Mathias Grunewald,
La Crocifissione, 1512-16 ,
olio su tavola, 269×307,
Colmar, Museo di Unterlinder
“La Crocifissione”, un dipinto del cinquecento di Mathias Grunewald, è l’immagine con la quale vorrei introdurre questo articolo inerente all’anoressia. Nell’osservare quest’opera mi viene da pensare al potere del tragico che emana per mezzo della rappresentazione del corpo di Cristo, ferito dalle spine, alterato nella postura, raggelato nell’estremo grido di abbandono.
A mio avviso, esso riproduce la più alta espressione offerta dalla storia dell’arte dell’esperienza del dolore “umano”, che può essere compreso nell’osservarlo. Il dipinto sembra volerci far intendere di cosa si veste il dolore restituendoci la consapevolezza della situazione dolorosa in cui vive l’uomo, e della nostra inesorabile e vulnerabile finitezza, che qui può essere congiunta con quella vissuta nei problemi alimentari, nel patimento dunque, delle donne ed anche degli uomini che personificano la continua mortificazione della propria esistenza tramite l’”anhttp:\\/\\/psicolab.netamento” del proprio corpo. Nonostante questo sia un tema molto “pesante” da affrontare, è necessario comprendere le problematiche basilari di questo patimento, o meglio, di questa “fame fredda”.
E’ di questa “fame fredda” che le anoressiche vivono. Esse sembrano voler costruire un rapporto estenuante e distruttivo con il cibo, un rapporto colmo di una maniacale ritualità. Da questo rapporto origina un monologo tra loro e l’alimento che stanno ingerendo: ogni piccolo e singolo boccone deve essere contemplato con cura, pensato, prima di essere mangiato, per poi essere masticato con lentezza estenuante. Questo sembra essere un rito che uccide e, nello stesso tempo, offre almeno una parvenza di vita alle ragazze anoressiche. Ogni pasto viene consumato, reo confesso di avere infettato il corpo: nessun sapore, nessun tipo di odore, nemmeno il piacere di quel cibo, nessuna traccia può arrestarsi negli parti interne del corpo.
LA SOFFERENZA DI AGILULFO
Tra le pagine del racconto di Italo Calvino, troviamo la figura di Agilulfo, il cavaliere inesistente che muore, se mai è effettivamente vissuto, lieve ed impercettibile, nello spazio di poche righe, lo spazio occupato dai pezzi dell´armatura, “alcuni disposti come nell´intenzione di formare una piramide ordinata, altri rotolati al suolo alla rinfusa”. Il tempo di “un mezzo svolazzo, come d´una firma cominciata e subito interrotta, e tutto non è già più che un movimento del vuoto”; quell´armatura non vuota come prima, vuota anche di quel qualcosa che prima era chiamato il cavaliere Agilulfo, e che adesso è dissolto come una goccia nel mare.
Perché è interessante raccontare del cavaliere Agilulfo?
Perché, leggendolo e raccontandolo, mi sembra di vedere la medesima “vita e sorte” delle anoressiche. E’ come se accadesse una graduale rarefazione della loro presenza. Ogni profondità scompare lì, generandosi nuovamente in una chiara superficie, in una pura visibilità priva di consistenza.
Nella relazione con il cibo, tutto viene giocato tra l’attrazione di possedere delle facoltà illimitate di controllo, e l´orrore della vicendevole scomparsa. Le anoressiche dunque sembrano avere la pretesa di vivere senza mangiare abbandonandosi ad attività frenetiche, come se fossero delle macchine in permanente moto. Infatti, disgiunte dai bisogni della carne, somigliano e si trasformano in fredde apparecchiature o in vuote armature (simili a quelle del giovane Agilulfo).
IL SENSO DEL CIBO
Mangiare è un fenomeno ben più complicato della semplice assunzione di sostanze nutritive per espletare le nostre funzioni primarie. Il cibo comprende in sé un atto di amore, di aggressività, di autoaffermazione. Esso si riferisce ad un modo di esprimersi, di essere persona nella nucleo familiare, con gli estranei e nel mondo. Nel momento in cui l’equilibrio di questa rete di fenomeni viene meno, si può registrare una regressione della persona con l’oggetto- cibo.
L’alimentazione diventa così il nemico da cui bisogna guardarsi come pericoloso ed ossessionante, o al contrario, lo si ricerca in modo esaltato, perché solo così se ne rende possibile il controllo, quietando la propria afflizione.
I DISTURBI ALIMENTARI
Quando parliamo di disturbo alimentare facciamo riferimento ad una “sofferenza” che non deve, per nessun motivo, essere aggredita o sottovalutata. Le persone con un disturbo alimentare sono ossessionate da quanto pesano, e dal cibo che ingeriscono, se effettivamente ne ingeriscono.
Per quanto concerne le cause inerenti a tali disturbi, sembrano esistere una combinazione di molti fattori. Alcuni di questi possono essere identificati nei cambiamenti di tipo chimico, oppure ormonale che avvengono nell´organismo di un adolescente, nelle preoccupazioni o stress, ed in particolare, nelle dinamiche relazionali all’interno della famiglia, in particolare quelle con la madre.
Alcune situazioni dalle quali possono originare i disturbi alimentari sono:
– sentire il peso di tutte le nuove responsabilità che il crescere comporta;
– non riuscire a sopportare la presenza di regole vigenti in casa;
– non riuscire a comunicare con i propri genitori;
– credere che bisogna essere perfetti, e comportarsi bene per essere amati e per avere successo;
– vivere dei momenti particolarmente pesanti, quali ad esempio, un grande cambiamento o una situazione stressante, come la rottura di una relazione importante, la nascita di un figlio o la morte di una persona amata. Questo può indurre nel ragazzo il senso di oppressione e di incapacità di lottare;
– essere “perfezionisti” fissando i propri standard così in alto da non poter mai agire così bene come si vorrebbe.
Le persone con disturbi dell´alimentazione pensano dunque di poter essere migliori solamente se riusciranno ad avere il controllo assoluto sull´ingestione di cibo, e sulla loro dimensione corporea.
I disturbi dell’alimentazione, per la loro frequenza, rappresentano un grave problema per la clinica e per la società. Questi sono diagnosticabili tanto in età infantile quanto in età adolescenziale-adulta.
Tra i disturbi dell’alimentazione che, di solito, insorgono nell’infanzia o nella prima fanciullezza ricordiamo:
Pica: ingestione persistente di sostanze non alimentari, per almeno un mese, inappropriata per il livello di sviluppo, e non facente parte di una pratica culturale sancita, secondo il DSM-IV.
Ruminazione: ripetuto rigurgito e rimasticazione di cibo per un periodo di almeno un mese, dopo un periodo di funzionamento normale. Tale comportamento non è dovuto ad alcuna condizione gastro-intestinale o medica generale, e non si manifesta durante il decorso di anoressia, di bulimia nervosa, di ritardo mentale o di disturbo pervasivo dello sviluppo.
Disturbo della nutrizione dell´infanzia o della prima fanciullezza: anomalia della nutrizione, che si manifesta attraverso una persistente incapacità ad alimentarsi adeguatamente, con significative incapacità di aumentare o perdere peso per un periodo di almeno un mese. Il disturbo insorge prima dei sei anni, e non è dovuto ad una condizione medica generale o gastro-intestinale.
Invece, tra i disordini alimentari dell’età adolescenziale-adulta ricordiamo:
Anoressia Nervosa: caratterizzata essenzialmente dal rifiuto di mantenere il proprio peso corporeo al di sopra del peso minimo normale, associato all´intenso timore di acquistare peso, e alla presenza di un´alterazione dell´immagine corporea. La perdita di peso che la persona ricerca è ottenuta tramite una dieta, digiuno o attività fisica eccessiva (sottotipo con restrizione), oppure tramite condotte eliminatorie, quali vomito autoindotto, o uso inappropriato di lassativi, diuretici oppure enteroclismi (sottotipo con abbuffate succedute da condotte di eliminazione).
Bulimia Nervosa: le sue manifestazioni essenziali sono le abbuffate (ingestione di una quantità di cibo più grande rispetto a quanto la maggioranza degli individui assumerebbe in circostanze simili) associate ad inappropriati metodi compensatori, utili a prevenire il conseguente aumento di peso per almeno tre mesi. Le “crisi bulimiche” avvengono in solitudine, quanto più segretamente possibile, e sono accompagnate da sensazione di perdita del controllo. In base alla presenza o assenza di condotte compensatorie all´abbuffata, si distinguono il sottotipo con condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi) e il sottotipo senza condotte di eliminazione (con altri comportamenti compensatori inappropriati quali digiuno e attività fisica praticata in maniera eccessiva).
Disturbi dell´Alimentazione Non Altrimenti Specificati: includono i disturbi dell´alimentazione che non soddisfano i criteri di nessun disturbo dell´alimentazione specifico. Rientrano in questo gruppo il Disturbo dell´Alimentazione Incontrollata (caratterizzato da ricorrenti episodi di abbuffate in assenza delle condotte compensatorie tipiche della bulimia), l´induzione di vomito dopo l’ingestione di piccole quantità di cibo, la masticazione ed il rigetto senza deglutizione di grandi quantità di cibo, e più in generale di disturbi che, pur presentando sintomi analoghi, non soddisfano pienamente i criteri diagnostici di Anoressia e di Bulimia.
A COSA BISOGNA FARE ATTENZIONE
A
Talvolta, i disturbi alimentari possono avere dei segnali differenti ma importanti.
Prevenire o anche affrontare subito i sintomi dei disturbi alimentari è molto importante, anche se spesso risulta essere difficoltoso, a causa della “buona capacità di nascondersi” insita nella persona che ne soffre.
Comunque, tra i “primi sintomi” possiamo ricordare:
– perdita di peso, incapacità di acquistare peso con la crescita, o fluttuazione del peso;
-stanchezza e perdita di energia e di forza;
-depressione;
– ossessione per il cibo;
– ossessione per il proprio corpo, o per la forma fisica;
– grande preoccupazione nella preparazione del cibo per far sì che gli altri mangino;
– attività fisica eccessiva;
– segretezza sul cibo;
– paura di perdere il controllo sul mangiare;
– irritabilità e sbalzi d´umore;
– esitamento di relazioni con gli amici e la famiglia;
– breve o permanente interruzione del ciclo mestruale.
L’ANORESSIA MENTALE O NERVOSA
L’anoressia nervosa, è stata scoperta per la prima volta dal medico inglese Richard Tartan nel 1694, e fino a trenta anni fa, è stata considerata una malattia assai rara.
Il termine anoressia nervosa letteralmente significa “mancanza nervosa di appetito”, ma questa definizione non sembra essere idonea, in quanto, i soggetti colpiti da tale disturbo, pur rifiutando di mangiare hanno comunque un’intensa fame. Infatti, il rifiuto del cibo non dipende dalla mancanza di appetito, ma fondamentalmente dalla necessità estrema della persona di controllare l’alimentazione.
L’anoressia mentale o nervosa è un disturbo potenzialmente letale, non attribuibile, tranne in casi rarissimi, ad alcuna malattia fisica nota.
La caratteristica principale dell’anoressia è la graduale perdita dell’appetito e, i due sintomi principali sono:
– grave perdita di peso;
– rifiuto di mangiare a sufficienza per aumentare o mantenere il normale peso corporeo.
Il DSM IV definisce l’anoressia come un disturbo caratterizzato da un’intensa paura di diventare obesi. In tal modo, si viene a creare nell’individuo la voglia di dimagrire fortemente ed il rifiuto di conservare un peso corporeo normale.
Sebbene l’anoressia sia un disturbo che colpisce per circa il 90-95% le donne, in quanto più facilmente hanno problemi di linea e sono tormentate dal concetto dell’apparenza fisica, il 5-10% dei casi é di sesso maschile. Le caratteristiche cliniche di questi sono assai simili a quelle delle coetanee.
La maggior parte degli anoressici asseriscono di non avere alcun problema che necessiti di trattamento, negando o minimizzando gli effetti dei loro comportamenti. Molti di essi, inoltre, non ammettono di aver fame, altri invece dicono di averne, ma hanno costantemente paura di mangiare. Il digiuno che gli anoressici si impongono, causa spesso danni fisiologici gravi che inizialmente non vengono facilmente riconosciuti dai medici e che, spesso quando sono diagnosticati, difficilmente sono accettati dai pazienti. Questo di solito, può determinare un difficile approccio di tipo terapeutico. Man mano che la persona perde di peso e mangia di meno, i processi biologici vengono danneggiati, la pressione del sangue diminuisce in modo anomalo, e gli effetti delle deficienze vitaminiche cominciano a manifestarsi con vari problemi.
Si può così originare l’anemia, la pelle può diventare giallognola e le ossa si possono decalcificare. Inoltre, possono presentarsi anche problemi di tipo circolatorio. La funzione del fegato e dei reni spesso é compromessa e, nelle donne le mestruazioni diventano irregolari o cessano del tutto. Spesso le condizioni di salute diventano gravi. Secondo alcuni studiosi, dal 2 al 6% delle persone che soffrono di anoressia ne muoiono. Ma nel caso in cui la patologia non provoca morte, lo stato di debolezza può provocare gravi malattie, e quello di denutrizione indebolisce il sistema immunitario rendendo più facile qualsiasi infezione. L’anoressia inoltre può essere “accompagnata” da stati depressivi e da tendenze suicide.
EZIOLOGIA
L’anoressia è un disturbo eterogeneo che può essere originato da varie cause. Tra le principali possiamo ricordare:
Paura d’ingrassare: nella maggior parte dei casi l’anoressia è, in realtà, relazionata alla ricerca esaltata della esilità in rapporto ad un’angosciante paura di ingrassare. In particolare, questa ricerca sembra essere molto influenzata dalle immagini che vengono proposte dai i mass media che, bersagliano in continuazione il pubblico con rappresentazioni di donne belle, snelle, “vincenti”. La nostra è, infatti, una società che pone un’enfasi esagerata sull’attrazione fisica e sulla bellezza esteriore ad ogni costo. Sulle riviste o sugli schermi televisivi, si nota come la bella presenza non aiuti solo in amore, ma anche nella carriera e nella vita sociale. L’anoressia, infatti, è praticamente sconosciuta nelle nazioni in cui la magrezza non è considerata una virtù. Un fenomeno comunemente riferito nell’anoressia è un’immagine distorta del proprio corpo. Nei casi estremi, malgrado le costole e le ossa del bacino siano sporgenti, le anoressiche non si vedono affatto magre. Continuano a scrutarsi nello specchio per scoprire l’“esistenza” di zone in cui siano presenti dei cuscinetti di cellulite, o dove questi, siano abbondanti. Per queste persone infatti, il peso corporeo, è fondamentale e, le ragazze anoressiche tendono a giudicarsi in soprappeso. Un carattere sorprendente infatti, è che mentre agli altri la persona anoressica appare spaventosamente magra, la persona stessa non si vede, né si giudica tale. E’ in questa stravolgimento della percezione il “segreto” della maggior parte dei casi di ragazze anoressiche. Spesso queste ultime, diventano anoressiche perché si mettono a dieta in quanto grasse, ma poi continuano la dieta anche una volta raggiunto il loro peso normale. All’inizio perdere anche pochi chili le porta ad essere più attraenti, non solo si vedono più belle, ma vengono incoraggiate sia dalla famiglia che dai coetanei e dall’ambiente. Questi tre importanti “stimoli” possono infatti essere definiti “rinforzo sociale”. A questo punto la ragazza, visto il consenso di questi tre “rinforzi sociali” fondamentali, passa ad una dieta più severa: alto snellimento, alto cambiamento favorevole della linea ed alti rinforzi da parte dell’ambiente sociale. Poco per volta, si crea una forma di “condizionamento operante”: la ragazza avvia la sua identificazione di bellezza con l’essere magra, auto-convincendosi che, più magra è, e più è bella. La ragazza dunque, è come colta da una sorta di mania di perfezione, ma scendendo al di sotto del fabbisogno calorico sufficiente per sostenere le normali attività quotidiane, non troverà alcun miglioramento, diventerà soltanto anoressica. In altre parole, ad un certo punto la “dieta” si trasforma in un disturbo dell’alimentazione. Tale posizione è in linea con quella dei teorici socio-cognitivi. I cognitivi mettono l’accento sulla pressione a favore dell’esser magra e della distorsione percettiva della persona, che non si rende assolutamente conto di essere troppo magra.
I comportamentismi invece, sottolineano l’importanza dell’effetto del rinforzo ricevuto durante le prime fasi della dieta. Le anoressiche, in effetti, “condizionano” l’istinto di nutrizione al punto di non provare più fame. La vista del cibo ed il suo odore, ad un certo punto, non stimolano più in loro le sensazioni di fame o il desiderio di mangiare. Talvolta il “ri-condizionamento” è così totale che provano disgusto per qualsiasi cibo.
Ricerca d’indipendenza: in un elevato numero di casi l’anoressia è un modo per manifestare la propria ribellione verso la famiglia, una ricerca di autonomia ed indipendenza, un modo per affermare se stesse. La malattia spesso, si manifesta in “brave bambine”, che hanno speso tutta la loro vita cercando di “avere compassione” per i propri genitori, e diventando all´improvviso testarde e negativiste durante l’adolescenza. In questi casi, la sindrome anoressica si può appunto sviluppare come una ribellione nella quale la ragazza cerca in tutti i modi di affermare se stessa. Provocare i genitori rifiutando di mangiare, sembra essere lo sconfortato sforzo di attirare l’attenzione su di sé, o di ottenere ammirazione e rispetto della propria persona, o ancora un modo per manifestare la propria aggressione verso le figure genitoriali. Infatti, di fronte al rifiuto della ragazza di mangiare, di solito, i genitori diventano ossessionati dal pensiero che essa si ammali. Cosi, cominciano a colmarla di attenzioni, di coccole, di regali: tutti ottimi “rinforzi”.
Spesso l’anoressica sembra essere colpita da una sorta di eccessivo amore verso di sé (narcisismo), ed il rifiuto del cibo, diventa il suo modo per imporsi al centro dell’attenzione dei genitori o della famiglia.
Allora si vene a creare un circolo vizioso:
LA RAGAZZA NON MANGIA <—–> i suoi familiari la circondano di premure.
Altre volte capita che l’anoressica vive invece in una famiglia disturbata. Ha una madre nevrotica, o entrambi i genitori vivono un grande scontento riguardo al loro matrimonio, il che li porta a cercare un sostegno emotivo nella figlia, come se questa fosse il fulcro della loro comunicazione, il perno del loro malessere.
Non di rado i fattori sopra elencati, si aggregano tra di loro, o si associano alla paura di ingrassare. Come pure, non è raro che l’anoressia sia una conseguenza di un grave lutto di famiglia, di un trauma, o anche di una violenza subita durante il periodo infantile. Altra causa che spesso si associa al suddetto problema è il cosiddetto mal d’amore, cioè l’essere abbandonati dal partner che si ama ancora disperatamente, diventa dunque, in questo contesto, una sorta di difesa contro il dolore e la sofferenza di non essere più amati.
Disturbo secondario: in una piccola percentuale di casi, l’anoressia è un disturbo secondario ad altre patologie. Masterson (1987) ha notato una somiglianza tra le dinamiche di certe pazienti anoressiche e quelle dei pazienti con disturbi borderline di personalità. La presenza di sintomi ossessivo compulsivo, inoltre, ha portato alcuni ricercatori a domandarsi se l’anoressia sia una forma di disturbo ossessivo compulsivo. Altre volte l’anoressia si presenta associata con il disturbo narcisistico di personalità. Ma più spesso essa è un disturbo secondario della depressione. In questo caso, l’anoressia sarebbe una sorte d’impotenza appresa. Si tratta di soggetti abulici, apatici, con un’affettività piatta, che hanno perso interesse per la vita. In questi casi si rivelano molto utili i farmaci antidepressivi. Non di rado l’anoressia è la conseguenza di abuso di sostanze (tossicodipendenza o alcolismo). Qualche volta è provocata da disturbi sessuali e di affettività, non dimentichiamo, infatti, che i bambini che soffrono di forti carenze di affetto smettono di nutrirsi.
Cause organiche: gli psicologi che seguono l’indirizzo biologico cercano nelle cause organiche l’origine del disturbo, riconducendole, ad esempio, a deficienze ormonali e, se ciò è vero, riguarda solo una piccolissima parte dei casi, non a caso l’anoressia è una “sindrome” su base psicologica. Un altro problema legato all´anoressia nervosa è la riduzione della densità ossea, questo espone ad un maggior rischio di fratture patologiche. E´ stato ipotizzato che la causa sia la carenza di estrogeni e l´eccesso di cortisolo.
L’APPROCCIO SISTEMICO NELL’ANORESSIA
Il trattamento dell’anoressia sembra essere uno dei più difficili e complessi da mettere in atto. Innanzitutto, perché le persone “affette” da tale disturbo, non hanno insight, che è fondamentale per la motivazione al trattamento, e nucleo della prima fase di terapia, laddove questa mancasse. Inoltre, perché queste sembrano negare spudoratamente la malattia, opponendosi a qualsiasi approccio medico.
Nell´anoressia sono coinvolti molti fattori tra loro correlati:
1. un livello psico-biologico individuale, considerato che il disturbo investe soprattutto l’adolescenza, ovvero quella fascia di età in cui il ragazzo vive immense modificazioni psicologiche e corporee.
2. un livello prettamente familiare, considerato che le famiglie delle anoressiche presentano delle caratteristiche peculiari sulle quali torneremo successivamente;
3. un livello socio-culturale visto che l´anoressia prevale nettamente nelle società dei benessere economico, mentre è quasi sconosciuta nei paesi del Terzo Mondo.
L´orientamento sistemico di cui propongo di trattare nell’approccio all’anoressia ricerca l´esistenza di una influenza che miscela tutti e tre questi livelli. Quindi, scegliere di lavorare con la famiglia dell’anoressica nasce dalla esigenza di dover “curare” le ferite dinamiche che, la persona anoressica, troverà di nuovo al ritorno nel suo nucleo familiare. La famiglia infatti è, per ognuno, un contesto primario di apprendimento e di esperienza, terreno dove si sviluppano o dove falliscono sia i movimenti di individuazione e di differenziazione, sia i processi di acquisizione dell´identità.
Inoltre, a mio avviso, un buon approccio all’anoressia potrebbe essere quello sistemico con l’uso dei gruppi, che, nello specifico sono i “gruppi familiari”. L’utilizzo del “gruppo familiare” si ispira dunque ai concetti di circolarità, sia nel rinnovamento dei “processi causali”, sia nella caratterizzazione delle “relazioni”. In questo senso, il gruppo, pur ribadendo la centralità dell’individuo, si rappresenta anche come “più della somma degli individui che ne fanno parte”.
Esso mostra degli schemi di funzionamento, degli andamenti d’equilibrio, delle origini storiche sue proprie, a cui le persone prendono parte in modo costante. Operare con le famiglie delle persone anoressiche, significa dunque intervenire nell’ambiente all’interno del quale la ragazza tornerà a vivere dopo qualsiasi forma di terapia. Quindi, se non si agisce in quell’ambito, la ragazza può ritrovarsi a vivere le intricate e “confuse” relazioni precedenti.
LA FAMIGLIA DELL’ANORESSICA
Rispetto a come sono organizzate le dinamiche relazionali interne alla famiglia dell’anoressica, non credo sia opportuno effettuare una descrizione “tipo” di tale struttura. Anche perché, mi perderei in “banali” ed inopportune generalizzazioni. Tuttavia, due sono le dinamiche relazionali inter-familiari che sembrano essere meritevoli di attenzione (correlate all’”apparizione” dell’anoressia).
Queste sono:
1. un’instabilità inerente ai limiti e agli spazi dei soggetti appartenenti alla famiglia. I rapporti sembrano infatti, promiscui e privi di confine, e questo, può creare una persistente intrusione nella vita privata e a livello psicoemotivo del singolo individuo, riducendone così ogni spazio privato e autonomo. In tali circostanze, viene meno la possibilità di maturare e di sviluppare gli importanti processi di individuazione e differenziazione, tipici dell’essere umano “sano”. Le anoressiche dunque, cercano, attraverso il rifiuto del cibo, di costruirsi uno spazio nel quale nessuno possa entrare, che non possa essere invaso da elementi esterni.
2. l’”evitamento del conflitto” risulta essere un’altra fondamentale caratteristica della famiglia dell’anoressica. Questo però, non deve essere inteso come l´assenza di nervosismi e/o di conflitti, ma come una difficoltà nel comprendere che questo possa condurre ad una maturazione e ad un confronto tra persone che crescono insieme. Questa mancanza di conflitto, e dunque di comunicazione, può spiegare il motivo per cui la persona anoressica non tende a protestare in un tentativo sofferto, spesso disperato, di differenziazione, ma preferisce rimanere muta, esiliata nelle parole sottaciute, non-dette. L’anoressica quindi sente e non è un “guscio morto”. Sente ma non parla, non perché non abbia sensazioni ed emozioni, ma perché si è adattata a parlare attraverso il linguaggio familiare, che tende a censurare ogni conflittualità. Ecco spiegato anche il perché l’anoressica tenda a creare il conflitto con la sua malattia, in un mondo infantile che è, per tutti, il più rassicurante e protettivo.
LA STORIA FAMILIARE
Sembra chiaro che le dinamiche familiari di cui abbiamo accennato devono avere anche un quadro storico all’interno del quale svilupparsi. Ovvio è, come precedentemente detto, che ogni famiglia ha le sue caratteristiche peculiari, e che, dunque, è difficile, se non riduttivo, effettuare una sua generalizzazione rispetto ad esse. Malgrado ciò, credo che, come per le dinamiche famigliari precedentemente menzionate, anche rispetto alle storie delle famiglie delle anoressiche, si possono trovare dei capisaldi.
Innanzitutto, sembra che, all’interno di queste famiglie vi siano dei conflitti non risolti nel tempo inerenti alla relazione coniugale. Vale a dire che, nella coppia vi sono delle problematiche importanti e delle insoddisfazioni molto grandi. In questi “problemi” di coppia, l’anoressica si coalizza con uno o con l’altro diventando così uno strumento di lotta, una stampella per entrambe le parti. Nel momento in cui la ragazza percepisce, crescendo, di essere stata un oggetto-strumento utile ai genitori per difendersi, avverte il famoso senso di inadeguatezza, di frustrazione e di solitudine che la conducono a sviluppare una dipendenza con l’oggetto-cibo.
E questa dipendenza avviene proprio perché la famiglia è rigida e non evoluta rispetto ai cambiamenti intra- familiari. La famiglia quindi vive con il timore che ogni possibile cambiamento verso una fase di autonomia o di separazione possa rappresentare una tragica disintegrazione dell´unità familiare stessa, piuttosto che una metamorfosi evolutiva dei affetti e dei legami in essa presenti. Ed ecco “giustificato” anche il motivo per il quale l’anoressica si trova in difficoltà a spezzare la sua fase adolescenziale al fine di giungere alla fase adulta. L’anoressica quindi vive insieme alla famiglia un eterno presente, una “interruzione dell’arco temporale determinato”.