Malattia e persona
La psichiatria fenomenologica non è un corpus di conoscenze definite e “pronte all’uso”, ma piuttosto uno stile di ricerca, un atteggiamento. Il suo senso emerge dal rapporto diretto con il paziente e dall’attenzione alla sua esperienza vissuta.
Nasce da un ampio movimento culturale tra Otto e Novecento, che mise in discussione le certezze del positivismo. In psicologia, il contributo della riflessione fenomenologica permise di superare il naturalismo, orientando la ricerca verso un valore antropologico preciso: l’attenzione e la cura per la persona-umana-sofferente, considerata nella globalità del suo essere e dei suoi significati vissuti. In questa prospettiva, la malattia mentale non è un dato oggettivo, ma va compresa in uno spazio inter-relazionale e sociale, un “ecosistema” entro cui emerge tutto un mondo di significati.
Il metodo fenomenologico invita ad “andare incontro alle cose” cogliendole nella loro immediatezza, mettendo tra parentesi ogni schema precostituito e ogni determinismo aprioristico. Così la malattia mentale, da “ente nosografico”, diventa un modo d’essere che si esprime concretamente nel vivere quotidiano, anche nei gesti più banali. La fenomenologia non ha eretto castelli di sistemi teorici, ma ha suggerito uno stile, un modo per costruire dal vivo la conoscenza dell’esperienza esistenziale della sofferenza psichica.
Una storia italiana: da Morselli a Borgna
La psichiatria fenomenologica ebbe in Italia un percorso pionieristico e per molti versi solitario. Il primo a richiamarsi al pensiero fenomenologico, con una sommaria consapevolezza metodologica ma un’indubbia intuizione clinica, fu Giovanni Enrico Morselli, a partire da uno scritto del 1930. I suoi lavori, tra cui uno studio sperimentale del 1936, facevano letteralmente della “fenomenologia in vivo”, scardinando gli schemi naturalistici della psichiatria: non solo la nosografia, cioè la classificazione delle malattie, ma soprattutto il linguaggio con cui il vissuto patologico veniva colto e descritto.
Particolarmente notevole era l’idea di una terapia dell’esperienza schizofrenica fondata non sui soli strumenti biologici dell’epoca, ma su una “psicoterapia” basata sull’intuizione e sulla capacità di attivare i meccanismi di autocompensazione presenti in ogni esperienza psicotica. L’importanza di Morselli sta proprio nell’originalità di un incontro tra medico e paziente basato sulla parola come portatrice di cura.
Questa linea, però, si scontrò con l’indifferenza della psichiatria accademica italiana, di schietta impronta neurologica, e con l’arretratezza culturale del Paese. Basti pensare che la “Psicopatologia generale” di Karl Jaspers, pietra miliare del 1913, fu tradotta in italiano solo nel 1964, oltre mezzo secolo dopo, e per giunta come una “pianta esotica”, senza il grande dibattito che l’aveva accompagnata altrove. Accanto a Morselli e Borgna, il filone fu portato avanti da studiosi come Danilo Cargnello, che introdusse in Italia il pensiero di Ludwig Binswanger, Bruno Callieri e, inizialmente, Franco Basaglia.
La rivoluzione: mettere tra parentesi la “normalità”
Uno degli aspetti più rivoluzionari, in stretta connessione con il movimento antipsichiatrico, fu la messa in discussione del paradigma della normalità psichica. Quando Binswanger e altri affermarono che ogni esperienza psicotica è dotata di senso, con una propria fondazione e articolazione di significato, cadde lo “spartiacque” che separava nettamente la normalità dall’anormalità.
La fenomenologia, seguendo Edmund Husserl, “mise tra parentesi” (in greco, operò l’epoché) il problema stesso della normalità. La malattia psichica smise di essere un “sigillo irreversibile” per essere letta come un fenomeno in gran parte di natura ambientale, sociale, culturale e relazionale. Ogni esperienza psicopatologica, in questa luce, ha dentro di sé una sua norma, una sua rigorosa fondazione, e rappresenta una possibilità umana, non la totale distruzione della ragione.
Ne conseguì anche un altro spostamento cruciale: passa in secondo piano il problema delle cause della malattia. Concentrando l’attenzione sull’esperienza colta nella sua immediatezza, si scoprì persino che molti quadri clinici ritenuti “costitutivi” della schizofrenia o di altre psicosi erano in realtà sovrastrutture: dinamiche, storiche, sociali, e molto spesso iatrogene, cioè prodotte dalle cure stesse.
Le malattie “artificiali” del manicomio
È qui che l’analisi tocca una delle pagine più drammatiche. I grandi manicomi di un tempo erano pieni di pazienti che, dopo la fase acuta, venivano abbandonati in reparti “privi di storia e di speranza”. In questi luoghi si costruiva e si cronicizzava artificialmente una vera e propria pseudo-malattia, alimentata dalla mancanza quasi totale di stimoli mentali, umani e interpersonali. Una condizione “di laboratorio” che generava quadri clinici anche più gravi e distruttivi delle fasi acute iniziali. Un fenomeno che il paradigma organicistico, trattando la malattia mentale come qualsiasi altra malattia, non permetteva neppure di riconoscere.
La centralità dell’incontro
Da tutto questo emerge la categoria che meglio qualifica la psichiatria fenomenologica: l’esperienza dell’incontro con l’Altro. Non è una malattia che viene curata, ma la persona che porta quell’esperienza, considerata, ascoltata e con la quale ci si confronta. Il riconoscimento della centralità della persona-paziente è già, di per sé, terapeutico.
Questo comporta l’assunzione di un’ipotesi realistica: quella di una genesi multifattoriale dell’esperienza psicopatologica. Sullo sfondo di più fattori che si intrecciano, le zone d’ombra si fanno più contenute nella misura in cui si aiuta davvero il paziente ad avviare un progetto terapeutico. È un principio che ha ricadute pratiche concrete: un servizio di psichiatria che resti aperto, in cui i pazienti possano muoversi liberamente e in cui le dosi farmacologiche risultino molto inferiori a quelle abitualmente somministrate.
Un punto è particolarmente importante: il sintomo va considerato un elemento relazionale, che si modifica, si manifesta e si cancella in rapporto al contesto e all’ambiente in cui il paziente vive. Persino le grandi esperienze deliranti e allucinatorie non sono aspetti fatali e ineluttabili della malattia, ma fenomeni che si trasformano anche in virtù del modo stesso con cui il paziente viene affrontato.
Dal nosos al pathos
È qui che si compie lo spostamento decisivo, quello che dà il titolo a questa riflessione: l’impostazione fenomenologica fa sconfinare il discorso clinico dal nosos, la malattia come entità da classificare, al pathos, la sofferenza individuale e soggettiva, che va conosciuta all’interno di un rapporto. Ed è proprio quel rapporto a diventare il momento privilegiato del lavoro psichiatrico.
La conseguenza più profonda è epistemologica: rimette in discussione il conoscere stesso in psichiatria, considerandolo un fenomeno intersoggettivo. Come aveva intuito lo stesso Jaspers, il conoscere fenomenologico passa attraverso la necessaria collaborazione del paziente: senza conoscere quali vissuti egli ha, non conosciamo nulla della sua esperienza. Non a caso, quando Jaspers pubblicò la sua opera, qualcuno disse che “tradiva” la scienza psichiatrica intesa come portatrice di verità assolute.
Uno stile umano prima che teorico
Al di là delle molte considerazioni teoriche, il lavoro psichiatrico trova spesso modo di aiutare i pazienti a guarire, o almeno a soffrire di meno, cercando di rendere meno conflittuali le loro relazioni. Il segreto, in fondo, è semplice: evitare di guardare fatalmente alla loro malattia e considerarli invece come persone non diverse da noi, usando nei loro confronti quei gesti e quegli atteggiamenti “così semplici e così umani” che dovremmo comunemente usare tra noi e che spesso dimentichiamo.
È questa la lezione più preziosa della psichiatria fenomenologica di Eugenio Borgna: figura originale della psichiatria italiana, lontana dai circuiti accademici, che ha saputo tenere insieme il rigore scientifico, una raffinata cultura filosofica e una profonda umanità. Il suo studio, come il suo reparto, era “sempre aperto”: un’oasi serena, un approdo sicuro per i suoi malati. Perché, in definitiva, curare la sofferenza psichica significa prima di tutto riconoscere la dignità della persona, considerandola nella sua interezza e nella sua possibilità di cambiamento.
Domande frequenti
Cos’è la psichiatria fenomenologica?
Non è un corpus di conoscenze definite, ma uno stile di ricerca e un atteggiamento che mette al centro l’esperienza vissuta del paziente e il rapporto diretto con lui. Concepisce la malattia mentale non come un dato oggettivo, ma come un “modo d’essere” da comprendere nel suo contesto relazionale e sociale.
Cosa significa passare dal “nosos” al “pathos”?
Significa spostare lo sguardo dalla malattia come entità da classificare (nosos) alla sofferenza soggettiva vissuta dal paziente (pathos). Il fulcro della cura diventa così l’incontro e la relazione, non la sola diagnosi o la ricerca delle cause.
In che senso alcune malattie erano “artificiali”?
Nei vecchi manicomi, i pazienti abbandonati in reparti privi di stimoli sviluppavano quadri clinici cronici e gravi, prodotti non dalla malattia iniziale ma dall’isolamento e dalla mancanza di relazioni. Erano cioè in parte iatrogeni, cioè generati dalle cure e dall’istituzione stesse.
Perché la relazione è considerata terapeutica?
Perché riconoscere la centralità della persona-paziente è già di per sé un atto di cura. Il sintomo stesso è un elemento relazionale che si trasforma in rapporto al contesto: persino deliri e allucinazioni cambiano a seconda del modo in cui il paziente viene accolto e affrontato.
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