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Mente

Confidenze Troppo Intime di Patrice Leconte

Confidenze troppo intime non è film nuovo, ma pur sempre attualissimo; perché rivederlo ci fa riflettere ancora su quanto valga la pena valorizzare le relazioni autentiche e profonde, per le quali spesso non abbiamo voglia, non abbiamo tempo, o che qualcuno di noi potrebbe temere – come il protagonista maschile di questa storia.

E’ un film francese, e dei film francesi –quelli più riusciti – ci offre l’eleganza, il garbo, la grazia. Con in più la leggerezza dei film di Leconte. I temi da lui trattati vanno dalla solitudine all’amicizia, dall’identità, alla relazione con l’altro. Per soffermarsi poi sul confine, a volte troppo tenue, a volte troppo rigido, tra il rapporto con il Sé e il rapporto con l’altro. Temi non da poco, eppure resi sempre con estrema delicatezza.

Qui è come se ci prendesse per mano, per accompagnarci all’interno della stanza, nel film. A volte ci imbarazziamo per le confidenze davvero troppo intime, a volte proviamo il sollievo della tensione che si allenta. Assistiamo al gioco seduttivo sempre presente tra i due protagonisti, che forse non è la cosa più importante. Importanti sono le parole, i gesti, gli sguardi, i silenzi, le atmosfere e tutto ciò che crea intimità, che crea, a dirla con Hilmann, anima.

Confidenze troppo intime è una commedia e come ogni commedia che si rispetti si fonda su un equivoco di partenza, decisamente stravagante, bizzarro, geniale. Una donna – Anna – va dallo psicoanalista, ma, forse per distrazione, forse per un errore freudiano, sbaglia porta (anche più avanti confonderà la destra con la sinistra). Ad aprirle non sarà un analista della mente, bensì un ignaro esperto delle tasse, un fiscalista.

Non appena restano soli, Anna dà il via alle confidenze, tanto forte dev’essere la sua urgenza e il colloquio termina con l’appuntamento, dato da lei stessa, per la settimana successiva; sembra solo lei l’artefice della relazione, ma si capirà presto il ruolo di lui, anche se per il momento non ha il tempismo, né il coraggio di dirle la verità.

Il bello è che le sedute continuano, anche dopo che l’equivoco viene chiarito; lei non può più fare a meno di quel tempo tutto suo, di quello spazio protetto; non può più fare a meno di dire ciò che altrove risulta indicibile. Il processo una volta avviato non può più arrestarsi.

Le sedute in tutto sono quindici; piano piano si registreranno cambiamenti prima quasi impercettibili, poi via via più importanti. Vediamo Anna nelle prime scene tutta chiusa in se stessa. Ha la postura di una persona depressa, è supervestita, infagottata e non toglie neanche il cappotto quando entra, anzi lo chiude ancora di più; i lineamenti del viso sono irrigiditi, lo sguardo vuoto, un po’ perso e rivolto verso il basso. Tutto di lei fa pensare che è prigioniera di una nevrosi non lieve, che non può o non sa intravede aperture , né tanto meno la possibilità di liberarsene.

Lui sembrerebbe un uomo meno sofferente, ma ci vuol poco a capire di che pasta è fatta la sua nevrosi. William è solo: ad un certo punto lo vediamo osservare dalla finestra la vita degli altri, negli appartamenti della casa di fronte. E’ ossessionato dall’ordine, vuole tenere tutto sotto controllo: la casa, le cose, e soprattutto se stesso. Sembra aver perso il contatto con le sue emozioni; ma il rapporto con la ex-fidanzata, e soprattutto il modo di come l’ha fatta allontanare fanno pensare che nel riconoscere i sentimenti e nell’esprimerli sia stato sempre un po’ avaro.

Se pure così molto diversi, Anna e William condividono la loro schiavitù rispetto al passato, al quale continuano a pagare inutili tributi. Lei vive un presente disperato, lui un presente che sa davvero di molto poco; nessuno dei due sperimenta una sana progettualità per il futuro, che invece sarà , per fortuna, il segnale della loro guarigione.

Merito delle confidenze (intime? troppo intime? chi lo stabilisce?) se si manifesterà un cambiamento; sarà merito del loro rapporto, della loro finta terapia, assai più efficace di tante terapie della realtà. La loro stessa relazione possiede un forte potere trasformativo, generativo.

Ed è così che potremo vedere Anna sempre più leggera. Toglierà prima il cappello, poi la sciarpa, i guanti, il cappotto e nelle ultime sedute vestirà di chiaro, sarà addirittura un po’ scollata. Alla fine indosserà un abito che tutte vorremmo permetterci, un abito che le lascia nude le spalle e mentre cammina sembra la faccia volare come una farfalla. Finalmente, scoperta la propria femminilità, la può mostrare, non esibita, ma svelata, naturalmente.

Anche il suo viso a poco a poco si distende; lo sguardo diventa diretto, sereno. I gesti armoniosi; persino il suo modo di fumare è diverso. Compulsivo e nevrotico all’inizio, ora rilassatissimo, come se finalmente assaporasse il piacere della sigaretta, come se finalmente assaporasse la vita, anziché mandarla giù senza avvertirne il gusto, o percependone solo l’amaro.

I cambiamenti di William sono meno vistosi, come più trattenuta era fin dall’inizio la sua nevrosi, ma ci saranno, eccome! Grazie alla sua unica paziente e dal momento in cui lei comincia ad interessarsi a lui, da quando si stabilisce tra i due una splendida complicità, l’alleanza terapeutica di cui parlano gli esperti.

Ad un certo punto non si capisce più chi aiuta e chi è aiutato, perché bisogna proprio dare ragione a Thomas Mann quando diceva che nelle cose della vita siamo tutti dilettanti. Ma nel momento in cui William si pone in una situazione di ascolto non può fare a meno di ascoltare se stesso: mentre fa terapia (un po’ maldestramente a volte) , è come costretto all’autoterapia. Anche per lui si è socchiusa una porta e non la si può più richiudere. Bisogna andare fino in fondo.

Ho detto maldestramente, ma non è poi così vero. In realtà il nostro sprovveduto fiscalista (ma davvero così sprovveduto?) fa un bellissimo lavoro di counseling. Fin dall’inizio accoglie la sua cliente ascoltandola, con le parole giuste al momento giusto, senza troppo intervenire, ma soprattutto senza sovrapporsi, interpretare, sostituirsi, dare suggerimenti. E poi senza diagnosi inutili, né vuote consolazioni. E ancora senza compatimenti, senza giudizi e senza pregiudizi.

Ma nello stesso tempo, quando lei non accenna a modificare niente di sé e sembra crogiolarsi nel malessere, lui la pone di fronte alle sue responsabilità. E’ materno ed empatico in principio quanto basta, per diventare giustamente paterno e direttivo quando è necessario.

C’è poi un passaggio centrale, in questo volontario/involontario trattamento, in cui la relazione diventa quasi simmetrica ed è il momento della fiducia, dell’affidamento.

Anche la chiusura (e a questo William non è affatto preparato) ricalca una buona relazione di aiuto. Un counseling ben riuscito termina con gratitudine da parte del cliente per l’accompagnamento di cui il counselor è stato capace, ma anche nei confronti di se stesso che ha avuto il coraggio di cambiare. Chi ascolta, chi aiuta, da parte sua, vive la stessa gratitudine. Decisamente.

Quando una persona si affida a noi e a noi affida un pezzo della sua vita, quando ci regala le sue confidenze e non importa fino a che punto intime, non si può fare a meno di provare gratitudine. Oltre ad una sorta di benevolenza nei confronti della vita che ci offre relazioni così profonde. Non dovrebbe esserci rimpianto in una buona chiusura di un buon trattamento di counseling. C’è sempre comunque un po’ di commozione che ci farà compagnia nei nostri momenti di solitudine.

Margherita Fratantonio

Margherita Fratantonio

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