Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Criminalità al Femminile: la Situazione Italiana

Perché le donne commettono molti meno reati degli uomini? È un dato costante e universale, ma le spiegazioni che ne sono state date raccontano più i pregiudizi di chi le formulava che la realtà. Ripercorrere la storia della criminalità femminile in Italia (con occhio critico) aiuta a smontare vecchi stereotipi e a leggere il fenomeno […]

Psicolab — Criminalità al Femminile: la Situazione Italiana
Perché le donne commettono molti meno reati degli uomini? È un dato costante e universale, ma le spiegazioni che ne sono state date raccontano più i pregiudizi di chi le formulava che la realtà. Ripercorrere la storia della criminalità femminile in Italia (con occhio critico) aiuta a smontare vecchi stereotipi e a leggere il fenomeno senza preconcetti di genere.

Una rivoluzione culturale

Negli ultimi decenni l’Italia ha vissuto una vera rivoluzione culturale sulla condizione femminile: dalla legalizzazione del divorzio all’abrogazione del reato di adulterio femminile e del delitto d’onore, fino alle leggi sulla parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro. Un cammino di emancipazione che ha toccato molti ambiti della vita sociale.

In questo contesto, alcuni studiosi hanno parlato di una “nuova criminalità femminile” determinata dall’emancipazione, portando due esempi storici: la partecipazione delle donne alle bande armate negli anni del terrorismo e il loro diverso ruolo nelle organizzazioni criminali. Ma questi casi vanno letti con attenzione, senza trarne conclusioni affrettate.

Due casi particolari

Nel terrorismo degli anni Settanta e Ottanta, molte donne parteciparono attivamente, ricoprendo ruoli non diversi da quelli maschili: dalla fase ideativa a quella strategica e operativa. Ciò che qui conta è la motivazione: non l’arricchimento personale né moventi passionali, ma la fede politica, o meglio il fanatismo ideologico. La donna, non per la prima volta nella storia, si schierò e rischiò in prima persona per cause ritenute “alte”, giuste o sbagliate che fossero, dimostrando autonomia e determinazione.

Diverso il caso della partecipazione alle organizzazioni criminali. Alcune donne, specie le più giovani, hanno smesso di vedere nella sottomissione ai propri uomini un riferimento univoco, pretendendo un ruolo attivo. Casi numericamente poco rilevanti, ma che forniscono una parziale smentita del presunto nesso tra emancipazione e aumento della criminalità femminile.

I numeri parlano chiaro

Sul piano quantitativo, la differenza è netta e costante: i reati commessi dalle donne sono molto inferiori a quelli commessi dagli uomini, e la percentuale di donne sulla popolazione detenuta resta bassa. Da qui una considerazione metodologica importante: la criminalità femminile non andrebbe imbrigliata nel confronto tra i sessi, ma studiata o come realtà autonoma, o all’interno di un’unica cornice, dove le spiegazioni del crimine sono le stesse per uomini e donne.

È proprio qui che le teorie sulla criminalità “si inceppano”: nel spiegare perché la differenza tra i sessi sia così accentuata, costante e universale. È una domanda che, onestamente, conviene lasciare aperta, senza forzarla verso spiegazioni preconfezionate.

Le teorie: due grandi gruppi (da leggere criticamente)

Le teorie che cercano nei fattori sociali e culturali la minore criminalità femminile si possono dividere in due gruppi:

  • le teorie “classiche”, che non parlano di una reale minore tendenza femminile a trasgredire, ma evidenziano i modi e i motivi per cui si registra un numero così esiguo di reati femminili: arrivando in alcuni casi a ipotizzare un “pareggio di fatto”;
  • le teorie che vedono la criminalità femminile “in sviluppo”, prevedendo un futuro riavvicinamento tra i sessi anche in questo ambito.

Ne emerge che l’evoluzione della condizione femminile, pur avendo rotto un vecchio schema di subordinazione, non ha ancora raggiunto piena autonomia, e questo si riflette anche nell’area della devianza, dove permane un atteggiamento differenziato verso la donna che delinque. Va detto con chiarezza, però: non c’è ragione di ritenere che una criminale sia “diversa” da un criminale uomo. I dati dimostrano che le donne possono commettere reati di pari gravità e allarme sociale (il terrorismo e la criminalità organizzata lo confermano) sebbene spesso riproponendo gli stessi ruoli di subalternità presenti nella società.

Il peso degli stereotipi

È qui che serve lo sguardo più critico. Storicamente, la criminologia ha faticato a dare un’identità autonoma alla devianza femminile. Per lungo tempo le donne devianti non venivano considerate ribelli o trasgressive, ma “biologicamente anomale” o “psicologicamente malate”: da curare o da allontanare, anziché come persone che agivano razionalmente. Si svilupparono così teorie orientate a sostenere una presunta inferiorità biologica, mentale e culturale della donna, un vero e proprio armamentario di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi.

Non a caso i criminologi trascurarono a lungo il tema, giudicandolo di scarsa rilevanza sociale, e quando se ne occuparono cercarono le cause della minore criminalità femminile in una “natura” diversa, biologica o psicologica. Alcune letture arrivavano a caratterizzare la donna che delinque quasi esclusivamente attraverso la disonestà e la frode, o a ricondurre il reato a un “ruolo sociale passivo”.

Il filosofo Umberto Galimberti ha colto bene il nodo: oggi sappiamo che nessun essere è “per natura” rigidamente definito da un sesso, e che l’ambivalenza è iscritta in ogni persona. Ma un lungo lavoro ideologico ha teso a rimuovere questa complessità, risolvendola nella rigida contrapposizione tra “maschile” e “femminile” intesi come opposti assoluti. È proprio questo che tanti studiosi hanno fatto anche parlando di criminalità: costruire due “tipi” contrapposti, cercando motivazioni “tipicamente femminili” o “maschili” e trascurando ciò che è comune a ogni essere umano.

La lezione di fondo è netta: molte teorie sulla “devianza femminile” ci dicono più sui pregiudizi della loro epoca che sulla realtà. Analizzare il crimine senza stereotipi di genere (riconoscendo alle donne la stessa complessità di motivazioni riconosciuta agli uomini) è oggi la strada più corretta. Le più recenti trasformazioni, del resto, mostrano una progressiva “omologazione” anche dei reati, segno della maggiore partecipazione femminile alla vita sociale: un’ulteriore conferma che le differenze non nascono da una “natura”, ma da ruoli e opportunità storicamente diseguali.

Domande frequenti

È vero che l’emancipazione ha aumentato la criminalità femminile?

I dati non lo confermano. Casi come la partecipazione al terrorismo o alle organizzazioni criminali sono numericamente poco rilevanti e forniscono anzi una parziale smentita di questo presunto nesso. La criminalità femminile resta nettamente inferiore a quella maschile.

Perché le donne commettono meno reati degli uomini?

È una differenza costante e universale che le teorie faticano a spiegare. Piuttosto che cercare una “natura” diversa, oggi si tende a leggere il fenomeno attraverso fattori sociali, culturali e di ruolo, riconoscendo che le spiegazioni del crimine dovrebbero valere allo stesso modo per entrambi i sessi.

Come ha trattato la criminologia la devianza femminile?

Per lungo tempo in modo stereotipato: le donne devianti venivano considerate “biologicamente anomale” o “malate”, da curare anziché persone razionali. Si svilupparono teorie sull’inferiorità biologica e culturale della donna, che oggi vanno lette criticamente come prodotto dei pregiudizi dell’epoca.

Le donne commettono reati diversi dagli uomini?

Non c’è ragione di ritenere una criminale “diversa” da un criminale uomo: le donne possono commettere reati di pari gravità, come dimostrano terrorismo e criminalità organizzata. Le trasformazioni sociali mostrano anzi una progressiva omologazione dei reati, legata alla maggiore partecipazione femminile alla vita sociale.

La criminalità femminile è nettamente e costantemente inferiore a quella maschile, un dato che le teorie faticano a spiegare. Casi come il terrorismo o la mafia sono poco rilevanti numericamente e smentiscono il presunto nesso tra emancipazione e aumento dei reati. Il punto più importante è critico: per lungo tempo la criminologia ha trattato le donne devianti come “biologicamente anomale” o “malate”, costruendo teorie sull’inferiorità femminile che dicono più sui pregiudizi dell’epoca che sulla realtà. Non c’è ragione di ritenere una criminale diversa da un criminale uomo: le donne possono commettere reati di pari gravità. Analizzare il crimine senza stereotipi di genere, riconoscendo a tutti la stessa complessità, è la strada più corretta.
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