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Salute

Giù le Mani dai Bambini!

Nelle ultime settimane si è sentito molto parlare degli orrori dei preti pedofili.
Il Papa ha voluto incontrare personalmente alcune delle vittime degli abusi, ha chiesto pubblicamente scusa, ha lodato chi lavora per combattere questo fenomeno.
Tutto il mondo segue con interesse questa vicenda che ha origini piuttosto lontane, i cattolici con una punta di vergogna e tanta apprensione, i non cattolici con una sorta di disprezzo, come a dire “guardate di quali bassezze sono capaci”.
Come sempre il tema dell’abuso sessuale di bambini accende gli animi e stimola fantasie di vendetta. Peccato che sia solo una ventata di indignazione e che non porti generalmente e http:\\/\\/psicolab.neta, e non mi riferisco ad eventuali punizioni o epurazioni da parte della Chiesa.
Da anni lavoro nell’ambito della prevenzione degli abusi all’infanzia e gli adulti, proprio quelli che adesso si mostrano tanto indignati, sono coloro che mi hanno sempre creato più problemi per portare avanti il progetto. Parlo di assessori, dirigenti scolastici, insegnanti ed alle volte anche genitori. Mi sono sentita dire che il problema non esisteva, che non si poteva fare il progetto perché non si volevano “turbare gli insegnanti”, che non c’erano i fondi per finanziarlo o che era più importante fare un aggiornamento sui metodi di studio. C’erano troppo spesso cose più importanti, cose che venivano prima del bene dei bambini.
Vi siete mai chiesti quanto sia diffusa la pedofilia?
Prima di rispondere a questa domanda devo fare una piccola digressione.
La pedofilia è una patologia inclusa dal DSM IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders redatto dall’American Psychiatric Association) tra le parafilie ed ha per oggetto i bambini prepuberi. Tradotto vuol dire che il soggetto affetto da questa patologia è sessualmente attratto e si eccita con bambini al di sotto dei 13 anni di età. Alcuni di questi soggetti si eccitano solamente con i bambini e non riescono ad avere alcuna forma di sessualità con gli adulti.
Il DSM dà dei criteri diagnostici per poter definire pedofilo un soggetto, che sono:
A.Durante un periodo di almeno 6 mesi, fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli).
B.Le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento.
C.Il soggetto ha almeno 16 anni ed è di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini di cui al Criterio A.
D.Nota:
Non includere un soggetto tardo-adolescente coinvolto in una relazione sessuale perdurante con un soggetto di 12-13 anni.
Il criterio che più ci interessa è quello al punto B: per essere definito malato di questa patologia ci vuole che ci sia un disagio clinicamente significativo o una compromissione in qualche area di funzionamento.
Tutto questo per dire che spesso si usa impropriamente il termine pedofilo per indicare chiunque abusi di un bambino. La verità è che il pedofilo è un malato mentre l’abusante, quello più diffuso, quello dei fatti di cronaca, è semplicemente un mostro. Per semplicità continueremo ad usare il termine pedofilo intendendo sia i veri e propri malati che gli altri abusanti.
Ma torniamo alla nostra domanda, quanto è diffusa la pedofilia?
La ricerca epidemiologica afferma che almeno il 5% degli adulti riferisce di aver subito uno o più episodi di abuso sessuale durante la propria infanzia, con una frequenza relativa che, a seconda delle ricerche consultate, è di 3-10 volte superiore nella popolazione femminile. (Finkelhor D., Hotaling G, Lewis I., Smith C. 1990, Sexual abuse in a national survey of adult men and women: Prevalence, characteristics and risk factors. Child abuse and Neglect 14: 19-28).
Quanti amici, parenti, conoscenti avete? Bene, la sopracitata ricerca dice che ogni 100 di loro almento 5 sono stati abusati e sono sempre i vostri amici, parenti e conoscenti. Si apre un mondo di dolore del quale non avevate alcuna idea.
La pedofilia è molto diffusa, non conosce differenze di reddito, di residenza, di colore, di abitudini, di credo. Non è individuabile un profilo tipo di bambino abusato: l’identificazione di un bambino a rischio di abuso sessuale sulla base di indicatori ha buone probabilità di essere molto imprecisa e potenzialmente fuorviante (Forresi, 2002).
Esiste l’abuso sessuale perchè non è facile riconoscere un pedofilo. A prescindere da quanto si è sentito dire recentemente dalle diverse parti, essere preti o essere omosessuali non ha alcuna correlazione con l’abusare i bambini. Non esiste il profilo tipo di “abusante”. Sebbene una percentuale di soggetti abusanti presenti trascorsi infantili di abuso, non è dimostrato che la maggioranza di coloro che subiscono abusi nell’infanzia diventi abusante in età adulta (Fergusson, Muller, 1999).
La pedofilia è ovunque e sta agli adulti, quelli sani, quelli che ora sono indignati, combatterla.
La strategia della prevenzione, in realtà, va in tutt’altra direzione rispetto al tentativo di individuare il mostro, cerca infatti di aiutare i bambini a riconoscere le situazioni di rischio in cui si potrebbero trovare e a capire che cosa possono fare in tali situazioni.
Per mezzo di giochi ed attività di gruppo si procede per un percorso che ha tre obiettivi principali:
1.costruire una correlazione tra le interazioni corporee e le emozioni; imparare a differenziare tra tocco buono e tocco cattivo per poter decidere all’interno di ogni interazione cosa é soggettivamente accettabile e sapere eventualmente come concludere l’interazione stessa. In poche parole: IMPARARE A DISCRIMINARE
2.insegnare al bambino che tutte le volte che si trova in una interazione che susciti in lui emozioni negative ha il diritto di dire NO.
3.Imparare che indispensabile “correre a dirlo a qualcuno”. Quello che viene appreso è che non devono esistere segreti che gli adulti condividono con i bambini e che possono fare male o creare ansia o paura a questi ultimi. Si sottolinea la differenza tra segreti e sorprese. La regola interiorizzata é, quindi, che di fronte ad un segreto che fa male, il bambino deve dirlo a qualcuno e si arriva al riconoscimento di figure di riferimento con cui il bambino può confidarsi senza timore.
Il progetto di prevenzione, che a seconda delle città ha avuto nomi differenti (Le parole non dette, Come fu che Cappuccetto Rosso mandò il lupo allo zoo, Ascoltami) è articolato in tre percorsi distinti che vengono portati avanti contemporaneamente.
Il primo percorso è destinato agli insegnanti e, oltre a spiegare i concetti base dell’abuso sessuale, fornisce gli strumenti per fare fronte alle situazioni di emergenza. Gli insegnati sono infatti la seconda scelta dei bambini che devono riportare eventi personali spiacevoli, secondi solo all’amico o amica del cuore che, in quanto coetaneo o quasi, non riesce in questo caso a fornire soluzioni al problema.
Il secondo percorso è destinato ai genitori perché imparino a parlare con i bambini anche degli argomenti più difficili e personali, come l’affettività e la sessualità, in modo da fornire al bambino un ambiente accogliente e ben disposto ad ascoltare ogni sua perplessità o curiosità. Vengono dati ai genitori gli strumenti per rendere i figli più autonomi ed allo stesso tempo più sicuri fornendo anche delle regole base alle quali attenersi in situazioni diverse (a casa da soli, per strada, uso di internet e cellulari).
Il terzo percorso, forse il più interessante, è quello rivolto ai bambini. Si articola in cinque incontri da due ora ciascuno effettuati in palestra in modo da dare pieno spazio alla fisicità, punto di partenza degli apprendimenti previsti dal progetto. Le successive aree toccate sono: differenze tra maschi e femmine, conoscenza e approfondimento delle modificazioni corporee, aumentare il proprio livello di autostima, imparare a rispettare e valorizzare il proprio corpo e quello degli altri, capire le differenze tra il “tocco buono” e Il “tocco cattivo”, riconoscere situazioni a rischio, prevenirle, scegliere il comportamento adeguato per affrontare una situazione di quel genere, capire l’importanza di raccontare liberamente quanto accaduto, senza paura o imbarazzo, ed infine identificare le figure di riferimento a cui chiedere aiuto.
In tutto questo percorso non viene mai nominato il pedofilo proprio perché, come già detto prima, è impossibile identificarlo a priori e dire ai bambini di stare lontani dal “mostro” ottiene solo il risultato di caricarli di un compito troppo grande e farli anche sentire maggiormente in colpa nel caso in cui dovessero effettivamente subire un abuso.
L’efficacia di questo progetto è stata più volte valutata con questionari di apprendimento fatti prima dell’inizio del percorso e ripetuti a due mesi di distanza dalla fine. Si è inoltre rilevato che i bambini riducono del 50% il rischio di essere abusati e quelli che, purtroppo, finiscono con il subire un abuso riducono comunque ancora del 50% il tempo che intercorre prima di rivelarlo ad un adulto, riducendo quindi il rischio di recidiva.
In un caso si è anche avuta la denuncia, con tanto di complimenti da parte dell’ispettore per la freddezza nella reazione e la precisione del resoconto, da parte di un bambino che aveva evitato l’abuso perché aveva riconosciuto la situazione a rischio.
La pedofilia esiste, è ovunque, anche intorno a noi e più spesso di quanto immaginiamo tocca anche i nostri affetti. Forse è il momento buono per cominciare a fare veramente qualcosa.
Per contattare l’autrice scrivete alla seguente email togliendo gli spazi, prima e dopo @: federica.tagliati @ ordinepsicologiveneto.it

Federica Tagliati

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