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Il diritto all’Integrazione

Breve Estratto

“… per trattare allo stesso modo tutti bisogna prima riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri. La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo!”
(tratto dal Dossier “Progetto Calamaio”, in rassegna stampa Handicap”, settembre 1990)
L’integrazione è un processo, una conquista faticosa e progressiva, in costante divenire. Essa è un obiettivo nuovo della pedagogia moderna, che costringe a riflettere e mette in discussione il modo di concepire la scuola, l’insegnamento, l’istruzione, l’educazione e tutti i suoi componenti.
La scuola è il luogo di formazione ed educazione della persona in tutte le sue dimensioni che garantisce il diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero degli svantaggi. In essa ognuno opera con pari dignità e nella diversità di ruoli e, per tale ragione, nel processo d’integrazione il superamento delle barriere è un passaggio fondamentale. Leggi come la Legge Quadro 104/92 hanno segnato tappe fondamentali in direzione della formazione, ma non bastano. Si tratta di conoscere e valorizzare le diversità mediante il confronto privo di pregiudizi e considerandole come elemento di arricchimento. Bisogna, quindi, offrire ai soggetti disabili, pari opportunità, perché siano sviluppate tutte le loro potenzialità affettive e cognitive al di fuori degli stereotipi.
Oggi, per garantire l’integrazione scolastica degli alunni disabili, vengono coinvolti i dirigenti scolastici, le eventuali figure di coordinamento, il GLIS (gruppo di lavoro per l’integrazione scolastica) e gli organi collegiali.
Gli insegnanti specializzati sono docenti dell’alunno disabile, della classe e della scuola, al pari dei colleghi, forniti di un titolo specifico che attesta la competenza in processi di Integrazione-Inclusione, la conoscenza e la preparazione in campo psicopedagogico, la capacità di team teaching, la cognizione delle nuove metodologie di Insegnamento-Apprendimento, la capacità di trasmettere “entusiasmo”.
Il docente di sostegno è:

  • Un tecnico dell’integrazione capace di creare, all’interno del gruppo classe, un clima relazionale e le occasioni adatte a favorire quell’arricchimento che la presenza di un disabile comporta sia per sé stesso che per i normodotati;
  • Un mediatore capace di lavorare in team, disponibile verso i colleghi ma, al contempo, fermo e determinato nella difesa dei propri alunni;
  • Un esperto di didattica differenziata, padrone delle tecniche applicabili ai vari tipi di handicap, che consentono di sviluppare al massimo le capacità cognitive degli alunni, valorizzando le competenze intellettuali di ognuno; (cfr. nota 6).
  • Un esperto dell’individualizzazione dell’insegnamento (cfr. nota 7), capace di semplificare e frammentare, quando occorre, le unità didattiche per adeguarle alle possibilità, ai ritmi e agli stili di apprendimento degli allievi; (cfr. nota 8)
  • Un professionista attento all’innovazione, in grado di cogliere le opportunità offerte dai mezzi di comunicazione multimediale.
  • Un key–worker del progetto educativo didattico del soggetto in situazione di handicap, ma che agisce le competenze di didattica speciale per tutti;
  • Il fulcro del “processo di integrazione”;
  • Il promotore della cultura della diversità, come ricchezza, in classe, a scuola, in società.

All’insegnante di sostegno spetta il difficile compito di: favorire l’autonomia personale e sociale dell’alunno disabile, sensibilizzare tutti al riconoscimento della diversità come valore e come risorsa e armonizzare gli interventi dei docenti curriculari, degli operatori sociosanitari, dei genitori, al fine di garantire, al bambino, un clima sereno, un intervento didattico appropriato, senza dimenticare che è nel lavoro quotidiano e nel rapporto tra l’insegnante di sostegno e il Consiglio di classe che si gioca l’efficacia del progetto di integrazione.
Pur in un contesto di inserimento nelle normali realtà familiari, scolastiche e sociali le persone disabili hanno bisogno di interventi abilitativi e riabilitativi. L’educatore professionale che si trova ad interagire col soggetto disabile, dovrebbe prefiggersi una meta: l’educazione del soggetto in questione all’autonomia. L’intero  sviluppo e la crescita del bambino può essere visto come un graduale passaggio dalla dipendenza verso l’autonomia che diviene completa quando il bambino diviene adulto e cittadino a tutti gli effetti, soggetto e oggetto di diritti, capace di lavorare e di avere rapporti paritari con gli altri.
Nella crescita verso l’autonomia, un bambino con disabilità incontra due tipi di ostacoli: da un lato le difficoltà legate al suo deficit, dall’altro gli atteggiamenti di paura e le ambivalenze dell’ambiente che interferiscono con il suo grado di autonomia potenziale, raggiungibile pur nella situazione di svantaggio.
L’educatore, facendo leva sulle proprie conoscenze pedagogiche e psicologiche, dovrebbe “mettersi in situazione”, portando avanti delle attività di animazione tenendo presente che con un bambino, adolescente, adulto si può fare di tutto (o quasi): alla base ci vogliono solo delle idee e degli accorgimenti.
Il lavoro del docente di sostegno consiste nel progettare interventi educativi finalizzati a ridurre lo scarto tra l’alunno disabile e i compagni della classe, tentando di trasformare le potenzialità ridotte dell’allievo in difficoltà in capacità, abilità e competenze. Per far ciò egli deve mettere in pratica le proprie competenze didattiche – sperimentare strategie di intervento educativo, scegliere i materiali e gli strumenti da utilizzare per l’intervento didattico e organizzare procedure di controllo dei risultati – relazionali – costruire rapporti efficaci e positivi con le diverse componenti del mondo scolastico – e organizzative – ovvero la conoscenza completa e organica dell’istituzione scolastica in cui si è inseriti (ruoli, organi e competenze), la conoscenza delle risorse esterne alla scuola ma significative per utili interazioni, la gestione di progetti di tipo educativo ed organizzativo -.
Il problema cruciale di chi vuole organizzare un’attività didattica è il che cosa fare ed il come procedere:
Il cosa deve sempre fare riferimento a un apprendimento che è riferibile ad un sapere (sistematico, stabile e capitalizzabile, significativo per ciascun allievo, generale, particolare).
Il come può essere spiegato delineando due posizioni esemplificative di insegnanti: quelli che considerano più efficaci i comportamenti estemporanei e procedono affrontando di volta in volta i problemi particolari o generali che emergono durante l’attività di insegnamento ed apprendimento (gli insegnanti tattici); quelli che credono nella validità scientifica di alcuni schemi d’azione e, quindi la necessità di avanzare secondo canoni di comportamento rigorosamente determinati (gli insegnanti strategici).
Eppure le due posizioni non si escludono a vicenda: la tattica evita il ridursi a banale improvvisazione solo in presenza di una più ampia, articolata e flessibile strategia entro cui viene continuamente ricondotta, mentre, la strategia diventa aperta alle correzioni proceduralmente necessarie, emergenti, impreviste, evitando di rimanere astratta e rigida predeterminazione di particolari schemi d’azione. Dunque, di fronte alle diversità degli allievi, e di fronte alla necessità di far raggiungere a tutti i medesimi obiettivi cognitivi caratterizzanti ogni specifico corso di studi, ci si accorge che la progettazione didattica e curriculare è una strategia insostituibile di omogeneizzazione e diversificazione
La programmazione didattica consiste nell’approntare per tempo – ancor prima dell’ingresso degli allievi in classe e in forza di una valutazione delle precedenti esperienze formative già sottoposte a vaglio critico – gli itinerari dell’istruzione collettiva, quelli diversificati per l’individualizzazione del percorso formativo, le risorse ed i mezzi utili per portare a termine gli obiettivi.
La programmazione di sostegno presuppone la conoscenza dell’alunno in quel particolare momento del suo sviluppo. Solo un insegnamento individualizzato può garantire, agli alunni in situazione di handicap, attività che favoriscono il conseguimento della piena formazione della personalità. Le attività da privilegiare sono quelle di gruppo e sono da realizzare mediante una metodologia della ricerca che sovverta il rapporto alunno-docente trasformando il discente, normalmente un soggetto passivo, in soggetto attivo, protagonista del lavoro scolastico. Una volta inserito in un gruppo di ricerca, l’allievo non sarà più emarginato ma apprenderà in modo ottimale e, soprattutto, saranno valorizzati i suoi contributi culturali e operativi. Il gruppo, infatti, favorisce al massimo la socialità, intesa come rispetto delle regole e solidarietà lavorativa. E’, per tale motivo, necessario programmare sistematicamente le attività da realizzare e stabilire gli obiettivi personali da raggiungere, di carattere cognitivo, socio-affettivo e psicomotorio.
E’ di fondamentale importanza seguire, in modo costante e sistematico, il processo evolutivo del ragazzo, attraverso un confronto e un raccordo tra i vari ordini di scuola, poiché la sua formazione non deve subire interruzioni, ma deve essere un fluire continuo di esperienze che concorrono alla crescita intellettuale, umana e sociale dell’allievo. Non può essere, a tal proposito, sottaciuta l’importanza che riveste il tipo di organizzazione delle conoscenze e il punto in cui sono in grado di arrivare gli allievi se viene loro fornito il giusto aiuto e le corrette sollecitazioni di natura emozionale e motivazionale.
La professionalità docente è pienamente coinvolta in questo contesto, non semplicemente come risposta a tali dinamiche di sfondo, ma come presenza propositiva e orientante, per vivere con consapevolezza il proprio presente e progettare con responsabilità il proprio futuro.
La mia esperienza come docente di sostegno ha mutato non solo il mio modo di intendere la professione docente ma anche, forse, la mia vita. Ho scoperto che esistono ragazzi, i disabili, ai quali non importa la corsa che caratterizza la nostra società, che, a causa dell’handicap (freno, svantaggio), devono necessariamente fermarsi e, in questo modo, vivere tutti quei momenti che noi, a causa della frenesia, ci perdiamo. Ho capito che ciò di cui questi adolescenti hanno bisogno è fidarsi dell’altro, entrare in sintonia con chi offre uno sguardo, un sorriso e, in cambio, regalano, a noi “normodotati”, una nuova visione del mondo, priva di tutti quei freni inibitori, dettati dalla società sovrastrutturata, che ci impediscono di gioire per le piccole cose.

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