Psicologia Clinica e Psicopatologia

Giù le Mani dai Bambini!

L’indignazione pubblica per gli abusi sull’infanzia è ciclica e rumorosa. Il lavoro di prevenzione, invece, è silenzioso e trova ostacoli continui: spesso proprio da parte degli adulti che si dicono indignati. Eppure funziona, e i dati lo dimostrano. Se sospetti che un bambino stia subendo violenza, o se hai bisogno di aiuto, puoi contattare il […]

Psicolab — Giù le Mani dai Bambini!
L’indignazione pubblica per gli abusi sull’infanzia è ciclica e rumorosa. Il lavoro di prevenzione, invece, è silenzioso e trova ostacoli continui: spesso proprio da parte degli adulti che si dicono indignati. Eppure funziona, e i dati lo dimostrano.
Se sospetti che un bambino stia subendo violenza, o se hai bisogno di aiuto, puoi contattare il numero 114 Emergenza Infanzia (gratuito, attivo 24 ore) oppure la linea di ascolto di Telefono Azzurro 19696. In caso di pericolo immediato, il numero unico di emergenza è il 112. Questo articolo ha finalità informative e di prevenzione.

Il problema dell’indignazione

Quando emergono casi di abuso su minori, l’attenzione pubblica si accende rapidamente e produce reazioni intense.

Il problema è che quell’ondata di indignazione, da sola, non produce quasi nulla. Passa, e con essa l’attenzione.

L’autrice, che lavora da anni nella prevenzione degli abusi all’infanzia, riporta un’osservazione scomoda: gli ostacoli maggiori sono venuti proprio dagli adulti, amministratori, dirigenti scolastici, insegnanti e talvolta genitori.

Le obiezioni ricorrenti: che il problema non esistesse, che il progetto potesse turbare gli insegnanti, che mancassero i fondi, che fosse più urgente un aggiornamento sui metodi di studio.

C’era sempre qualcosa di più importante.

Una distinzione necessaria

Prima dei dati, l’articolo chiarisce un punto terminologico che ha conseguenze pratiche.

La pedofilia è una condizione clinica inclusa nei manuali diagnostici, caratterizzata da fantasie, impulsi o comportamenti sessuali ricorrenti riferiti a bambini in età prepubere, protratti per un periodo significativo, con un divario di età consistente rispetto al minore. Alcune persone con questa condizione non provano attrazione verso adulti.

Va precisato che le classificazioni diagnostiche si sono aggiornate nel tempo e distinguono oggi con maggiore chiarezza tra la condizione psichiatrica e il comportamento abusante.

Ed è precisamente questa la distinzione che l’autrice sottolinea: non tutti coloro che abusano di un bambino rientrano in quella diagnosi. Il termine viene usato impropriamente per indicare chiunque commetta abuso.

La conseguenza pratica è enorme: cercare “il malato” significa cercare la persona sbagliata. Chi abusa, nella grande maggioranza dei casi di cronaca, non presenta alcun quadro clinico riconoscibile.

Quanto è diffuso

La ricerca epidemiologica indica che almeno il 5% degli adulti riferisce di aver subito uno o più episodi di abuso sessuale durante l’infanzia, con una frequenza da tre a dieci volte superiore nella popolazione femminile a seconda degli studi.

L’autrice traduce il dato in termini concreti, ed è il passaggio che colpisce: ogni cento persone che conosciamo, almeno cinque hanno subito un abuso. Non persone lontane: amici, parenti, conoscenti.

Il fenomeno non conosce differenze di reddito, di residenza, di provenienza o di orientamento religioso.

Perché non funziona cercare il colpevole

Due dati smontano l’approccio basato sull’identificazione preventiva.

Il primo: non esiste un profilo tipo del bambino a rischio. Tentare di identificarlo sulla base di indicatori risulta impreciso e potenzialmente fuorviante.

Il secondo: non esiste un profilo tipo di chi abusa. Appartenere a una categoria professionale o avere un determinato orientamento sessuale non ha alcuna correlazione con il comportamento abusante, un punto che va affermato con chiarezza, perché le associazioni improprie danneggiano persone innocenti senza proteggere nessun bambino.

Va inoltre ridimensionata una convinzione diffusa: sebbene una parte di chi abusa abbia storie personali di abuso subito, non è dimostrato che la maggioranza di chi ha subito violenza diventi a sua volta abusante. È una precisazione importante anche per chi porta quella storia.

La strategia che funziona

Da qui il cambio di direzione: la prevenzione non tenta di individuare chi potrebbe abusare, ma aiuta i bambini a riconoscere le situazioni di rischio e a sapere cosa fare.

Attraverso giochi e attività di gruppo si perseguono tre obiettivi.

1. Imparare a discriminare

Costruire un collegamento tra le interazioni corporee e le emozioni: distinguere tra un contatto che fa stare bene e uno che mette a disagio, per poter decidere cosa è soggettivamente accettabile e come interrompere l’interazione.

Il criterio è affidato alla sensazione del bambino, non a una regola esterna, ed è ciò che lo rende utilizzabile in situazioni impreviste.

2. Il diritto di dire no

Insegnare che ogni volta che un’interazione suscita emozioni negative, il bambino ha il diritto di dire no: anche a un adulto, anche a una persona conosciuta.

3. Correre a dirlo a qualcuno

Il terzo obiettivo riguarda la rottura del silenzio: non devono esistere segreti che gli adulti condividono con i bambini e che facciano male o creino ansia.

Si lavora sulla distinzione tra segreto e sorpresa (una sorpresa si rivela e rende felici, un segreto che fa male va detto) e si arriva a individuare le figure di riferimento a cui rivolgersi senza timore.

Come è strutturato il progetto

L’intervento si articola in tre percorsi paralleli.

Il primo è rivolto agli insegnanti: oltre ai concetti di base, fornisce strumenti per gestire le situazioni di emergenza. È una scelta motivata da un dato preciso, gli insegnanti sono la seconda scelta dei bambini che devono raccontare qualcosa di spiacevole, dopo l’amico del cuore, che però essendo coetaneo non può offrire soluzioni.

Il secondo è rivolto ai genitori, perché imparino a parlare con i figli anche degli argomenti più difficili (affettività e sessualità) creando un ambiente disposto ad ascoltare. Vengono fornite indicazioni per rendere i bambini insieme più autonomi e più sicuri, con regole di base per diverse situazioni: restare soli in casa, muoversi per strada, usare internet e i dispositivi.

Il terzo è rivolto ai bambini e si svolge in palestra, per dare spazio alla dimensione corporea. Gli argomenti comprendono la conoscenza del proprio corpo e delle sue trasformazioni, l’autostima, il rispetto del proprio corpo e di quello altrui, la distinzione tra i tipi di contatto, il riconoscimento delle situazioni a rischio, i comportamenti da adottare e l’identificazione delle figure a cui chiedere aiuto.

Il principio decisivo

In tutto il percorso non si nomina mai la figura di chi abusa.

La ragione è duplice e va compresa bene. Primo: è impossibile identificarlo a priori, dunque metterne in guardia sarebbe inutile. Secondo (e più importante) dire a un bambino di stare lontano da un pericolo non riconoscibile significa caricarlo di un compito troppo grande, e farlo sentire in colpa qualora dovesse effettivamente subire un abuso.

È una scelta metodologica che protegge i bambini due volte: dall’abuso e dall’idea che avrebbero potuto evitarlo da soli.

I risultati

L’efficacia è stata valutata con questionari somministrati prima dell’inizio del percorso e ripetuti a distanza di due mesi dalla conclusione.

I dati riportati indicano che i bambini coinvolti riducono del 50% il rischio di subire un abuso; e che quelli che purtroppo lo subiscono riducono comunque del 50% il tempo che intercorre prima di rivelarlo a un adulto: abbattendo così il rischio che si ripeta.

Viene riportato anche un caso concreto: un bambino che, avendo riconosciuto la situazione di rischio, evitò l’abuso e fu poi in grado di fornire un resoconto preciso, apprezzato da chi raccolse la denuncia.

È la dimostrazione più diretta che la prevenzione non è un tema astratto: produce esiti misurabili.

Domande frequenti

Chi abusa dei bambini è sempre “un malato”?

No, ed è una distinzione importante. La pedofilia è una condizione clinica con criteri diagnostici precisi, ma la maggior parte di chi commette abusi non vi rientra. Cercare “il malato” significa cercare la persona sbagliata.

Quanto è diffuso il fenomeno?

La ricerca indica che almeno il 5% degli adulti riferisce di aver subito abusi nell’infanzia, con frequenza sensibilmente superiore nella popolazione femminile. Il fenomeno non conosce differenze di reddito, residenza o provenienza.

Esiste un profilo di chi abusa?

No. Appartenere a una categoria professionale o avere un determinato orientamento sessuale non ha correlazione con il comportamento abusante. Ed è falso che la maggioranza di chi ha subito abusi diventi a sua volta abusante.

Perché nei progetti non si parla mai dell’aggressore?

Perché non è identificabile a priori, e perché mettere in guardia da un pericolo non riconoscibile caricherebbe il bambino di un compito troppo grande, facendolo sentire in colpa qualora subisse comunque un abuso.

L’indignazione pubblica per gli abusi sull’infanzia è ciclica; il lavoro di prevenzione incontra invece ostacoli continui. I dati indicano che almeno il 5% degli adulti riferisce di aver subito abusi da bambino: persone che conosciamo. Due elementi smontano l’approccio basato sull’identificazione preventiva: non esiste un profilo del bambino a rischio né di chi abusa, e le associazioni improprie con categorie o orientamenti danneggiano persone innocenti senza proteggere nessuno. La strategia efficace lavora invece sui bambini: imparare a distinguere i tipi di contatto, sapere di avere il diritto di dire no, e riferire sempre i segreti che fanno male. Con un principio decisivo: non nominare mai l’aggressore, per non caricarli di una responsabilità che non è loro.
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