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Azienda e Organizzazione

Chi Consuma… che cosa?

Domenica 15 novembre 2009 si è aperto a Roma il summit della FAO, organo mondiale che si occupa di sicurezza alimentare nel mondo. In questo contesto sono stati messi in primo piano il mondo agricolo e il diritto di accesso al cibo da parte di tutti gli esseri umani. Il problema si impone ora più che mai poichè la popolazione mondiale ha raggiunto all’incirca i 7 miliardi di individui. E l’indice è in continuo, veloce e vertiginoso aumento. Evidentemente qualcosa non funziona.
Per chiarirci un po’ le idee ricorriamo al concetto di consumerismo che ultimamente è diventato oggetto di grande interesse tra gli addetti ai lavori, ma si è affacciato anche alla curiosità di chi, sia pure tangenzialmente, è interessato al problema dei consumi e alle problematiche ad esso connesse.
Il termine “consumerismo” è un neologismo che indica, in genere, la protezione e la tutela dei diritti del consumatore, ma anche l’insieme delle associazioni che difendono questi diritti.
Nelle lingue straniere “consumerismo” viene usato nell’accezione di “consumismo”, termine a noi più familiare nel parlar comune e con il quale ci riferiamo spesso con connotazione negativa ritenendolo, in questa accezione, causa della gran parte dei mali della nostra società.
Consumerismo è anche il termine coniato per definire quella specifica categoria di analisi che studia il fenomeno sorto con lo sviluppo della produzione di massa e con l’espansione dei consumi. Fino a quando, per gran parte della popolazione, i consumi erano riferiti alla pura sopravvivenza, l’analisi delle attività legate al consumo non ha goduto di particolare interesse: chi aveva fame cercava di che nutrirsi e il problema della qualità era secondario. Quindi possiamo dedurre che pur essendo l’atteggiamento al consumo nato con la civiltà, è solo con l’inizio del consumo di massa che questo fenomeno si manifesta in modo vistoso.
Oggi il consumerismo presenta più interpretazioni, una di queste riguarda l’emergere di nuovi strati di popolazioni portatori di bisogni e diritti per lo più ignorati e disattesi da chi dovrebbe occuparsene.
Il fenomeno sociale del consumerismo nasce negli Stati Uniti d’America alla fine del XIX secolo, ed è il frutto di una dilagante protesta degli strati più poveri del proletariato americano, già allora oppresso dai grandi monopolisti ed oligopolisti che imponevano alti prezzi e qualità scadente sui generi di prima necessità.
La cultura consumerista trova il terreno fertile in Europa solo nel secondo dopoguerra. Negli anni cinquanta, ad esempio, il governo inglese ritiene necessario dare ai consumatori la possibilità di esprimersi e crea un apposito organismo amministrativo di protezione e nella stessa direzione si muove anche il governo danese. Ĕ il presidente J.F. Kennedy, nel 1962 a dare una definizione ufficiale dei diritti dei consumatori quali la sicurezza, l’informazione, l’opportunità di scelta, l’attenzione governativa. Oggi il termine consumerismo con tutte le sue implicazioni, quando lo si consideri riferito ai paesi in via di sviluppo – che sviluppo ne vedono ben poco – prende in considerazione il rapporto tra la crescita della popolazione e la produzione agricola mondiale che vede, ovviamente i popoli del terzo mondo, in assoluta carenza di alimentazione.
Vediamo il problema nello specifico.
Come riferisce il Prof. Brunetto Chiarelli, in uno dei suoi numerosi contributi su questo argomento, Consumerism: a general introduction, in Global Bioethics, 2009, la popolazione del mondo cresce al ritmo di 79 milioni l’anno. Agli inizi del 2000 l’Umanità ha già superato i 6 miliardi di individui e saremo cresciuti di un altro miliardo nel 2010, per arrivare a 8 miliardi nel 2022 e a 10 miliardi prima del 2050. Sulla base di questi numeri, dichiara Chiarelli, l’impennata della crescita demografica che si è verificata nella fase di transizione tra il II e III millenio, è paragonabile alla fase di transizione fra Paleolitico e Neolitico intorno a ottomila anni fa.
L’inizio dell’agricoltura, dell’allevamento e l’invenzione delle prime forme di conservazione degli alimenti sono state le scoperte che hanno permesso all’umanità di superare la crisi ecologica del tardo Paleolitico.
Quella che l’umanità sta ora vivendo, è un altro momento critico di interazione fra incremento demografico e carenze di risorse energetiche e alimentari. Fino al 1950 l’agricoltura è stata condotta per lo più in modo naturale, senza spargere prodotti chimici artificiali nel suolo. Da quando si è cercato di convertire la gran massa di sostanze chimiche prodotte per scopi militari in prodotti per l’agricoltura, in tutto il mondo agricolo si è fatto un uso sempre più intensivo di fertilizzanti artificiali soprattutto a partire dagli anni ‘60. Nel 1950 la popolazione mondiale era circa di 3 miliardi, adesso è più che raddoppiata, ma la superficie agricola è rimasta all’incirca la stessa. Inoltre la dieta mondiale è passata da una base principalmente vegetariana ad una con alto consumo di carne.
Occorre ricordare che ogni individuo giornalmente necessita in media di 2000 calorie, e un conto è nutrire un miliardo di individui come accadeva nel 1835 e un altro è provvedere quel numero di calorie per sette miliardi di persone. Già nel 1798 Tommaso Robert Malthus aveva anticipato queste riflessioni avvertendo che mentre la popolazione cresce in progressione geometrica, la produzione di cibo aumenta solo aritmeticamente. Successivamente Malthus viene smentito poiché non aveva fatto i conti con il progresso tecnologico che impone anche alla produzione di cibo un incremento in progressione geometrica. Questo perché tale produzione non dipende solo dallo sfruttamento della terra, ma anche dal miglioramento delle biotecnologie (Chiarelli B., Annese M., 2009).
Tuttavia attualmente la produttività agricola non è più in grado di garantire un ulteriore aumento di produttività mentre la popolazione mondiale continua a crescere. Non c’è più terra agricola inutilizzata disponibile. Di conseguenza la produzione agricola pro capite sta diminuendo drammaticamente. Inoltre il più alto rapporto tra massa commestibile delle piante rispetto alla massa totale del raccolto, ha fatto sì che si disponesse di un minor residuo del raccolto da destinare alla nutrizione degli animali domestici con conseguente necessità di fornire loro parte del prodotto umanamente commestibile (granaglie e altro). Tutto ciò ha indotto l’agricoltura mondiale ad investire in coltivazioni selettive con conseguenze discutibili per il futuro della vita umana sul Pianeta.
La riflessione sul futuro demografico dell’umanità e la sostenibilità del pianeta coinvolge sempre con maggiore intensità i demografi, gli antropologi e gli economisti, oltre ovviamente le organizzazioni internazionali come la FAO e le Nazioni Unite. Come riferisce Gianfranco Birolo nel contributo, Some considerations, sulla rivista Global Bioethics (2009), fra gli studiosi che da anni maggiormente stanno investendo energie su queste tematiche vi è Jeremy Rifkin. La sua tesi, di recente espressa, mette in evidenza che per i due miliardi di persone che oggi soffrono la fame ci sarebbero cereali sufficienti se si riducesse l’uso di questi per uso zootecnico allo scopo di fornire la carne ai ricchi del mondo. Questi consumano in eccesso carne bovina, suina, pollame e altri tipi di bestiame, mentre i poveri muoiono di fame. Inoltre occorre rilevare che l’incremento di grano e riso è stato spesso deviato da cibo a produzione di combustibile, dando origine al biocarburante.
I popoli dei paesi ricchi come quelli dell’Europa, del Nord America e del Giappone oggi hanno una dieta ricca di proteine in primis quelle provenienti da carne bovina. Oltre il 70% del grano prodotto negli Stati Uniti è destinato oggi all’allevamento del bestiame, principalmente bovini.
Quando un manzo di allevamento è pronto per il macello, avrà consumato 1225 kg di grano e peserà circa 475 chilogrammi. Attualmente negli Stati Uniti 155 milioni di tonnellate di cereali, legumi e proteine vegetali, potenzialmente utilizzabili dall’uomo, sono destinate alla zootecnica.
Purtroppo in tutto il mondo la domanda di cereali per la zootecnica continua a crescere perché le multinazionali ottengono lauti guadagni dalla continua richiesta di carne proveniente dai paesi ricchi. Non a caso negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne è quintuplicata. Al momento sono milioni gli acri di terra che nel Terzo mondo (vari paesi dell’Africa e del Sudamerica) vengono utilizzati esclusivamente per la produzione di mangime destinato all’allevamento del bestiame europeo.
L’ironia dell’attuale sistema di produzione è che milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all’abbondanza di cibo: infarti, cancro, diabete, ictus, ipertensione, etc., tutte malattie provocate da una eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali. Le statistiche parlano chiaro: sarebbero 300 mila gli americani che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di sovrappeso, mentre i poveri del Terzo mondo muoiono di malattie da denutrizione poiché viene loro negato l’accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all’uomo. Per altro, i consumatori di carne dei paesi più ricchi sono così lontani dal lato oscuro del circuito grano-carne che non sanno, né interessa loro di sapere, in che modo le loro abitudini alimentari influiscano sulle vite di altri esseri umani e sulle scelte politiche di intere nazioni. In questo modo l’interesse di pochi potenti prevale sul destino di molti meno fortunati.
Enorme è l’impatto negativo che fame e malnutrizione hanno sulla produttività, sulla salute e sulla scolarizzazione, tutti fattori che alla fine causano una più bassa crescita economica generale. L’effetto debilitante della fame sulla produttività umana e i conseguenti redditi conduce ad un circolo vizioso: la povertà estrema causa la fame la quale a sua volta, bloccando energie fisiche e mentali, genera povertà.
Per rompere il circolo vizioso fame-povertà occorre intervenire con urgenza su due fronti: far sì che il cibo sia disponibile per i più vulnerabili ed assistere i piccoli coltivatori in modo che possano aumentare la scarsa produzione e quindi realizzare maggiori guadagni. Ridurre l’incidenza della fame a livello mondiale farà migliorare di molto le possibilità di eliminare la povertà, la mortalità infantile e di migliorare la scolarizzazione e la salute delle madri. La spesa pubblica per la riduzione della fame è un investimento con una grande contropartita.
Per riuscire a sfamare una popolazione mondiale che nel 2050 supererà i 10 miliardi di individui, la produzione globale di cibo dovrà raddoppiare e la crescita demografica avrà luogo principalmente nei paesi in via di sviluppo e per lo più nelle aree urbane. Tutto ciò richiederà maggiori investimenti agricoli in attrezzature, trattori, pompe idrauliche, in macchine trebbiatrici etc., come pure manodopera più qualificata ed una filiera più corta ed efficiente. L’enorme problema della fame nel mondo, che poi è fame del terzo mondo, da sempre più povero del mondo occidentale, non può avere un solo ambito di soluzione. Sono coinvolti fattori diversi i più importanti dei quali potrebbero essere, tanto per cominciare: un rinnovo delle tecnologie, la riduzione di asportazione di cereali dai paesi poveri per nutrire tutti gli animali che vengono poi consumati sulle tavole degli occidentali ricchi ed ipernutriti.
L’uomo potrà controllare e superare questa crisi se riuscirà ad instaurare un intelligente equilibrio con se stesso e con il mondo della Natura, utilizzando le sue capacità intellettive. Infatti si tratta di risolvere problematiche, anche etiche, riguardanti le applicazioni delle biotecnologie e dell’ingegneria genetica, ma si richiedono altresì nuove strategie comportamentali che coinvolgono soprattutto i paesi ricchi. Ci si riferisce qui al cambiamento delle abitudini alimentari da parte dei popoli più ricchi.
Concludendo è interessante un ultimo riferimento ai vantaggi che si possono trarre dalla riduzione del nostro abuso di carne: un benessere maggiore indotto da una dieta più ricca di frutta e verdura e più povera di proteine della carne; una maggior quantità di cereali a disposizione per i paesi poveri e infine non si dimentichi che l’eccesso di CO2 nell’atmosfera è anche dovuto alle emissioni di anidride carbonica da parte dei bovini.

Staff

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