettare un percorso personale attraverso il proprio sistema interno di guida invece di perseguire le esigenze degli altri. Ciò rischia di essere percepito come un atto di slealtà, tanto più forte è l’unità simbiotica della famiglia. Non sempre l’allontanamento da questa indica autonomia: se non è avvenuta un’effettiva presa di distanza dal sistema emozionale familiare, si rimane invischiati nella trama delle lealtà invisibili. Pertanto è auspicabile che, in seno alla famiglia, avvenga una reale accettazione della crescita dei figli, attraverso ridefinizioni della lealtà e cambiamenti nella direzione e nella distribuzione delle responsabilità, affinché l’intreccio intergenerazionale non sia più una colpa da espiare ma divenga un archivio da cui reperire modalità di vita consolidate per aprire nuove possibilità.

Immagine di Denise Pagano

Denise Pagano

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