In Italia, soprattutto negli ultimi trent’anni, si è verificata una vera e propria rivoluzione culturale che ha toccato vari ambiti: dalla procreazione controllata alla liceità dell’aborto, dal divorzio all’abrogazione del reato di adulterio femminile (1970) e di omicidio e lesione personale a causa d’onore (1981), dalla legge n. 903, che sancisce formalmente la completa parità di trattamento in materia di lavoro tra uomini e donne (1977), alla legge che promuove azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro (1991).
Ma in Italia abbiamo anche avuto un periodo oscuro e particolare, quello del terrorismo, e siamo tristemente noti nel mondo per le organizzazioni mafiose, organizzazioni a delinquere di antica origine e di codici comportamentali propri, ma di taglio ‘maschile’.
E proprio in riferimento a questi due casi così particolari, storicamente datati, si è parlato di una “nuova criminalità femminile” determinata dall’emancipazione: la partecipazione femminile a bande armate negli anni del terrorismo e il diverso ruolo delle donne all’interno delle grandi organizzazioni criminali.
Nel primo caso, è vero che molti nomi di donna compaiono tra coloro che hanno attivamente partecipato al fenomeno terroristico, fenomeno che ha raggiunto negli anni settanta e ottanta grandi proporzioni. Nei vari gruppi terroristici il ruolo ricoperto dalle donne che ne facevano parte non differiva in modo marcato da quello dei maschi. Troviamo infatti donne terroriste che hanno partecipato alla fase ideativa e a quella decisionale, a quella strategica e alla realizzazione del fatto criminoso. È molto importante esaminare la motivazione della devianza: non ci troviamo di fronte a scelte dettate dalla volontà di arricchimento personale, né da motivi passionali. Qui l’elemento determinante è la fede politica, o meglio: il fanatismo ideologico. E la donna, non per la prima volta nella storia, si è schierata, e ha rischiato in prima persona, dimostrando che quando ritiene di mettersi in gioco, per cause “alte”, giuste o sbagliate che siano, procedendo in modo autonomo ed estremamente determinato: anche a costo di usare la violenza.
Diverso è il discorso nel caso della partecipazione alle grandi organizzazioni criminali che qui si indicano in generale col termine “mafia”. Alcune donne si sono discostate dalle precedenti perché hanno scelto l’impegno ed il ruolo della donna di mafia, pretendendo e ottenendo di agire all’interno dell’organizzazione. Una sorta di evoluzione, quindi, sembra avere interessato anche le donne di questi ambienti così particolari. Specialmente le più giovani, infatti, non vedono più nella lealtà e nella sottomissione ai loro uomini un univoco referente. I casi sono numericamente poco rilevanti, ma forniscono una sia pur parziale smentita empirica del nesso tra emancipazione femminile e aumento della partecipazione alla criminalità. Questi due esempi però non possono essere ritenuti significativi del cambiamento nella criminalità femminile: l’emergenza terrorismo è per fortuna un ricordo del passato, mentre la mafia continua ad essere presente. Da un punto di vista strettamente quantitativo, l’inferiorità numerica dei reati commessi da donne, rispetto a quelli dell’altro sesso è netta e costante. Negli ultimi dieci anni i rapporti tra i sessi, in media, sono: per le persone denunciate, 18 donne ogni cento uomini. I dati relativi al 31 Dicembre del 2001 riportano che la percentuale delle donne sulla popolazione detenuta è del 4,29%, per un numero complessivo di 2.369 detenute di cui: 1.068 imputate, 1.229 condannate e 72 internate. Il totale di donne entrate in carcere nel 2001 dallo stato di libertà è di 6.129. Si ritiene pertanto che la criminalità e la devianza femminile non vadano imbrigliate nel confronto tra i sessi, ma considerate o come realtà autonome, al cui interno studiarne peculiarità e cambiamenti, o come un’unica realtà: le spiegazioni del crimine possono/devono essere le stesse per la criminalità maschile e per quella femminile.
Infatti, dove le teorie sulla criminalità sembrano incepparsi è sul ‘perché’ sia così accentuata, costante e universale, la differenza tra reati compiuti da maschi e reati compiuti da femmine.
Lasciamo che questo ‘perché’ rimanga una questione aperta, e non costringiamoci verso la strada a senso unico di una parità che non ha niente a che fare, a nostro avviso, con il giusto diritto delle donne di scalzare disuguaglianze e riequilibrare i rapporti di potere.
Abbiamo preso in esame, delle teorie che individuano nei fattori sociali e culturali le possibili spiegazioni della minore presenza di donne tra gli autori di reato. In modo parziale sono state considerate quelle più note, quelle che hanno fatto scuola e che ancora oggi trovano sostenitori, divise però in due gruppi secondo una logica non solo temporale ma anche di contenuto.
Nel primo gruppo sono state prese in considerazione alcune teorie che è possibile definire ‘classiche’, anche se si deve sottolineare che l’attribuzione di ‘classica’ a qualsiasi teoria sociologica è opinabile, perché i criteri qualificanti sono molto variabili.
Le teorie che fanno parte del primo gruppo, pur considerando varie ipotesi, evidenziano nella diversità tra i due sessi la posizione di ‘privilegio’ che le donne hanno nell’ambito della criminalità ufficiale: non ci parlano di una reale minore tendenza del sesso femminile a trasgredire, ma dei modi e dei perché non si registra che un esiguo numero di comportamenti devianti commessi dalle donne, arrivando in alcuni casi a ipotizzare un “pareggio di fatto” tra criminalità maschile e criminalità femminile.
Nel secondo gruppo di teorie, invece, prevale un’immagine della criminalità femminile ‘in sviluppo’, posticipando i tempi di una probabile parità tra i sessi anche per quanto riguarda questo tipo di comportamenti.
Da tutto ciò possiamo affermare che l’evoluzione della condizione femminile se da un lato ha portato alla rottura di un vecchio e arcaico schema di subordinazione e di un’immagine di debolezza, dall’altra non ha ancora raggiunto un’affermazione di piena autonomia ed autorevolezza. Tale processo, non ancora concluso sembra riflettersi anche nell’area della devianza, a conferma di un atteggiamento differenziato dell’uomo nei confronti della donna che delinque. Si presume però che un trattamento penale differenziato non implica necessariamente indulgenza. Sembra da tutto ciò, presumibile non aver ragione di ritenere che una criminale femmina sia diversa da un criminale maschio, non solo ma ci abbiamo visto attraverso i dati e quindi dimostrato che le donne possono e sanno commettere reati di pari gravità e di allarme sociale di quelli ritenuti esclusivi dell’esercito maschile. Il grande coinvolgimento delle donne nel terrorismo, ad esempio, lo ha dimostrato; così come lo dimostra l’inserimento delle donne nella criminalità organizzata e nella mafia. Ciò avviene però riproponendo tendenzialmente gli stessi ruoli di subalternità che contraddistinguono la società dei non delinquenti. E’ possibile che la donna abbia nella maternità, una superiorità fisiologica indiscutibile e per niente trascurabile. Detto ciò, la forza del lavoro maschile in ogni campo potrebbe essere legata al fatto di avere un ruolo modesto nella creazione degli esseri viventi, che li costringe ad avere una compensazione nelle realizzazioni. Riporto un articolo di stampa del filosofo Umberto Galimberti: “Il sacerdozio per le donne, il lavoro per la casalinga, la presenza dl personale femminile nell’esercito, la scomparsa di professioni solo maschili, l’accettazione di nuove identità (travestiti e transessuali), la costituzione di famiglie omosessuali, sono solo alcuni esempi in cui la differenza sessuale rifiuta di essere utilizzata per una ripartizione di ruoli nell’ordine sociale come nella storia è sempre avvenuto ogni qualvolta l’ideologia ha cercato nella fisiologia la prova della propria identità. Oggi più o meno tutti sanno che nessun essere “per natura” è regolato in un sesso. L’ambivalenza sessuale, l’attività e la passività, sono inscritte come differenze nel corpo di ogni soggetto, e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda è culturalmente rimossa perché altrimenti sfuggirebbe all’organizzazione genitale e all’ordine sociale. Tutto il lavoro ideologico consiste all’ora nel disperdere questa realtà irriducibile per risolverla nella grande distinzione del maschile e del femminile intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l’uno all’altro: […]”. Tutto questo non ha turbato molti studiosi che come abbiamo visto, continuano a stilare immagini sulla criminalità e sul confronto tra i due sessi pieni, a tutto tondo, il maschile e il femminile, chiamabili come “gruppi tipologici”, sull’individualizzazione di motivazioni tipicamente femminili o maschili, trascurando quel tanto di comune che esiste in ogni essere umano, maschio o femmina che sia.
Dal punto di vista storico e culturale la personalità deviante e/o criminale ha avuto forti difficoltà a trovare una sua collocazione, e una sua individualizzazione e identità. Infatti lo studio di questo tipo di personalità può essere fatto risalire all’inizio dell’Ottocento.
Nell’analizzare quello che la criminologia ha detto sulla devianza femminile, possiamo osservare che le donne devianti, non venivano configurate come ribelli, trasgressive, ma erano trattate, come biologicamente anomale o come individui psicologicamente malati. La spiegazione delle loro azioni non veniva associata alla razionalità, bensì venivano considerate come da curare o da allontanare dalla società. Si svilupparono teorie orientate a evidenziare l’inferiorità biologica, mentale, sociale e culturale della donna, contribuendo così a sistematizzare tutta una serie di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi. A dimostrazione di ciò, il fatto che i criminologi per molto tempo hanno trascurato il problema della criminalità femminile sia sotto l’aspetto qualitativo, che quantitativo, sottolineandole la scarsa rilevanza sociale. I pochi autori che all’inizio avevano dedicato un breve capitolo sulla questione femminile, hanno incentrato la loro analisi sul fenomeno della minor criminalità delle donne, cercando la giustificazione di ciò in una natura femminile indenne, dovuta da cause bio-psicologiche e da aggressività delinquenziali.
Per la letteratura specializzata più recente, la donna che delinque avrebbe una sua caratterizzazione quasi esclusiva nella disonestà e nella frode. Il reato, per alcune discipline, non sarebbe altro che la conseguenza di un ruolo sociale, passivo per la donna e quindi non violento e non diretto contro le persone. Altre discipline spiegherebbero tale atteggiamento come causa della natura biologica della donna, che la porta a commettere reati conseguenti ad impulsi imprevedibili, per altre ancora come conseguenza psicologica di compenso, di reazione a privazioni materiali e a situazioni di disagio o di frustrazioni. Altre forme di pensiero distinguono due forme di devianza femminile: una attraverso la malattia mentale, il suicidio, la prostituzione (come violenza rivolta contro se stessa) e la tossicodipendenza, l’altra in cui la violenza è rivolta verso gli altri, anche se orientata all’interno della propria famiglia con crimini come l’infanticidio, figlicidio, o tutte quelle violenze con figure implicanti l’aspetto sessuale, come: fidanzato, marito, amante, ecc…
Ultimamente, il delitto femminile si rivolge anche verso altre forme, come la corruzione, appropriazione indebita di proprietà abbandonate, coinvolgimento in attività politiche sovversive, abbandono di persone indifese, e ciò è probabilmente dovuto alla maggiore partecipazione della donna alla vita sociale e dunque ad una sorta di omologazione dei delitti maschili.