Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Cambiare: Voce del Verbo Crescere

Si parla molto di cambiamento, ma spesso come di qualcosa che ci accade dall’esterno. In realtà il cambiamento è intimamente legato alla vita stessa: da quando nasciamo, non facciamo altro che cambiare. Imparare a gestirlo (anzi, ad accoglierlo) è un’abilità che si può allenare. Perché cambiare, in fondo, è una voce del verbo crescere. Cambiare […]

Psicolab — Cambiare: Voce del Verbo Crescere
Si parla molto di cambiamento, ma spesso come di qualcosa che ci accade dall’esterno. In realtà il cambiamento è intimamente legato alla vita stessa: da quando nasciamo, non facciamo altro che cambiare. Imparare a gestirlo (anzi, ad accoglierlo) è un’abilità che si può allenare. Perché cambiare, in fondo, è una voce del verbo crescere.

Cambiare è la natura della vita

Fin dai primi mesi di vita siamo sottoposti a continui cambiamenti: i bambini imparano a parlare, a camminare, a mangiare da soli. Forse gattonare era più comodo, ma il fatto che tutti stiano in piedi e che in piedi si vada più veloci spinge il bambino, prova dopo prova, ad acquisire l’abilità straordinaria di camminare eretto. Il cambiamento, insomma, non è un intruso: è il motore stesso della crescita.

Dopo l’apprendimento arriva però una seconda fase, quella dell’“aver imparato”: abbiamo sviluppato un metodo funzionale alle nostre esigenze, quello che chiamiamo “il giusto modo di fare le cose”. Ed è qui che comincia la parte più delicata.

Perché resistiamo al cambiamento

Immaginiamo il bambino che, imparato a mangiare da solo, trovi comodissimo prendere il cibo con le mani: usanza poco apprezzata in famiglia. Si troverà di fronte a una richiesta di cambiare le sue “abitudini funzionali” in cambio di un vantaggio: l’approvazione dei genitori. È una fase critica, perché vale una regola psicologica precisa: più siamo convinti che ciò che facciamo sia “la cosa giusta”, maggiore è la resistenza a fare diversamente.

Si arriva persino a dire “questa cosa non si può fare in altro modo”. In fondo, se abbiamo speso tempo e fatica per arrivare a quel metodo, e quel metodo funziona, perché cambiarlo? La programmazione neurolinguistica descrive a questo proposito diverse tipologie di persone: c’è chi resta attaccato alla soluzione trovata (“squadra che vince non si cambia”) e chi è sempre alla ricerca di qualcosa di meglio (“funziona, ma vediamo come migliorarlo”). Per tutti, comunque, una volta trovato un modo di fare le cose (di mangiare, di relazionarsi, di lavorare) il cambiamento diventa una barriera, più o meno alta.

Il mondo cambia comunque

Il punto è che, mentre noi cerchiamo sicurezza rendendo ciò che facciamo sempre più automatico e certo, il mondo intorno a noi cambia di continuo. Pensiamo a piccoli esempi quotidiani: da un certo momento è diventato obbligatorio comporre il numero di telefono con il prefisso, e il “numero” è diventato “il numero con il prefisso”. Cambiano le regole sul lavoro, le norme del mercato, le esigenze del partner, dei figli, dei genitori. Passiamo la vita a costruirci certezze, e ogni giorno qualcosa intorno a noi si trasforma.

La scelta è nostra

Di fronte a tutto questo, c’è sempre una scelta. Possiamo decidere che “abbiamo già trovato quello che va bene”, che “lo sappiamo già”, che “è così”. Oppure possiamo metterci in discussione e in ascolto rispetto ai venti di cambiamento.

La chiave non è rinunciare alle nostre abitudini efficaci, ma trovare un equilibrio. Gli automatismi sono preziosi: ci rendono efficienti, ci permettono di fare più cose insieme senza troppa attenzione. Il rischio, però, è esagerare (con le “buone pratiche” e i “si è sempre fatto così”) fino a perdere delle opportunità. Spesso, come per il bambino o per il prefisso telefonico, è il mondo stesso a “suggerirci” che ci sono novità rispetto al nostro modo, e che coglierle in tempo porta vantaggi, mentre rifiutarle porta svantaggi.

Possiamo far finta che “non cambi niente” nel nostro settore o ignorare le nuove regole, ma questo non ci aiuterà quando i cambiamenti si manifesteranno in tutta la loro forza: a quel punto ci toccherà subirli, magari lamentandoci che “si stava meglio quando si stava peggio”.

Allenarsi al cambiamento

La buona notizia è che gestire il cambiamento è un’abilità che si può allenare facilmente, ogni giorno. Basta cominciare con piccoli gesti: cambiare la strada per tornare a casa, il posto a tavola, la mano con cui si scrive un messaggio. Così si sviluppa un atteggiamento di curiosità, il gusto di “fare diverso”, il piacere di imparare qualcosa di nuovo, cose che ci rendono più ricchi, aumentando le nostre risorse e le nostre opportunità.

Non si tratta di abbandonare il “modo giusto” (il nostro), ma di saper fare le cose anche in un altro modo, e in un altro ancora. Dopo un po’ ci accorgeremo di essere passati dallo “speriamo che rimanga tutto così” al “sappiamo come gestire al meglio ogni cambiamento che la vita ci può portare”. E questa convinzione è il vero vantaggio: la vera sicurezza, quella che fa la differenza su come ci sentiamo e, di conseguenza, sui risultati che otteniamo. Perché cambiare, in fondo, non è perdere le proprie certezze: è imparare a crescere.

Domande frequenti

Perché è così difficile cambiare le proprie abitudini?

Perché più siamo convinti che il nostro modo di fare le cose sia “quello giusto”, maggiore è la resistenza a cambiarlo. Se abbiamo investito tempo e fatica in un metodo che funziona, il cambiamento viene percepito come una barriera e una minaccia alle nostre certezze.

Cambiare significa rinunciare alle proprie abitudini?

No. Gli automatismi e le abitudini efficaci sono preziosi perché ci rendono efficienti. La chiave è l’equilibrio: non abbandonare il proprio metodo, ma imparare a fare le cose anche in altri modi, così da non perdere opportunità e sapersi adattare.

Come si può allenare la capacità di cambiare?

Con piccoli gesti quotidiani: cambiare strada per tornare a casa, il posto a tavola, la mano con cui si scrive. Questi esercizi sviluppano curiosità e il gusto di fare diverso, rendendo il cambiamento un’abilità familiare invece che una minaccia.

Perché “cambiare è voce del verbo crescere”?

Perché il cambiamento è parte della vita fin dalla nascita: imparare a parlare o camminare sono già cambiamenti. Saperli accogliere, invece di subirli, ci fa crescere e ci dà una sicurezza più profonda: quella di sapere di poter gestire qualunque novità la vita porti.

Il cambiamento non è un fatto esterno, ma la natura stessa della vita: da quando nasciamo non facciamo che cambiare. Dopo aver imparato un metodo, però, tendiamo a considerarlo “il modo giusto” e a resistere alle novità, tanto più quanto siamo convinti di aver ragione. Intanto il mondo intorno cambia comunque. La scelta è nostra: subire i cambiamenti o allenarci a coglierne i vantaggi. La chiave è l’equilibrio tra abitudini efficaci e ricerca di nuovi modi, senza rinunciare al proprio metodo ma imparando a farne anche altri. Gestire il cambiamento è un’abilità che si allena con piccoli gesti quotidiani, sviluppando curiosità. La vera sicurezza non è che tutto resti uguale, ma sapere di poter affrontare ogni novità: cambiare, in fondo, è crescere.
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