Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Chi Consuma… che cosa?

Nel mondo convivono due forme opposte di malattia alimentare: chi muore per eccesso e chi muore per mancanza. Non è un paradosso morale astratto, ma il risultato di un circuito produttivo preciso, quello che trasforma i cereali in mangime e il mangime in carne per i mercati più ricchi. L’articolo riprende dati e proiezioni pubblicati […]

Psicolab — Chi Consuma… che cosa?
Nel mondo convivono due forme opposte di malattia alimentare: chi muore per eccesso e chi muore per mancanza. Non è un paradosso morale astratto, ma il risultato di un circuito produttivo preciso, quello che trasforma i cereali in mangime e il mangime in carne per i mercati più ricchi.
L’articolo riprende dati e proiezioni pubblicati alla fine del primo decennio degli anni Duemila. Le cifre vanno lette come ordini di grandezza di quel periodo, non come dati aggiornati.

Consumerismo: una parola con due significati

Conviene partire dal chiarimento terminologico, perché il termine è ambiguo. In italiano consumerismo indica la protezione e la tutela dei diritti del consumatore, e per estensione l’insieme delle associazioni che li difendono.

Nelle lingue straniere lo stesso termine viene però usato nell’accezione di consumismo, con la connotazione negativa che gli attribuiamo comunemente.

Esiste infine un terzo uso, tecnico: il consumerismo come categoria di analisi del fenomeno nato con la produzione di massa e l’espansione dei consumi. Finché i consumi riguardavano la pura sopravvivenza, l’analisi delle attività di consumo non aveva particolare interesse: chi aveva fame cercava di che nutrirsi, e la qualità era secondaria. L’atteggiamento al consumo nasce con la civiltà, ma diventa oggetto di studio solo con il consumo di massa.

Una storia di rivendicazioni

Il fenomeno sociale nasce negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo, come protesta degli strati più poveri contro condizioni di mercato che imponevano prezzi alti e qualità scadente sui generi di prima necessità.

In Europa la cultura consumerista attecchisce solo nel secondo dopoguerra: negli anni Cinquanta alcuni governi istituiscono organismi amministrativi dedicati alla protezione dei consumatori. Nel 1962 arriva la formulazione più nota dei diritti fondamentali del consumatore: sicurezza, informazione, libertà di scelta, tutela istituzionale.

Applicato ai paesi a basso reddito, però, il termine assume un significato diverso e più drammatico: riguarda il rapporto tra crescita della popolazione e produzione agricola mondiale.

Una transizione paragonabile al Neolitico

I dati citati descrivono una crescita demografica di circa 79 milioni di persone all’anno, con proiezioni che indicavano il superamento degli 8 miliardi entro i primi anni Venti e i 10 miliardi prima del 2050.

L’antropologo Brunetto Chiarelli ha paragonato questa impennata alla transizione tra Paleolitico e Neolitico, avvenuta circa ottomila anni fa. Il paragone è istruttivo: allora la crisi ecologica fu superata grazie a tre invenzioni, l’agricoltura, l’allevamento e le prime forme di conservazione degli alimenti.

Oggi ci troviamo in un momento altrettanto critico di interazione tra incremento demografico e limiti delle risorse.

Malthus, il progresso tecnico e i suoi limiti

Nel 1798 Thomas Robert Malthus aveva avvertito che, mentre la popolazione cresce in progressione geometrica, la produzione di cibo aumenta solo aritmeticamente.

La previsione fu smentita, perché Malthus non poteva prevedere il progresso tecnologico: la produzione alimentare non dipende solo dallo sfruttamento della terra, ma anche dalle biotecnologie, e questo le ha permesso di crescere in modo molto più rapido del previsto.

Il problema segnalato è però che questo margine si sta esaurendo. Dal 1950 la popolazione è più che raddoppiata mentre la superficie agricola è rimasta all’incirca la stessa: non c’è più terra coltivabile inutilizzata disponibile, e la produzione agricola pro capite tende a diminuire.

Si aggiunge un effetto meno intuitivo: selezionando piante con un rapporto più alto tra massa commestibile e massa totale, si è ridotto il residuo disponibile per alimentare gli animali, costringendo a destinare loro prodotti che sarebbero direttamente commestibili per gli esseri umani.

Il circuito cereali-carne

È qui il nodo centrale dell’analisi. Nei paesi ad alto reddito la dieta è ricca di proteine animali, e una quota molto elevata della produzione cerealistica viene destinata all’allevamento anziché al consumo umano diretto.

L’efficienza di questa conversione è bassa: per portare un bovino al peso di macellazione occorrono quantità di cereali che superano di gran lunga il peso finale dell’animale. Il che significa che ogni chilo di carne “costa” molti chili di alimenti potenzialmente destinabili alle persone.

La tesi sostenuta da Jeremy Rifkin è netta: per le persone che oggi soffrono la fame i cereali sarebbero sufficienti, se se ne riducesse l’impiego zootecnico. Negli ultimi decenni la produzione mondiale di carne si è moltiplicata, spinta dalla domanda dei mercati più ricchi, e vaste superfici agricole in Africa e Sudamerica sono destinate a produrre mangime per allevamenti situati altrove.

A questo si aggiunge una seconda deviazione: quote crescenti di grano e riso dirottate dalla destinazione alimentare alla produzione di biocarburanti.

Due malattie opposte

L’esito è quella che l’autore definisce l’ironia del sistema attuale.

Nei paesi industrializzati un numero elevato di persone muore prematuramente per patologie legate all’eccesso alimentare: malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione, con centinaia di migliaia di decessi annui riconducibili al sovrappeso nei soli Stati Uniti.

Nei paesi a basso reddito si muore invece per denutrizione, spesso perché l’accesso alla terra per coltivare cereali destinati al consumo umano è precluso.

Ciò che rende il meccanismo stabile è la distanza: chi consuma è talmente lontano dall’altro capo della filiera da non sapere (e spesso da non avere interesse a sapere) in che modo le proprie abitudini alimentari incidano sulla vita di altre persone e sulle scelte politiche di interi paesi.

Il circolo vizioso fame-povertà

Fame e malnutrizione hanno un impatto pesante su produttività, salute e scolarizzazione: fattori che a loro volta deprimono la crescita economica complessiva.

Ne risulta un circolo vizioso: la povertà estrema causa la fame, e la fame, bloccando energie fisiche e mentali, riproduce la povertà.

Per spezzarlo servono due interventi paralleli:

  • rendere il cibo disponibile per le popolazioni più vulnerabili;
  • assistere i piccoli coltivatori perché possano aumentare la produzione e ricavarne redditi maggiori.

Ridurre la fame migliora contemporaneamente le prospettive su povertà, mortalità infantile, scolarizzazione e salute materna: la spesa pubblica in questo ambito è un investimento con un ritorno molto elevato.

Cosa servirà

Per nutrire una popolazione destinata a superare i 10 miliardi, la produzione globale di cibo dovrebbe raddoppiare, e la crescita demografica si concentrerà nei paesi in via di sviluppo, prevalentemente in aree urbane.

Questo richiede investimenti agricoli in attrezzature e macchinari, manodopera più qualificata e filiere più corte ed efficienti. Ma nessun singolo ambito basta: il problema è multifattoriale, e tra i fattori più rilevanti figurano il rinnovo tecnologico e la riduzione del prelievo di cereali dai paesi poveri destinato ad alimentare il bestiame consumato altrove.

Servono insomma soluzioni tecniche (con le relative questioni etiche su biotecnologie e ingegneria genetica) ma anche nuove strategie comportamentali, che riguardano soprattutto i paesi ad alto reddito.

Tre vantaggi di ridurre il consumo di carne

L’articolo si chiude con un’osservazione pratica. Ridurre l’eccesso di carne nella dieta produce almeno tre benefici convergenti:

  • un miglior stato di salute, grazie a una dieta più ricca di frutta e verdura;
  • una maggiore quantità di cereali disponibile per chi ne ha bisogno;
  • una riduzione delle emissioni di gas serra, considerando il peso della zootecnia sul bilancio climatico.

È il caso non frequente in cui un cambiamento individuale, la salute personale e un problema globale puntano nella stessa direzione.

Domande frequenti

Cosa significa “consumerismo”?

In italiano indica la tutela dei diritti del consumatore e le associazioni che se ne occupano; nelle lingue straniere è usato nel senso di consumismo. Esiste inoltre un uso tecnico: la categoria di analisi del fenomeno nato con la produzione di massa.

Perché la previsione di Malthus fu smentita?

Perché non teneva conto del progresso tecnologico: la produzione alimentare non dipende solo dalla terra disponibile ma anche dalle biotecnologie. Il problema segnalato oggi è che quel margine si sta esaurendo, mentre la superficie coltivabile non aumenta.

Perché il circuito cereali-carne è problematico?

Perché la conversione è poco efficiente: ogni chilo di carne richiede molti chili di alimenti direttamente commestibili dall’uomo. Ampie superfici agricole in paesi a basso reddito producono mangime per allevamenti situati altrove.

Come si spezza il circolo vizioso fame-povertà?

Con due interventi paralleli: rendere il cibo disponibile alle popolazioni vulnerabili e sostenere i piccoli coltivatori perché aumentino produzione e reddito. Ridurre la fame migliora contemporaneamente mortalità infantile, scolarizzazione e salute.

Il termine “consumerismo” indica insieme la tutela dei consumatori e l’analisi dei consumi di massa; applicato ai paesi a basso reddito riguarda però il rapporto tra crescita demografica e produzione agricola. Malthus fu smentito dal progresso tecnico, ma quel margine si sta esaurendo: la popolazione è più che raddoppiata dal 1950 mentre la superficie coltivabile è rimasta stabile. Il nodo centrale è il circuito cereali-carne: una conversione poco efficiente che destina all’allevamento alimenti direttamente commestibili, con vaste superfici nei paesi poveri dedicate a mangime per mercati ricchi. L’esito sono due malattie opposte (eccesso e denutrizione) rese stabili dalla distanza tra i due capi della filiera. Ridurre il consumo di carne migliora salute, disponibilità alimentare ed emissioni insieme.
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