Un processo, non uno stato
L’inclusione viene descritta come un processo: una conquista faticosa e progressiva, in costante divenire.
Ed è un obiettivo che costringe a rimettere in discussione il modo stesso di concepire la scuola, l’insegnamento e l’educazione: non un’aggiunta a un impianto che resta com’era.
La scuola è il luogo in cui si garantisce il diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero degli svantaggi, e in cui ognuno opera con pari dignità nella diversità dei ruoli.
Le leggi non bastano
Il testo riconosce che provvedimenti come la legge quadro 104 del 1992 hanno segnato passaggi fondamentali, ma aggiunge subito che non sono sufficienti.
Serve conoscere e valorizzare le differenze attraverso un confronto privo di pregiudizi, offrendo pari opportunità perché ciascuno sviluppi le proprie potenzialità affettive e cognitive al di fuori degli stereotipi.
È un’osservazione realistica: una norma stabilisce un diritto, ma non produce da sola le condizioni in cui quel diritto diventa esperienza.
Chi fa cosa
Il sistema coinvolge dirigenti scolastici, figure di coordinamento, i gruppi di lavoro dedicati e gli organi collegiali.
Un punto merita di essere sottolineato: gli insegnanti specializzati sono docenti dell’alunno, della classe e della scuola, al pari dei colleghi.
Non è un dettaglio organizzativo. Trattare il docente di sostegno come l’insegnante «di quell’alunno» produce esattamente l’effetto opposto all’inclusione: crea una relazione separata dentro la classe anziché modificare la classe.
Le competenze del docente di sostegno
Il profilo delineato è ampio:
- tecnico dell’inclusione, capace di creare nel gruppo classe un clima e occasioni favorevoli;
- mediatore, capace di lavorare in team e insieme fermo nella tutela dei propri alunni;
- esperto di didattica differenziata e di individualizzazione dell’insegnamento, in grado di adeguare le unità didattiche ai ritmi e agli stili di apprendimento;
- attento all’innovazione e agli strumenti multimediali;
- referente del progetto educativo, ma con competenze di didattica speciale utili a tutti;
- promotore di una cultura della diversità in classe, a scuola e nella società.
L’ultimo punto della prima lista è quello con la portata maggiore: le tecniche sviluppate per rispondere a un bisogno specifico si rivelano spesso utili all’intero gruppo. È il principio che ha poi preso il nome di progettazione universale dell’apprendimento.
L’obiettivo: l’autonomia
Lo sviluppo di un bambino può essere letto come un passaggio graduale dalla dipendenza all’autonomia, che si compie quando diventa adulto e cittadino a pieno titolo: soggetto di diritti, capace di lavorare e di avere rapporti paritari.
I due ostacoli
Qui il testo formula la sua osservazione più acuta.
Nel percorso verso l’autonomia, un bambino con disabilità incontra due tipi di ostacolo:
- le difficoltà legate alla propria condizione;
- gli atteggiamenti di paura e le ambivalenze dell’ambiente, che interferiscono con il grado di autonomia che sarebbe comunque raggiungibile.
Il secondo è quello meno riconosciuto e spesso il più limitante. La sovraprotezione riduce le occasioni di esercizio, e le occasioni mancate riducono a loro volta le competenze: confermando la percezione iniziale.
È il meccanismo per cui l’aspettativa di incapacità tende a produrre ciò che teme.
Tattica e strategia
Sul piano didattico il testo propone una distinzione utile tra due tipi di insegnante.
Gli insegnanti tattici ritengono più efficaci i comportamenti estemporanei e affrontano i problemi via via che emergono.
Gli insegnanti strategici credono nella validità di schemi d’azione definiti e procedono secondo criteri determinati.
La conclusione è che le due posizioni non si escludano: la tattica evita di ridursi a improvvisazione solo se ricondotta a una strategia più ampia e flessibile, mentre la strategia evita di diventare rigida solo se aperta alle correzioni che emergono.
È una sintesi valida ben oltre l’ambito scolastico.
Il lavoro di gruppo
Le attività da privilegiare, secondo il testo, sono quelle di gruppo, realizzate con una metodologia di ricerca che trasformi l’allievo da soggetto passivo a protagonista.
L’argomento è preciso: inserito in un gruppo di lavoro, l’allievo non è più ai margini, perché i suoi contributi vengono valorizzati.
Il gruppo favorisce inoltre la socialità intesa come rispetto delle regole e solidarietà nel lavoro: a condizione, va detto, che sia strutturato in modo che ciascuno abbia un ruolo effettivo. Un gruppo mal progettato riproduce le gerarchie invece di scioglierle.
Sulla chiusura
Il testo si conclude con una riflessione personale dell’autrice sull’esperienza come docente di sostegno, e sul fatto che il rapporto con quegli studenti le abbia restituito uno sguardo diverso sulle cose.
La testimonianza è sincera e va rispettata. Vale però la pena aggiungere una cautela oggi ampiamente discussa dalle persone con disabilità stesse: descrivere qualcuno principalmente come fonte di ispirazione o di insegnamento per gli altri finisce per assegnargli un ruolo che non ha scelto.
Il valore di quelle relazioni non sta in ciò che restituiscono a chi le osserva. Sta nel fatto che a ciascuno spettano le stesse possibilità: che è poi esattamente il principio da cui il testo era partito.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra integrazione e inclusione?
Integrare significa inserire una persona in un contesto che resta invariato; includere significa modificare il contesto perché tutti vi possano partecipare. Il secondo termine ha progressivamente sostituito il primo.
Il docente di sostegno è l’insegnante di un solo alunno?
No. È docente dell’alunno, della classe e della scuola al pari dei colleghi. Trattarlo come insegnante «di quell’alunno» produce l’effetto opposto all’inclusione, creando una relazione separata dentro la classe.
Quali ostacoli incontra un bambino con disabilità nel percorso verso l’autonomia?
Due: quelli legati alla propria condizione e quelli derivanti dalle paure e dalle ambivalenze dell’ambiente. Il secondo è spesso il più limitante, perché la sovraprotezione riduce le occasioni di esercizio.
Meglio un approccio didattico tattico o strategico?
Entrambi, integrati. La tattica evita di diventare improvvisazione solo se ricondotta a una strategia flessibile; la strategia evita la rigidità solo se aperta alle correzioni che emergono nel lavoro.