Si parla sempre molto di cambiamento, e a mio avviso se ne parla troppo come di un fatto esterno piuttosto che come un fattore intimamente connesso con il concetto di vita, con la vita di ciascuno di noi.
Da quando nasciamo infatti siamo continuamente sottoposti a cambiamenti, in pochi mesi i bambini imparano a parlare, a camminare, a mangiare da soli ecc… forse trovavano più comodo andare a gattoni, ma questo fatto che tutti stanno in piedi e che in piedi si va più veloci che gattonando fa si che, prova dopo prova, si acquisisca questa abilità straordinaria di camminare eretti.
La seconda fase alla quale si passa è quella dell’ “aver imparato”, cioè quella nella quale abbiamo sviluppato un metodo che è funzionale alle nostre esigenze e che normalmente chiamiamo “il giusto modo di fare le cose”.
Supponiamo infatti che una volta appreso a mangiare da solo il bambino trovi estremamente comodo ed efficace prendere il cibo con le mani dal piatto, e che questa non sia un’usanza così apprezzata nella sua famiglia.
Si troverà di fronte ad una richiesta di cambiamento delle sue “abitudini funzionali” per avere il vantaggio di avere l’approvazione della mamma ed evitare urla e strepiti ad ogni boccone.
Questa è una fase molto delicata, perché maggiore è la convinzione che ciò che stiamo già facendo è “la cosa giusta” e maggiore sarà la resistenza a farne una diversa.
Si arriva in certi casi a dire che “questa cosa non si può fare in altri modi”, del resto, se abbiamo speso tempo e fatica per arrivare a questo modo di fare le cose, e questo modo funziona, non si capisce perché ora vada cambiato.
In programmazione neuro linguistica si dice che esistono “meta-programmi” (che possiamo tradurre al volo come “tipologie di persone”) che tendono a rimanere particolarmente attaccati alla soluzione trovata (“squadra che vince non si cambia”) e altri che invece sono continuamente alla ricerca di qualcosa di meglio (“così funziona, vediamo come possiamo migliorarlo”).
Il concetto è che per ognuno di noi, una volta che abbiamo trovato un modo di fare le cose (un modo di mangiare, di relazionarci con il partner, di lavorare, o semplicemente di comporre il numero di telefono) il cambiamento diventa un ostacolo, una barriera, più o meno alta a seconda del meta-programma.
Già, anche comporre il numero di casa, una volta bastava comporlo senza il prefisso e poi, da un certo giorno, è stato necessario usare anche il prefisso, anzi il “numero” è diventato il “numero con davanti il prefisso”.
A chi di voi è capitato di sentirsi dire dalla vocina registrata di telecom che “per questa volta la chiamata passava lo stesso, ma dalla tale data era obbligatorio comporre il numero con il prefisso”?
Cambiare, cambiare, cambiare: passiamo la vita a cercare una sicurezza in quello che facciamo, rendendolo ogni giorno più certo, più automatico, più facile e ogni giorno ci vengono cambiate delle cose intorno.
A questo punto ricordiamoci che la scelta è comunque nostra, possiamo decidere che “abbiamo già trovato quello che va bene”, che “lo sappiamo già”, “che è così” oppure metterci in discussione, in ascolto rispetto ai venti di cambiamento.
Personalmente credo che sia importante trovare un buon equilibrio tra “le nostre abitudini efficaci” e “la ricerca di nuovi modi”.
Ritengo importante affinare un modo efficace di fare le cose, gli automatismi ci rendono efficienti, consentendoci di fare più cose assieme senza dover prestare ad esse troppa attenzione, il rischio, se si esagera con le abitudini, le buone pratiche e i “si è sempre fatto così” e di perderci delle opportunità.
Del resto, come per il bambino, e come per il prefisso telefonico, spesso è il mondo intorno a noi che ci “suggerisce” in modo più o meno obbligatorio, che ci sono delle novità rispetto al “nostro modo”, e che avrò dei vantaggi a coglierle subito, e che avrò degli svantaggi a rifiutarle.
Possiamo decidere di non studiare una nuova norma del codice della strada, o di far finta che “non cambi niente” nel mercato nel quale lavoriamo, ma questo non ci agevolerà quando i cambiamenti saranno manifesti in tutta la loro potenza e, a quel punto ci toccherà adattarci e subirli (magari lamentandoci di come “si stava meglio quando si stava peggio”.
I cambiamenti sono attorno a noi continuamente, sono parte della nostra vita, cambiano le regole sul lavoro, cambiano le aziende per le quali lavoro, cambiano le norme del mercato, cambiano le esigenze del mio partner, quelle dei figli o dei genitori; possiamo dire “era meglio prima” oppure allenarci a cogliere velocemente i vantaggi che ogni cambiamento porta con se.
Già, perché essere bravi a gestire il cambiamento, è un’abilità a cui ci si può allenare facilmente e quotidianamente, basta cominciare a farlo (cambiando la strada per andare a casa, o il posto a tavola, o la mano con cui scriviamo gli sms) e si svilupperà in noi l’atteggiamento di curiosità, di gusto di “fare diverso”, di imparare qualcosa di nuovo che ci renderà “più ricchi”, che aumenterà le nostre risorse e le nostre opportunità.
Infatti non si tratta di rinunciare a fare le cose nel “modo giusto” (il mio) ma di saperle fare anche in un altro modo, e in un altro ancora, e dopo un po’ ci accorgeremo che siamo passati da “speriamo che rimanga tutto così” a “sappiamo come gestirci al meglio OGNI cambiamento che ci può capitare nella vita”.
Questa convinzione è il vero vantaggio, la vera sicurezza, che fa la differenza su come ci sentiamo e, di conseguenza, nei risultati che produciamo.