Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Branding e Comunicazione Pubblicitaria

Quando i prodotti diventano tutti simili, la concorrenza si sposta altrove: sul marchio, sui servizi, sull’immagine. È il passaggio che ha reso il branding centrale, e che ha trasformato la pubblicità da presentazione di un oggetto a costruzione di un’appartenenza. Cosa è cambiato Lo scenario commerciale si è modificato profondamente. Le aziende hanno spostato il […]

Psicolab — Branding e Comunicazione Pubblicitaria
Quando i prodotti diventano tutti simili, la concorrenza si sposta altrove: sul marchio, sui servizi, sull’immagine. È il passaggio che ha reso il branding centrale, e che ha trasformato la pubblicità da presentazione di un oggetto a costruzione di un’appartenenza.

Cosa è cambiato

Lo scenario commerciale si è modificato profondamente. Le aziende hanno spostato il proprio centro dalla vendita di un prodotto o dall’erogazione di un servizio al legame stabile con il cliente, il cui ruolo è diventato determinante nella definizione delle strategie.

Alla base c’è l’esigenza di costruire una relazione continuativa per fidelizzare le persone al marchio, e attraverso il marchio all’azienda.

La competizione contemporanea si gioca infatti sugli elementi intangibili dell’offerta:

  • il marchio;
  • i servizi aggiuntivi;
  • l’assistenza post-vendita;
  • soprattutto l’immagine, intesa come percezione di un valore che prescinde dal prodotto materiale.

Perché è accaduto

La causa è strutturale. L’evoluzione del commercio internazionale ha portato tre fenomeni convergenti: la diffusione di forme distributive massificanti, l’aumento della competizione e continue innovazioni tecnologiche.

Il risultato è che i beni di consumo sono diventati in larga misura omogenei e standardizzati, rendendo difficile proporre qualcosa di realmente unico sul piano del prodotto.

La competizione si sposta dunque sulle politiche di branding: la capacità di dare valore al proprio marchio e di associarlo a una percezione positiva di qualità e status.

La formulazione più efficace è questa: mentre la maggior parte dei beni è intercambiabile, un marchio forte funziona come scudo protettivo nei confronti della concorrenza.

Non più un prodotto, uno stile di vita

Ne discende una trasformazione della pubblicità stessa. Non deve più limitarsi a proporre un oggetto o un servizio: deve stimolare un’idea, sollecitare un senso di appartenenza, promuovere uno stile di vita.

Come ha osservato Naomi Klein, in questo modo i beni perdono importanza mentre l’acquistano i valori immateriali a essi collegati.

Il fenomeno è tanto più marcato quanto più i prodotti sono standardizzati: come nota Vanni Codeluppi a proposito della grande distribuzione, dove la necessità di distinguersi attraverso la comunicazione è massima proprio perché il prodotto non consente differenziazione.

In quella che è stata definita società della comunicazione, ogni azienda deve necessariamente comunicare per mantenere visibilità, e la forma pubblicitaria si è progressivamente imposta sugli strumenti alternativi.

Come funziona davvero la persuasione

Qui l’articolo fa una precisazione importante, che smonta una rappresentazione diffusa.

Le conoscenze attuali portano a considerare la pubblicità come uno strumento che non manipola direttamente le azioni individuali. Ciò che fa è stimolare la creazione di un contesto e di una disposizione mentale favorevoli a un determinato comportamento.

Una formulazione ancora più netta, attribuita all’economista Paul Baran, sostiene che la pubblicità e i contenuti che finanzia non creino in misura significativa valori o atteggiamenti nuovi: piuttosto riflettono valori già esistenti e fanno leva sugli atteggiamenti più diffusi.

È un’osservazione che ridimensiona il potere attribuito alla persuasione e ne rende più chiaro il funzionamento reale: amplifica, non crea dal nulla.

L’evoluzione degli studi sui media

Il percorso della ricerca è istruttivo. I primi studi assumevano una corrispondenza diretta tra stimolo e risposta, concependo le persone come recipienti vuoti riempiti dagli impulsi dei mezzi di comunicazione: con messaggi ricevuti uniformemente da tutti e risposte immediate.

Gli studi successivi hanno introdotto fattori decisivi:

  • le differenze individuali;
  • i diversi contesti sociali in cui le persone vivono;
  • le relazioni che intrattengono e che contribuiscono a formarne le opinioni.

La conclusione è che il messaggio non arriva mai direttamente: passa attraverso filtri personali e sociali che ne modificano l’effetto.

Il consumatore è cambiato

Parallelamente sono cambiate le persone. I consumatori contemporanei sono più informati ed esigenti, hanno aspettative diverse e instaurano un rapporto attivo con le aziende.

Rivendicano la possibilità di influenzare tutto: i prodotti, le informazioni che ricevono, perfino il prezzo. E soprattutto non accettano più di essere destinatari passivi di messaggi.

Dal marketing di massa a quello di relazione

Questa trasformazione ha spinto le aziende verso un passaggio decisivo: dal marketing di massa (comunicazione da uno a molti) al marketing di relazione, da uno a uno.

L’obiettivo è fidelizzare attraverso la personalizzazione della comunicazione e dell’offerta, partendo dal presupposto che ciascuno abbia esigenze informative specifiche.

Si parla dunque di una relazione con il cliente più che di un messaggio che transita dall’azienda all’individuo: l’obiettivo è che chi riceve percepisca l’informazione come rivolta a sé e rispondente alle proprie esigenze.

Una comunicazione mirata diventa così condizione di un rapporto duraturo: con un’avvertenza implicita ma importante: la personalizzazione funziona solo se la fiducia che costruisce è meritata.

Il ruolo finale della pubblicità

La conclusione colloca la pubblicità in una posizione centrale non solo nel campo delle comunicazioni di massa, ma nell’intero sistema del consumo: come mezzo senza il quale segni e messaggi non potrebbero circolare.

E ne individua l’elemento caratterizzante: la capacità di catturare significati presenti nell’immaginario collettivo per immetterli nelle merci.

È forse la definizione più precisa di cosa faccia oggi il branding: non aggiunge valore agli oggetti, vi trasferisce valore preso altrove, da ciò che le persone già desiderano, temono o ammirano.

Domande frequenti

Perché il branding è diventato centrale?

Perché la standardizzazione ha reso i beni largamente intercambiabili: non potendo più competere sul prodotto, le aziende competono sul marchio e sull’immagine. Un marchio forte funziona come scudo verso la concorrenza.

La pubblicità manipola i comportamenti?

Secondo le conoscenze attuali non agisce direttamente sulle azioni, ma crea un contesto e una disposizione mentale favorevoli. Non crea valori nuovi: riflette valori esistenti e fa leva sugli atteggiamenti più diffusi.

Come sono cambiati gli studi sui media?

Dalla concezione delle persone come recipienti vuoti che rispondono uniformemente agli stimoli, si è passati a considerare differenze individuali, contesti sociali e relazioni: filtri che modificano l’effetto di ogni messaggio.

Cos’è il marketing di relazione?

Il passaggio dalla comunicazione da uno a molti a quella da uno a uno, con l’obiettivo di fidelizzare attraverso la personalizzazione, così che chi riceve percepisca l’informazione come rivolta a sé.

La standardizzazione dei prodotti ha spostato la competizione sugli elementi intangibili: marchio, servizi, immagine. Un marchio forte funziona come scudo verso la concorrenza, e la pubblicità smette di proporre oggetti per promuovere idee e appartenenze. La persuasione, però, non agisce direttamente sulle azioni: crea un contesto favorevole e fa leva su valori già esistenti, amplifica anziché creare. Parallelamente gli studi sui media hanno abbandonato l’idea di persone come recipienti passivi, riconoscendo il ruolo di differenze individuali, contesti e relazioni. Da qui il passaggio al marketing di relazione, fondato sulla personalizzazione. La definizione più precisa del branding: trasferire nelle merci significati presi dall’immaginario collettivo.
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